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Emanuele Mongiardo
Giocatori che sono esistiti solo agli Europei
14 Jun 2024
14 Jun 2024
O almeno così ci sembrava.
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Emanuele Mongiardo
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IMAGO / Allstar
(foto) IMAGO / Allstar
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Per chi abita in piccole località di mare, da giugno il proprio paese inizia ad assumere connotati diversi. In giro si respira aria nuova, non solo grazie al clima ma soprattutto grazie alle persone. Una località di mare, da giugno, non è più solo la casa di chi vi risiede annualmente. Non è una questione di turismo, perché di turisti veri e propri, in posti del genere, non sempre se ne vedono. Si tratta soprattutto di figli di emigrati che ritornano nel paese dei loro genitori, oppure di famiglie che, senza legami di sangue, hanno scelto quel luogo come meta fissa delle loro vacanze e quindi vi ritornano di anno in anno, magari in affitto, sempre nella stessa casa. Si tratta di persone che nel tempo, per la simbiosi che sviluppano con il posto, finiscono per mischiarsi con gli autoctoni. Per chi, come me, abita in una località di mare che vive queste dinamiche, è sempre un piacere, di anno in anno, rivedere determinati volti. Non dev’essere per forza un amico o qualcuno di propria conoscenza. È il senso rassicurante di sapere che certe persone, di cui per undici mesi si dimentica l’esistenza, ad un certo punto dell’anno semplicemente compaiono e stanno al loro posto. È un po’ questa la differenza tra luoghi turistificati e luoghi che quella trasformazione – purtroppo o per fortuna, decidete voi – non riescono o non vogliono farla. Quando arrivano gli Europei accade qualcosa di simile, se mi permettete il parallelismo. Gli Europei non godono dello stesso clamore che accompagna i Mondiali. Hanno una cassa di risonanza più piccola e non trasmettono lo stesso senso di grandezza. Vale per il pubblico ma anche per i calciatori. Vincere un Mondiale significa entrare nella storia, vincere un Europeo non necessariamente. È difficile che la reputazione di un calciatore possa dipendere da un Europeo. Non è un torneo in grado di conferire grandezza, di quelli che spostano la percezione generale. Non lo è adesso, che con ventiquattro squadre si è trasformato in un piccolo Mondiale, figuriamoci quando le partecipanti erano sedici o addirittura otto (fino al 1992). È normale che sia così, trattandosi di un evento che esclude le grandi sudamericane e, in generale, molti dei migliori giocatori al mondo. In quanto competizione continentale, poi, agli Europei spesso riescono a partecipare Nazioni piccole, senza grande tradizione calcistica, che per il sistema di qualificazione vigente difficilmente sarebbero riuscite a qualificarsi per un Mondiale: è il caso di Albania, Macedonia del Nord e Georgia negli ultimi anni o della Lettonia a Euro 2004. C'è un’aria di maggior intimità intorno agli Europei. Lo conferma anche internet, dove è molto più difficile imbattersi in reperti di vecchi Europei rispetto a un qualsiasi Mondiale. Così come chi abita in località di mare durante l’inverno non pensa mai a chi verrà in vacanza da giugno in poi, per quattro anni, da appassionati di calcio, riponiamo nella soffitta della nostra mente gli Europei e i loro protagonisti. Poi all’improvviso inizia il torneo e in una partita qualsiasi dell’Ucraina ti imbatti in Andriy Yarmolenko, convinto che si fosse ritirato da almeno cinque stagioni. Allora inizi a pensare a tutta quella serie di giocatori che hanno reso unica questa competizione ma che magari avevamo rimosso. Yarmolenko è uno dei nomi che hanno ispirato questa riflessione. L’Ucraina è una delle possibili rivelazioni di Euro 2024, una Nazionale piena di giovani talenti: Mudryk e Sudakov i più reclamizzati, poi c'è il capocannoniere della Liga Dovbyk e il nuovo regista della Dinamo Kiev Brazhko. Chi tra di loro vestirà la gloriosa maglia numero sette, che una volta fu di Shevchenko? Esatto, ancora una volta lui, Yarmolenko. Esploso nella Dinamo Kiev e per anni considerato la più grande promessa del calcio ucraino, lontano da casa ha vissuto un paio di parentesi con Borussia Dortmund e West Ham di cui non si ricorda nessuno, forse nemmeno i tifosi di quelle stesse squadre. Eppure per oltre un decennio, ogni quattro anni, ha fatto parte delle nostre estati. Oggi Yarmolenko gioca di nuovo nella Dinamo Kiev, dove è tornato nel 2023. Rebrov, il CT, lo ha portato in Germania nonostante in inverno si sia operato al ginocchio. Yarmolenko sembrava fuori dal tempo già tre anni fa, a Euro 2020, quando era ancora titolare nell’Ucraina. Un’ala dal passo lento, un paradosso vero e proprio, quasi sghembo nella postura, e che però proprio per questo riusciva spesso ad ingannare i difensori. A Euro 2024 Yarmolenko sarà l’alfiere di quella categoria di giocatori che il nostro cervello assocerà sempre e solo agli Europei, un filone particolarmente nutrito di nomi dell’est. È un po’ una conseguenza dei grandi processi storici. Le dissoluzioni dell’URSS e della Jugoslavia hanno aumentato il numero degli stati ma anche quello delle Nazionali. Siccome ai Mondiali la quantità di posti riservato alle squadre UEFA è limitata, allora per certe selezioni diventa più facile qualificarsi agli Europei. Vale per l’Ucraina, ma anche per la Repubblica Ceca o per la Russia. Se Yarmolenko è il caso più recente, il caso più esemplare di giocatore che è sembrato esistere solo durante un Europeo è Milan Baroš. L’ex attaccante del Liverpool è stato capocannoniere di Euro 2004. Quella Repubblica Ceca era una squadra piena di grandi giocatori, arrivava in Portogallo come una delle favorite: Čech in porta, Jankulovski terzino sinistro, Nedved, Rosicky e Poborsky sulla trequarti, Šmícer dalla panchina. In avanti, insieme al gigante Jan Koller, l’altra punta era proprio Baroš, reduce da una stagione al Liverpool da 13 presenze e un gol in Premier League. Nonostante ciò, a quell’Europeo fu capace di realizzare 5 gol in 5 partite. Nella memoria collettiva rimarrà per sempre la vittoria per 3-2 sull’Olanda nella fase a gironi, una delle partite più spettacolari della storia della competizione. Baroš sembrava semplicemente troppo rapido per i difensori di Euro 2004, compreso Jaap Stam, a cui quel pomeriggio fece venire il mal di testa.

La Repubblica Ceca è stata eliminata in semifinale dalla Grecia con il silver goal di Dellas nel recupero del primo tempo supplementare, quando cioè il silver goal stava per scadere. Quelle tre settimane di giugno sono rimaste l’unico acuto della carriera di Baroš. La Nazionale avrebbe continuato a convocarlo, ma sempre con un ruolo secondario. Avrebbe partecipato a Euro 2008 e Euro 2012, ma non era più la sua Nazionale, e in Polonia e Ucraina aveva addirittura tagliato i capelli lunghi e bagnati che lo contraddistinguevano. Nella Russia, invece, il nome che assoceremo per sempre agli Europei è senza dubbio quello di Andrey Arshavin, una delle stelle di Euro 2008. Arshavin, però, ha avuto una carriera di alto livello coi club, tra la Coppa UEFA vinta con lo Zenit e gli anni all’Arsenal. Nel novero dei giocatori che devono la propria fama agli Europei, allora, doveroso citare la sua spalla, Roman Pavluychenko. Con tre reti, il numero nove della Russia chiuse da vicecapocannoniere l’edizione del 2008 dietro David Villa. Prima di quell’Europeo, l’attaccante non era considerato un titolare. Il centravanti della Russia era Kerzhakov. Poi, però, alcuni screzi convinsero Hiddink a lasciare fuori Kerzhakov dai convocati. Pavlyuchenko ebbe così l’occasione di giocare dall’inizio. La fiducia del CT venne pienamente ripagata. Pavlyuchenko segnò il gol che sancì il passaggio del girone contro la Svezia e aprì le marcature agli ottavi contro l’Olanda con una bella girata al volo. Col suo metro e ottantotto d’altezza, quell’estate era difficile da fermare per i difensori. Lui metteva i palloni a terra, poi Arshavin si incaricava di trasformarli in qualcosa di magico. Le grandi prestazioni in Austria e Svizzera gli valsero l’acquisto da parte del Tottenham, dove si ridusse a diventare riserva di Peter Crouch. La Russia non è stata la sola protagonista inaspettata di Euro 2008. La grande storia di quel torneo rimane senz’altro la Turchia, capace di sfiorare la finale in modo rocambolesco. La squadra di Fatih Terim poteva contare su giocatori di buon livello come Hamit Altintop, Emre Belözoglu e il ventenne Arda Turan. Gli uomini della provvidenza, però, erano Nihat Kahveci e Semih Sentürk. Sarebbe ingiusto relegare Nihat al ruolo di “giocatore da Europeo”, perché per anni è stato uno dei migliori attaccanti della Liga. Senza di lui, però, non sarebbe arrivata nessuna semifinale. All’ultima partita del girone, Turchia e Repubblica Ceca si giocavano la qualificazione nello scontro diretto. Arrivavano alla sfida con gli stessi punti (3), gli stessi gol fatti (2) e gli stessi subiti (3). In quell’edizione, in caso di parità di punteggio, di differenza reti e di gol fatti e subiti, erano previsti i rigori. Con un pareggio, quindi, Turchia e Repubblica Ceca sarebbero finite sul dischetto nonostante si trattasse ancora della fase a gironi. Quell’ipotesi, comunque, sembrava remota a metà secondo tempo, con la Repubblica Ceca avanti per 2-0. A un quarto d’ora dalla fine, però, Arda Turan aveva trovato il 2-1. All’87’, su un cross innocuo di Altintop, il pallone - l’infido Europass, antesignano del Jabulani - era scivolato dalle mani di un grande portiere come Petr Cech. Nihat si trovava lì quasi per caso ed era riuscito a pareggiare. Sembrava tutto scritto per consentire al pubblico di godersi per la prima volta i rigori durante una fase a gironi. E invece, all’89’, la difesa ceca era salita in maniera inopinata. Nihat aveva ricevuto sul filo del fuorigioco, controllando con una piroetta. Poi, dal limite dell’area, senza mai guardare la porta, aveva aperto il piattone e aveva calciato sul palo lontano: traversa-gol.

Ad aspettare la Turchia ai quarti di finale c’era la Croazia, una delle squadre più brillanti della fase a gironi, guidata dai giovani Modrić e Rakitić. La gara si era protratta fino ai supplementari e al 119’ la Croazia era riuscita a passare in vantaggio. Sembrava tutto finito. Dopo il gol l’arbitro aveva assegnato un minuto di recupero. Mentre scoccava il 121’, però, da un’ammucchiata sul limite dell’area la palla sbucava davanti al sinistro di Sentürk, che d’istinto aveva calciato al volo. 1-1, pareggio, con Bilić, il CT croato, infuriato col quarto uomo perché secondo lui il recupero era già scaduto. Ai rigori la Turchia avrebbe passato il turno: ironia della sorte, decisivi gli errori di Modrić e Rakitić, i futuri fuoriclasse della Croazia. La semifinale contro la Germania qualcuno di voi la ricorderà perché ad un certo punto il collegamento col St. Jakob-Park di Basilea era saltato e la RAI era stata costretta a mandare in onda, in televisione, la radiocronaca di Tutto il calcio minuto per minuto. La Turchia era passata in vantaggio, ma la Germania aveva saputo rimontare, complice un errore di Rüstü (Euro 2008 è stata un’edizione disastrosa per i portieri). A quattro minuti dal termine, però, ancora Sentürk aveva anticipato Lehmann sul primo palo e aveva mandato la sfida ai supplementari. Un gol di Lahm avrebbe regalato la finale alla Germania, ma il percorso della Turchia rimane nella storia della competizione. Sia per Nihat che per Sentürk quello in Austria e Svizzera è stato l’unico Europeo della carriera. Appartengono quindi a un’altra sottocategoria dei “giocatori che sono esistiti solo agli Europei”, ovvero quelli a cui è bastata solo un’edizione per legare il proprio nome al torneo. Negli Europei, il fattore sorpresa è più frequente rispetto al Mondiale. Per molto tempo si è pensato che il numero ristretto di squadre (sedici fino a dodici anni fa) ne favorisse l’aleatorietà. Così, magari, anche una comparsa come Andy Carroll poteva diventare un eroe per gli inglesi: ricorderete tutti che, dopo le prestazioni a Euro 2012, Galliani, alla disperata ricerca di un sostituto di Ibrahimović, sembrava volesse puntare su di lui per il Milan. Gli Europei, però, hanno continuato a sorprendere anche quando sono stati allargati a ventiquattro squadre. Lo dimostra la vittoria del Portogallo, ma anche il percorso di Nazionali come Danimarca e Galles. Così, trascinati dagli exploit delle loro squadre, i “one-hit wonder” hanno continuato a popolare gli Europei. Come non citare, allora, Hal Robson-Kanu, l’eroe inaspettato del Galles di Gareth Bale, che entrava e decideva le partite come Bill Murray nel bel mezzo della sfida tra Looney Tunes e Monstars. Alla prima giornata aveva segnato il gol del 2-1 contro la Slovacchia. Ai quarti di finale, il dribbling di tacco con cui aveva lasciato di sale Meunier e Fellaini prima di segnare il gol che avrebbe sancito la sconfitta del favoritissimo Belgio è stato l’apice della cavalcata del Galles a Euro 2016. Nella stessa edizione, in un Portogallo senza troppa qualità, João Mario si faceva dare il pallone e sembrava Seedorf. Nessuno può biasimare l’Inter per aver investito quasi 45 milioni su di lui, perché quell’estate sembrava valerli tutti. Un discorso a parte lo meritano i giovani, di cui è più facile infatuarsi nei tornei per Nazionali. Il compagno di reparto di João Mario, ad esempio, era Renato Sanches. Il portoghese non aveva nemmeno diciotto anni. Eppure sembrava un giocatore di un’altra categoria, per combinazione di fisico e tecnica. Lo sfortunato trasferimento al Bayern Monaco e una sterminata serie di infortuni ci hanno impedito di goderci quello che avrebbe dovuto essere uno dei più forti centrocampisti della sua generazione. L’ultimo ventenne di cui il pubblico si sia innamorato durante un Europeo è Mikkel Damsgaard. Con la Danimarca orfana di Eriksen, a Euro 2020 è stato lui a farsi carico di tutte le responsabilità creative della sua squadra. La punizione da quasi trenta metri con cui aveva dato alla Danimarca l’illusione di poter battere l’Inghilterra in semifinale in semifinale è stata il suggello sul suo torneo. Gli infortuni, purtroppo, ci hanno privato di un piede delicato come il suo. Oggi Damsgaard non sembra più un bambino, sta provando persino a coprire la stempiatura crescendo i capelli. Il pizzetto alla Kurt Cobain che si è lasciato crescere è un po’ il ritratto di come il suo talento sia invecchiato all’improvviso. Nonostante quest’anno abbia disputato meno di mille minuti, Hjulmand, il CT danese, ha deciso di convocarlo lo stesso. Ritrovarsi in un contesto in cui aveva successo lo aiuterà a recuperare fiducia? Come lui, in maniera inaspettata, in Germania ci sarà anche Marko Pjaca, che a Euro 2016 aveva fatto innamorare Milan e Juventus con i suoi dribbling. Nessuno dei nomi citati fino ad ora, però, riuscirà a legare il suo nome agli Europei come gli eroi della Grecia del 2004, forse la più grande favola del calcio contemporaneo a livello di Nazionali. L’uomo copertina di quella Nazionale era Aggelos Charisteas, attaccante di scorta del Werder Brema campione di Germania. Charisteas ha sempre segnato pochissimo in carriera, non è mai andato in doppia cifra. Nella rocciosa Grecia di Rehhagel, però, ha avuto la fortuna che i palloni decisivi baciassero la sua fronte. Chi invece rendeva viva quella squadra erano i centrocampisti, Karagounis e Katsouranis in particolare: riserva dell’Inter il primo, mediano dell’AEK il secondo. Karagounis e Katsouranis sono stati così importanti per il calcio greco che a Euro 2012, otto anni dopo il trionfo in Portogallo, c’erano ancora loro a tirare la carretta: un gol di Karagounis contro la Russia aveva persino permesso alla selezione ellenica di superare la fase a gironi. Ora che iniziano gli Europei è impossibile non chiedersi chi saranno i prossimi nomi che legheremo indissolubilmente a questa edizione. Tornei del genere si nutrono delle storie che riescono a creare e le comparse, in un certo senso, diventano anche più importanti dei grandi campioni.

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