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Elena Marinelli
Guida a Wimbledon: il femminile
29 giu 2015
29 giu 2015
Presentazione del torneo delle donne: favorite, outsider, derby italiani e il fascino dei Championships.
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Elena Marinelli
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Nel 2015, Serena Williams ha dimostrato di saper vincere in tutti i modi possibili: con determinazione a Melbourne a gennaio contro Maria Sharapova (6-3/7-6), con facilità a Miami a marzo contro Carla Suárez Navarro (6-2/6-0), con sofferenza e nonostante le condizioni fisiche precarie a Parigi a maggio contro Lucie Safarova (6-3/6-7/6-2).

 


Ci ha fatto capire che possiamo smettere di aspettare il momento in cui i suoi record e le sue vittorie si fermeranno, perché non c’è alcuna avvisaglia che possa succedere presto. Possiamo soltanto stare a vedere quale altro significato Serena riuscirà a dare al numero uno.


 

Avendo conquistato sia l’Australian Open sia il Roland Garros, Wimbledon è lo snodo centrale dell’anno sulla strada verso il Grande Slam, ma gli ostacoli principali sul cammino verso la finale potrebbero essere tre.

Il primo riguarda le sue condizioni fisiche non ottimali, in parte dovute all’infortunio al ginocchio che l’ha bloccata a Indian Wells quest’anno, in parte relative agli ultimi problemi di salute parigini.

Il secondo si lega al tabellone del torneo, che la vedrebbe impegnata contro la numero sette Ana Ivanovic ai quarti e la numero quattro Maria Sharapova in semifinale, dopo Venus Williams, sedicesima, agli ottavi. Se nei primi due casi si tratterebbe di fronteggiare tenniste di esperienza e di talento, etichettabile come ordinaria amministrazione pur mantenendo la guardia alta, contro la terza si tratta sempre di qualcosa d’altro, che a che fare con il passato, l’affetto, la famiglia e, in definitiva, se stessa. Quando Serena incontra Venus l’esito è niente affatto prevedibile e Venus, che non vince uno Slam dal 2008, quando ha battuto in finale sua sorella proprio a Wimbledon, è l’unica a esercitare un peso emotivo palpabile su di lei.

Il rapporto con questo torneo, infine, potrebbe essere il terzo ostacolo per Serena. Wimbledon è stato spesso la cartina di tornasole della sua condizione e della stagione: quasi sempre quando è stata in forma ha rimediato ottimi risultati, quando era in momenti poco brillanti ha ottenuto sconfitte premature.

 

 


In questo brevissimo video realizzato dal canale YouTube del torneo, i cinque match point di Serena Williams.


 



Petra Kvitova è la numero due del ranking WTA, posizione riconquistata dopo l’ultimo Roland Garros approfittando dei pessimi risultati di Simona Halep e Maria Sharapova. Fino a questo momento, il suo 2015 è stato molto particolare: inizia vincendo a fatica a Sydney il suo quindicesimo titolo contro Karolina Pliskova (7-6/7-6), poi prende una china discendente a partire dall’Australian Open, perdendo al terzo turno contro Madison Keys (6-4/7-5), attuale numero ventuno, e fino al torneo di Madrid non riesce a invertire la tendenza.

In Spagna, però, in semifinale batte 6-2/6-3 l’imbattuta Serena Williams e in finale liquida 6-1/6-2 Svetlana Kuznetsova: due vittorie nette che le hanno ridato fiducia da un lato e hanno confermato il suo recupero psico-fisico dall’altro.

Al Roland Garros torna a rimediare un brutto risultato perdendo 2-6/6-0/6-3 agli ottavi contro Timea Bacsinszky (attualmente numero quindici del ranking), che arriva in semifinale del torneo.

Aver vinto contro Serena Williams a Madrid ha acceso ulteriormente i riflettori su Petra Kvitova, perché quella partita, anche se non è stata seguita da altri risultati importanti, è stata automaticamente etichettata come “impresa” e ciò ha influito sulla crescita delle aspettative nei suoi confronti.

 

Ma Wimbledon è tutto un altro film.

Lo ha vinto nel 2011 e nel 2014: i suoi unici due Slam. Nel 2011 batte Maria Sharapova 6-3/6-4 e nel 2014 Eugenie Bouchard 6-3/6-0 in soli cinquantacinque minuti. Nonostante il medesimo risultato, la differenza è soprattutto mentale: nel 2011 Sharapova era favorita, l’anno scorso è stata lei a esserlo. Questo fattore, però, come ha detto lei stessa a

, non deve essere determinante quando si gioca ad alti livelli: «Lavorare sul lato mentale del gioco richiede molto tempo ed è un duro lavoro, ma mi ha aiutato a concentrarmi e rilassarmi durante le partite. Tutti sanno come colpire un dritto o un rovescio, quindi quando si arriva al livello più alto è la testa che decide i risultati. Per questo è importante davvero essere mentalmente forti».

 

 


Wimbledon l’aspetta, ed è tempo, per Petra Kvitova, di vincere per convincere e dimostrare di saper gestire l’onere della pressione che subiscono le campionesse.


 



 



Belinda Bencic, classe 1997, è numero ventidue del ranking WTA e ha vinto il primo titolo in carriera la settimana scorsa a Eastbourne, l’ultimo torneo di preparazione a Wimbledon, battendo in finale 6-4/4-6/6-0 Agnieszka Radwanska, finalista a Wimbledon nel 2012.

Durante la partita, la svizzera riesce a governare la fortuna e i lunghi palleggi, a chiudere i giochi al momento giusto. Il terzo set mette in mostra la sua qualità migliore: la capacità di combinare forza e tattica, perché Bencic riesce a conquistare la partita con la personalità e la mentalità delle grandi tenniste e il suo indiscutibile talento.

 

 


La svizzera ha una mentore d’eccezione: la connazionale Martina Hingis, attuale coach part-time a cui va uno dei ringraziamenti speciali per la vittoria a Eastbourne.


 

È pronta per affrontare il suo destino;

di sé: «Fin da piccola, sapevo che non avrei colpito la palla forte. Ma ho imparato come giocare in modo intelligente, e quando combini un buon servizio e colpi potenti con colpi intelligenti, penso sia un bene». Aveva appena vinto il Roland Garros juniores e di lì a due giorni avrebbe vinto il torneo di Wimbledon juniores, per poi raggiungere, poco più di un anno dopo, i quarti dello US Open “dei grandi”.

Belinda Bencic ha la giusta determinazione per poter riuscire al meglio anche a Wimbledon. La sua prima partita è con la semifinalista del 2010 Tsvetana Pironkova, ma aver incontrato una ex finalista a Eastbourne non l’ha minimamente impensierita.

Chi è riuscita a metterla davvero in difficoltà negli ultimi tempi è Camila Giorgi, che conquista il primo titolo in carriera proprio sull’erba, a 's-Hertogenbosch, in Olanda, dove in finale batte 7-5/6-3 proprio Belinda Bencic.

 

 


L’italiana riesce a contenere il gioco della svizzera, aggredendo gli spazi, mantenendo sia la precisione dei colpi, sia il controllo della partita. Non concede alcuna balla break, sfruttando invece le due a suo favore, e fa più punti dell’avversaria sulle ribattute.










A Parigi lo scorso maggio Simona Halep perde 7-5/6-1, una posizione nel ranking WTA, scendendo dal secondo al terzo posto, e la possibilità di fare la differenza.



Dopo un inizio d’anno promettente e una preparazione al Roland Garros piena di aspettative, Halep esce al secondo turno contro la numero cinquantaquattro Mirjana Lucic-Baroni, disputando una partita disastrosa sotto tutti gli aspetti.


 

È in un momento critico dell’anno: non è più la tennista da osservare, quella che può vincere. Se la terra era la superficie da cui partire per migliorare gioco e prerogative, a distanza di poche settimane tutto è capovolto e il nervosismo è diventato il suo compagno sui campi d’erba.

A Birmingham, un paio di settimane fa, esce ai quarti contro Kristina Mladenovic (2-6/6-0/7-6), attualmente numero trentasette del mondo, ed è notizia di pochi giorni fa la separazione dal suo allenatore Victor Ionita, con cui aveva iniziato a lavorare proprio per puntare al salto decisivo. In una intervista recente, Simona Halep  

di non aver saputo gestire la pressione del Roland Garros e di non nutrire, quindi, alcuna aspettativa nei confronti di Wimbledon, dove il suo cammino potrebbe vedere un primo incontro difficile con Sabine Lisicki agli ottavi di finale.

Simona Halep è una giocatrice di talento e questo autoridimensionamento potrebbe essere un modo per tranquillizzarsi e riprendere le redini del suo gioco e dell’umore, riuscendo magari a ottenere un buon risultato che faccia ben sperare per il proseguimento della stagione.

 



 

Sara Errani e Francesca Schiavone si incontrano al primo turno.

Tra di loro il bilancio è in parità: una vittoria a testa, entrambe ottenute sulla terra rossa di Madrid, Schiavone nel 2011 e Errani nel 2014. Al momento, però, la differenza di ranking fra le due è elevata – Sara è diciannovesima, Francesca ottantesima – come pure le motivazioni.

Errani vive un anno di transizione, in cui ha deciso di concentrarsi sulla carriera in singolare e di abbandonare il sodalizio con Roberta Vinci nel doppio, scelta che ha contribuito alla vittoria a Rio de Janeiro contro Anna Karolina Schmiedlova (7-6/6-1), sessantatreesima nel ranking, e al raggiungimento dei quarti di finale al Roland Garros.

Schiavone invece sta attraversando la fase finale della sua carriera, anche se sulle singole partite fa vedere sprazzi dell’antica classe, come nella recente battaglia contro Svetlana Kuznetsova al secondo turno del Roland Garros, vinta 10-8 al terzo set dopo quasi quattro ore di gioco.

 


Chi tra le due vincerà la prima partita potrebbe confrontarsi con Roberta Vinci, per un altro derby italiano, ed eventualmente incrociare il cammino di Venus Williams al terzo turno: un percorso tutt’altro che agevole.










Wimbledon ci ha abituato a momenti memorabili.

Solo negli ultimi dieci anni di tennis femminile, possiamo contarne almeno tre: del 2004 è la leggendaria vittoria di Maria Sharapova su Serena Williams, quando la giovane russa terminava il primo regno della già affermata statunitense. Degli anni 2005-2010 è il dominio delle sorelle Williams (fatta eccezione per la vittoria nel 2006 di Amélie Mauresmo), con Venus che ha vinto tre volte e Serena due. Nel 2013 Marion Bartoli vince il primo e unico Slam della sua carriera, per poi ritirarsi dopo circa un mese.

Promesse, destini traditi, grandi vittorie e altrettante sconfitte: bentornato Wimbledon.

 

 

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