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Guida al Benevento 2017/18
18 ago 2017
18 ago 2017
La prima stagione nella massima serie di una delle migliori squadre della scorsa Serie B.
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Gianluca Di Chiara, Danilo Cataldi, Gaetano Letizia, Vid Belec, Massimo Coda, Andrea Costa, Andrew Gravillon, Alberto Brignoli.

 

Daniele Buzzegoli, Enrico Pezzi, Walter Lopez, Marko Pajac, Alessio Cragno.

 


Il Benevento Calcio è stato fondato nel 1929 e ha passato 86 di questi questi 88 anni nel limbo fra la terza serie e quelle ancora inferiori. Appena un anno in Serie B, quello appena passato, bastato alla storica promozione in Serie A. Il Benevento è diventato, così, la 67esima squadra esordiente nella storia del massimo campionato italiano, che negli ultimi anni ha accolto un nuovo club quasi ogni anno: Sassuolo, Crotone, Frosinone, Carpi.

 

In questa stagione il Benevento è la seconda squadra, insieme alla Spal, ad arrivare in Serie A dopo aver ottenuto due promozioni consecutive: sono gli effetti di un divario fra le categorie sempre più sfumato e imprevedibile, dove spesso la stabilità tattica di una squadra rodata basta per avere la meglio su progetti tecnici qualitativamente ambiziosi ma che faticano a stare in piedi.

 

Il Benevento in Serie A mette sulla mappa il Sannio, un’area quasi inesistente nell’immaginario geografico italiano, che ha la sfortuna di essere dimenticata con l’indifferenza che si riserva a chi non riesce mai a spiccare, né in positivo né in negativo. Giocherà con i colori giallorossi del suo liquore più conosciuto, lo Strega, e porterà lo sponsor de La Molisana. Dovremo prendere confidenza con il soprannome dei suoi giocatori, “gli stregoni”, che richiama la presenza storica di riti stregoneschi praticati attorno alla città.

 

Il presidente della provincia di Benevento

che la promozione: «Sarà foriera di positivi, legittimi e rinnovati interessi sulle eccellenze culturali, artistiche, storiche, naturalistiche, paesaggistiche, enogastronomiche sannite e, dunque, segnerà una nuova stagione di rinascita per la Città e la Provincia». Chissà che grazie al soft power che il calcio esercita nel contesto socio-culturale italiano la promozione in A non gioverà al Benevento e a quello che ha intorno, già così senza avere ambizioni più grandi.


 


Ma i motivi di interesse vanno oltre gli aspetti extra-calcistici, visto che il Benevento arriva in Serie A dopo essere stata una delle formazioni più brillanti della scorsa Serie B. Non tanto nei risultati: la promozione è arrivata passando per i playoff dopo aver chiuso al quinto posto - sesta miglior difesa e quinto miglior attacco - quanto piuttosto nella proposta di gioco.

 

La squadra allenata da Marco Baroni ha offerto un calcio coraggioso, basato su princìpi offensivi e l’idea generale di dominare territorialmente i propri avversari. Baroni è un ex-calciatore con esperienze in mille squadre, tra cui Fiorentina, Roma, Padova, Udinese, Napoli e Bologna, con una manciata di presenze in Under 21; che tre anni fa aveva già sfiorato la promozione alla guida di un Pescara divertente. Toscano di Tavarnuzze, è cresciuto insieme come vicino di casa di Leonardo Semplici, che oggi allena la SPAL.

 

Dentro al 4-2-3-1 del Bevenento sono riusciti a convivere diversi giocatori di talento - come Falco, Ciciretti e Viola - che sembravano sfioriti e che si sono rilanciati con una grande stagione. Quella del Benevento è quindi una classica storia di squadra che raggiunge risultati insperati attraverso la nobiltà del bel gioco. Fra le poche squadre, cioè, che sono riuscite a coniugare estetica e risultati in un contesto, quello italiano, che le considera da sempre incongiungibili. E questo indipendentemente dalle categorie di riferimento.

 

Ma è uno stereotipo positivo che fa presto a diventare negativo, come abbiamo imparato dal Pescara dello scorso anno, arrivata un anno fa giocando il miglior calcio della serie cadetta e disintegrata dall’impatto con la categoria.

 

Un esempio quasi archetipico di chi ha peccato di hybris nei confronti di un campionato cinico come la Serie A, dove a funzionare pare sempre il luogo comune del “i cattivi vincono sempre”. La squadra di Oddo, la cui retrocessione è passata anche per una serie di scelte intransigenti nel loro idealismo, ha finito per confermare un vecchio adagio: la salvezza si costruisce dalla difesa. Il cinismo paga sempre più del gioco propositivo, che andrebbe lasciato a chi ha il lusso di poterselo permettere.

 

Baroni è un tecnico meno puro e rigoroso di Oddo, che ha già imparato a scendere a patti col pragmatismo. Nonostante nelle interviste ci tenga a ribadire sempre l’idea di costruire una squadra propositiva, il suo offensivismo passa più che altro per alcuni princìpi di gioco: difesa alta, riconquista del pallone medio-alta, densità numerica in fase d’attacco.

 

Se è vero che lo scorso anno ha spesso proposto versioni molto offensive della sua squadra, con nessun giocatore conservativo tra i 6 distribuiti fra centrocampo e attacco, ha dimostrato anche di saper cambiare interpretazione a seconda del momento dell’anno e delle risorse a disposizione.

 

Così, dal 4-2-3-1 visto soprattutto a inizio anno, con Ciciretti indemoniato sulla destra, dopo le difficoltà passate tra febbraio e marzo, Baroni ha progressivamente cercato più copertura. Il tecnico ha dimostrato un’idea di calcio empirica, dove al cambio di uomini corrisponde una diversa identità tattica: dal modulo di base si è passati a un albero di natale, fino ad arrivare al 4-4-2.

 

Baroni è anche attento a bilanciare le dichiarazioni in cui ribadisce l’importanza dei propri princìpi offensivi con altre in cui sottolinea il fattore dell'equilibrio. Sembra consapevole, insomma, che quella del compromesso è l’arte delle squadre piccole, a partire dal calciomercato.

 


Il mercato è stato impostato cercando di tenere in equilibrio una doppia esigenza: mantenere l’ossatura che ha permesso la promozione, e aggiungere qualche giocatore di spessore che aiuti ad assorbire l’impatto di categoria.

 

Rispondono alla prima esigenza le conferme di Chibsah, Venuti, Gyamfi e Puscas, che erano tutti in prestito e che la dirigenza ha fatto uno sforzo per trattenere (persino scomodando Mastella come deus-ex-machina di mercato).
In entrata il Benevento si è mosso soprattutto cercando di comprare i migliori giocatori di Serie B: Belec e Letizia dal Carpi, Di Chiara e Brignoli dal Perugia, Coda dalla Salernitana, formano quasi un superteam dello scorso campionato cadetto; per dare un’idea: 4 di questi 5 giocatori sono stati eliminati ai playoff dal Benevento lo scorso anno. Tre acquisti sono arrivati dalla Serie A: Cataldi a centrocampo, in prestito dalla Lazio e in cerca di rilancio, D’Alessandro dall’Atalanta e Andrea Costa dall’Empoli in difesa, che porterà esperienza a un reparto il cui leader, Lucioni, ha 30 anni e ha trascorso la maggior parte della carriera fra Lega Pro e Serie D.

 

A loro si aggiunge il prestito di Andrew Gravillon dall’Inter, promettente difensore centrale classe ’98 a cui ho visto fare uno dei salvataggi sulla riga più pazzeschi che io abbia mai visto.

 

In uscita, il Benevento ha ceduto Buzzegoli a centrocampo e due terzini sinistri, Walter Lopez ed Enrico Pezzi. In quel ruolo però il ventiquattrenne Di Chiara rappresenta un miglioramento, sia in termini di corsa che di piede, e si giocherà il posto con Venuti (in prestito dalla Fiorentina).

 

La perdita più dolorosa è stata senz’altro quella di Alessio Cragno, portiere fondamentale lo scorso anno, tanto per la sua reattività tra i pali che per il suo gioco con i piedi (sorvolerò sul soprannome simpatico di “Uomo Cragno”, ma insomma anche queste cose contano). Non è ancora chiaro se il titolare sarà Belec - ottimi riflessi ma insicuro nelle prese e nel gioco coi piedi - o Brignoli, che ha un’interpretazione più aggressiva e moderna.

 

Un’altra perdita strutturale è stata quella di Filippo Falco, tornato al Bologna e grande protagonista della promozione con 6 gol e 6 assist. La sua rinuncia è l’effetto più evidente della mutazione tattica a cui Baroni sta sottoponendo al squadra. Falco giocava al centro dietro all’attaccante nel 4-2-3-1, e rinunciando a lui la squadra ha deciso di passare alle due punte e al 4-4-2, il modulo con cui si sta costruendo la squadra anche in sede di mercato e con cui il tecnico crede di avere maggiore quadratura.

 


durante l’estate, è chiaro che Baroni tema l’impatto con la categoria: ai microfoni ha insistito molto sulle difficoltà che il Benevento dovrà affrontare, dando l’idea di voler costruire una squadra arcigna, che si giochi ogni partita con l’elmetto in testa.

 

Se lo scorso anno il Benevento aveva un’identità tattica basata sul predominio territoriale, che attaccava portando tanti uomini sopra la linea del pallone, quest’anno Baroni sta cercando di mettere insieme una formazione più essenziale, che esasperi la verticalità già in nuce in alcune partite dello scorso anno. Il 4-4-2 visto nelle prime uscite è un modulo che si prepara chiaramente a partite reattive, che vuole produrre risultati attraverso la densità e il pragmatismo.

 

La scelta delle due punte, e la rinuncia a un trequartista, è stata rivendicata da Baroni come un segno di offensivismo - «

con le due punte perché in questo campionato difficile voglio essere pericoloso» - ma che è più che altro sintomo dell’idea di attaccare nel modo più diretto possibile. Uno stile che quindi minimizzi i rischi di perdite sanguinose del possesso e che compensi la scarsa qualità tecnica con l’intensità e la densità di uomini in zona palla.

 

Nelle prime uscite si sono visti alcuni meccanismi già adottati alla fine dello scorso anno. L’uscita della palla dalla difesa passa poco attraverso il centrocampo, che viene quasi ignorato. Si ricerca la

oppure si passa per le catene laterali. Si sovraccarica un lato formando un triangolo fra terzino, esterno e centrocampista centrale che attira il pressing degli avversari e poi si cercano le punte che nel frattempo si sono mosse in profondità in parità numerica.

 

In questo gioco verticale sarà fondamentale il mancino di Nicholas Viola, regista che si candida come giocatore di culto della prossima Serie A. Barba da moschettiere, passo lento da pensatore, il suo sinistro nel gioco lungo è stata

per spappolare le difese di Serie B lo scorso anno. Viola è però un giocatore che ha bisogno di tempo e spazio, la paura è che il suo apporto tecnico venga ridimensionato dall’impatto fisico con la categoria. Le gerarchie per i due posti a centrocampo, fra lui, Chibsah (in ritardo di condizione) e Cataldi, non sono ancora definite e molto dipenderà dal loro adattamento alla Serie A. La società sta cercando almeno anche un altro giocatore, sia per provare ad aumentare la profondità che per avere alternative tattiche. I profili che si stanno cercando - Memushaj, Hiljemark, Panagiotis Koné - abbinano tutti discrete qualità tecniche a una grande intensità fisica.

 


Va detto che il precampionato del Benevento non ha lasciato segnali incoraggianti. Dopo alcune amichevoli ben giocate ma poco probanti, alla prima prova vera, il turno di Coppa Italia in casa contro il Perugia, la squadra di Baroni si è sciolta. Nel 4 a 0 subito, effetto soprattutto della scarsa lucidità sotto porta nella prima mezz’ora e di un disastroso secondo tempo, la squadra è sembrata muoversi male assieme e con poco ritmo. L’impostazione da dietro è stata lenta e imprecisa, e in questo senso sarà fondamentale l’aiuto che potrà dare Costa, difensore mancino con un ottimo piede nel gioco lungo.

 

In generale il 4-4-2 è sembrato troppo statico e prevedibile. Le due linee di difesa e centrocampo sono apparse troppo schiacciate e, senza un buon scaglionamento posizionale degli uomini, i reparti sono apparsi slegati. Le punte sono rimaste isolate e costrette a controllare palloni difficili senza averne le qualità, mentre il centrocampo faticava ad accorciare verso di loro. Anche la difesa è sembrata in difficoltà, la linea deve rimanere alta e i centrali sono sembrati in difficoltà ad affrontare giocatori rapidi con tanto campo alle spalle. Nella partita contro il Perugia, ad esempio, Han è stato pericoloso sia in profondità che nelle ricezioni tra le linee dietro il centrocampo.

 

I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla catena di destra, dove Letizia e Ciciretti hanno qualità tecnica e sembrano integrarsi bene, con il fantasista naturalmente portato ad accentrarsi e a lasciare spazio per le avanzate del terzino. I movimenti di Ciciretti, in particolare, saranno importanti per regalare fluidità al sistema e qualità in fase di rifinitura (qui va a sovraccaricare il lato opposto avvicinandosi a D’Alessandro e cucendo un’occasione importante).

 

Baroni lo scorso anno ha fatto molto affidamento alla versatilità del proprio sistema, il 4-4-2 è il modulo su cui il Benevento vuole costruire le proprie certezze ma non è detto che nel corso del campionato non ci sarà spazio per i cambiamenti. Come

Baroni: «Lavoreremo con le due punte, ma avremo anche un sistema alternativo perché è impensabile lavorare su un solo modulo. Nella scorsa stagione di A soltanto Napoli, Sampdoria e Crotone hanno giocato sempre con lo stesso modulo».

 

Nel gioco immaginato da Baroni sarà in ogni caso fondamentale il contributo delle due punte. Il 4-4-2 le responsabilizza nel gioco spalle alla porta e nel set di movimenti, che dovrà essere articolato e più affiatato possibile. Nel precampionato si è visto un ampio ricorso a esche, tipico della scuola italiana, dove due giocatori si mettono sulla stessa traccia di passaggio per rendere ambigua la ricezione, spesso con un velo.

 

Per ora in rosa ci sono Puscas, Ceravolo e Coda, tre punte versatili, con caratteristiche simili, ma che non sembrano sufficienti ad affrontare la Serie A. Manca qualcosa sia in termini numerici che di qualità. Per questo si sta cercando di aggiungere alla rosa Iemmello, abile e tecnico nel gioco spalle alla porta e che nell’ultimo scorcio di campionato giocato con il Sassuolo ha dimostrato anche una certa confidenza con la porta (5 gol).

 

Al di là dei luoghi comuni, però, un centravanti da 10 gol è essenziale per qualsiasi salvezza e nessuno dei nomi citati sembra averli nelle corde, a meno che non si faccia davvero lo sforzo di

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Anche sugli esterni il Benevento sembra mancare di un po’ di creatività: D’Alessandro è un giocatore molto fisico ma piuttosto monodimensionale e impreciso (in Serie A ha una media del 50% di dribbling riusciti). Da qualche settimana stanno cercando di arrivare a Kishna, esterno della Lazio meno affidabile ma decisamente più estroso, buono per entrambe le fasce.

 

Al di là delle qualità individuali con cui il Benevento dovrà scendere a compromessi come ogni neopromossa, la salvezza passerà per l’organizzazione tattica, oltre che per l’intensità e la convinzione con cui questa verrà messa in pratica, pallone dopo pallone. Come ha dichiarato Baroni: «Voglio una squadra che badi molto alla densità, che deve restare corta e aggressiva. Nella fisicità, nella gamba, dobbiamo sopperire lavorando intensamente, mantenendo brevi le distanze tra reparti e giocatori, è lì che deve nascere il nostro campionato».

 

Affrontare un doppio salto di categoria senza rimanere scottati è un’impresa complicata, ma il pregio della squadra di Baroni è che sembra aver già compreso quanto lunga e tortuosa sarà la strada da percorrere. Se il vero saggio è colui che conosce i propri limiti, il primo mattoncino per la salvezza sembra essere già stato posto.

 



Il Benevento ha un grande impatto in Serie A: la squadra è corta e aggressiva e mette in difficoltà sul piano fisico qualsiasi avversario. I giocatori di maggiore qualità - Viola, Chibsah e Ciciretti - non risentono minimamente del salto di categoria e si affermano come rivelazioni del campionato. Già nel girone d’andata la squadra ottiene i punti che le permettono di guardare il resto del campionato con un bicchiere di Strega in mano.

 


La squadra è in ritardo nell’assorbire i nuovi concetti: i reparti rimangono slegati e il Benevento è tanto fragile in difesa quanto prevedibile in attacco. Ciciretti e Viola vengono divorati fisicamente dalla categoria, nessuno degli attaccanti in rosa riesce a segnare e il Benevento non trova davvero il modo per fare punti. A gennaio, col Benevento ultimo a due punti dalla Spal e a 10 dal quartultimo posto, Baroni - se ancora avrà la fortuna di restare in panchina - dirà che «La salvezza sembra un’impresa impossibile, ma la squadra ci proverà fino in fondo». Dal mercato di gennaio arriveranno attaccanti tipo Trotta e Cacia (0 e 2 gol totali).

 


I dubbi su Ciciretti sono quelli classici attorno a un fantasista brevilineo che ha fatto bene in Serie B ma che potrebbe venir malmenato dalla fisicità della Serie A. Lo scorso anno è stato discontinuo ma ha dimostrato di avere un piede sinistro fatato. Il sistema di Baroni lo responsabilizzerà molto, sia in fase di rifinitura che di definizione, quindi vale la pena scommetterci qualcosa. Altrimenti Viola, se siete di quelli che fanno le squadre anche sulla base dello stile.

 

 

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