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Flavio Fusi
Fuori troppo presto?
26 Feb 2016
26 Feb 2016
In Europa League resta solo la Lazio. Napoli e Fiorentina escono tra i rimpianti.
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Flavio Fusi
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Il pareggio 1-1 dell’Ali Sami Yen concedeva alla Lazio di giocare per due risultati su tre: la squadra di Pioli non si è presa grossa rischi, specie nella prima metà di gara, ma nel secondo tempo ha fatto valere la propria superiorità tecnico-tattica sugli avversari, segnando tre reti e conquistando la qualificazione agli ottavi.

 

Pioli ha riproposto dieci undicesimi della formazione di Istanbul: l’unico avvicendamento è stato quello tra Hoedt e Bisevac. Quindi davanti a Marchetti, difesa a quattro con il serbo e Mauricio centrali e con Konko e Radu sulle corsie. Biglia ha agito come al solito da centrocampista arretrato con Parolo sul centro-sinistra e Milinkovic-Savic sul centro-destra. In attacco Matri da punta centrale, Felipe Anderson a destra ma con libertà di accentrarsi e Lulic a sinistra. Candreva ha dunque cominciato in panchina per la terza volta nelle ultime quattro partite.

 

Anche Denizli, come il collega biancoceleste, ha operato un solo cambio di uomini rispetto all’andata, con Otzekin, un trequartista, al posto di Günter, un centrale difensivo. Vista la diversità dei ruoli dei due il 4-2-3-1 dei turchi ha cambiato nettamente fisionomia: Chedjou è scalato in difesa accanto a Balta, con Denayer a destra e Carole a sinistra. Di conseguenza Inan è a sua volta scalato, agendo di fianco a Donk in mezzo al campo. Nel trio di trequartisti dietro a Podolski, Sarioğlu a destra, Otzekin a sinistra e Sneijder centrale hanno completato il domino nella formazione dei turchi.

 

Il primo tempo è stato caratterizzato dalla pressione portata da entrambe le squadre che, supportate da due linee difensive relativamente alte, cercavano perlomeno di disturbare la fase di costruzione dell’avversario.

 

Nel Galtasaray Sneijder supportava Podolski nel pressing, con i due trequartisti larghi che entravano in gioco quando i centrali si appoggiavano sul terzino di competenza, con Biglia che rimaneva davanti alla difesa, senza abbassarsi in mezzo ai difensori. Questa prima linea difensiva degli ospiti non si è dimostrata un grosso ostacolo per la Lazio, che quando non riusciva ad uscire palla a terra poteva anche sfruttare le abilità aeree di Milinkovic-Savic, che infatti da solo ha vinto un terzo dei contrasti aerei della Lazio, 6.

 


Un esempio del poco coordinato pressing del Galatasaray. Con palla a Bisevac, Podolski si porta su Mauricio. Sneijder tenta di chiudere il centrale della Lazio, che riesce a servire Konko. Otzekin è in ritardo sul francese che può passare a Anderson e completare quindi l’uscita.


 

La strategia di pressing di Pioli prevedeva invece che una delle due mezzali (di solito Parolo visto che poteva contare sulla copertura di Lulic) si unisse a Matri nel pressare i due centrali del Galatasaray, mentre i due esterni offensivi rimanevano più bassi, per controllare da vicino i terzini avversari sempre relativamente alti. L’altra mezzala aveva il compito di seguire Inan quando veniva incontro ai compagni a ricevere palla, mentre Biglia di fatto marcava Sneijder a uomo. Il due contro due che si creava fin dalla trequarti dei turchi ha causato sicuramente diversi problemi al Galatasaray: la manovra della squadra di Denizli risultava lenta e prevedibile fin dall’origine. Probabilmente i due centrali avrebbero beneficiato dell’abbassamento di Inan a formare una linea a tre: questo accorgimento avrebbe contribuito a stabilizzare il possesso oltre che a renderlo più fluido e avrebbe creato fin da subito superiorità numerica, visto che molto probabilmente perlomeno uno dei due interni della Lazio sarebbe rimasto più basso per non lasciare sguarnito il centro del campo, anche alla luce del delicato compito di Biglia.

 


Ogni giocatore della Lazio ha un avversario come riferimento. Qui Matri è su Balta, Milinkovic segue il movimento a venire incontro di Inan, Anderson è su Carole che è rimasto basso, mentre Parolo si alza sul portatore di palla Chedjou. Anche Biglia è fuori dalla sua posizione tipica, visto che marca a uomo Sneijder.


 

La scelta di marcare a uomo Sneijder può dirsi tranquillamente riuscita, anche se più per il farraginoso sviluppo di gioco degli ospiti che per la bontà della mossa stessa. L’olandese non ha creato occasioni e ha effettuato due tiri sui sei totali del Gala: uno da fuori e uno su punizione. Per larghi tratti del match ha giocato lontano dalla porta, sia perché era costretto a venirsi a prendere il pallone basso per supportare Inan, sia perché tendeva ad allargarsi sulla sinistra, scambiandosi di posizione con Otzekin, che a sua volta prendeva il posto di Podolski quando il tedesco si allargava. Questi movimenti spesso trascinavano Biglia fuori posizione e aprivano spazio davanti alla difesa: una squadra con più idee avrebbe potuto trarre notevole vantaggio da questa situazione, a cui Pioli ha poi in parte rimediato alleviando la marcatura del suo regista sul trequartista avversario grazie al supporto degli interni che hanno cominciato a scalare sull’ex campione d’Europa.

 

Anche la Lazio ha avuto qualche problema nel rendersi pericolosa nel primo tempo, poiché sia Parolo che Milinkovic-Savic tendevano ad attaccare la profondità davanti a loro piuttosto che proporsi per ricevere palla da Biglia per proseguire la manovra. In ogni caso il serbo è stato tra i più pericolosi fin dal primo tempo, approfittando dei movimenti ad accentrarsi di Anderson per trovare spazio sul centro-destra.

 

La Lazio ha ricominciato il secondo tempo con un atteggiamento troppo passivo. È vero che lo 0-0 avrebbe qualificato i biancocelesti, ma il blocco basso con poca o nulla pressione con cui gli uomini di Pioli sono scesi in campo nella ripresa (la stessa situazione, appena dopo il 2-0, ha permesso al Galatasaray di accorciare immediatamente le distanze) ha determinato il momento più difficile della partita, concluso solo al momento del gol di Parolo giunto sugli sviluppi di calcio d’angolo.

 

Una volta sbloccata la partita, il Galatasaray ha se possibile mostrato ancora più limiti visto che la squadra, che già tendeva ad allungarsi, si è definitivamente sfaldata. Negli spazi aperti alle spalle del centrocampo ha sguazzato Candreva, che dopo essere subentrato a Lulic, ha definitivamente spaccato la partita, costruendo da solo il gol del 2-0.

 


In occasione del gol del 3-0, Candreva attacca l’enorme spazio tra centrocampo e difesa dopo il superamento del pressing turco, prendendo alle spalle anche il terzino destro Denayer.


 

La terza rete, il primo gol della stagione di Miroslav Klose, è dipeso dalla grave incomprensione tra Chedjou e Denayer che in pratica si sono marcati a vicenda, lasciando completamente libero il tedesco. Nel mezzo il black-out della linea difensiva biancoceleste che ha determinato il gol di Otzekin.

 

La Lazio ha mostrato nuovamente il suo volto migliore, quello visto in Europa League dove non solo è imbattuta, ma anche ha segnato sempre tre gol nelle partite casalinghe. La qualificazione all’Europa League in campionato sembra una missione quasi impossibile ed è quindi probabile che la Lazio continui ad affrontare questa competizione al cento per cento delle proprie possibilità. È vero che la squadra di Pioli è lontana sei partite dalla finale, ma a questo punto e dopo aver pescato lo Sparta Praga agli ottavi, non provare con convinzione ad arrivare in fondo sarebbe un vero e proprio delitto.

 





 

Fiorentina e Tottenham sono arrivate alla gara di ritorno dei sedicesimi di Europa League con stati d’animo specularmente opposti, almeno in apparenza: da una parte Paulo Sousa: agitato e irrequieto a pochi metri dal campo, che ha schierato il 3-4-2-1 titolare (Tatarusanu dietro a Tomovic, Rodriguez e Astori, più Bernardeschi e Alonso a fare da esterni a tutto campo, Vecino e Badelj davanti alla difesa e la coppia Ilicic -Borja Valero a supportare Kalinic); dall'altra Pochettino, calmo e sempre seduto in panchina, che ha tenuto una buona fetta di squadra titolare a riposo, complici anche i diversi infortuni (Trippier e Davies hanno preso il posto di Rose e Walker, in mediana Mason ha fatto il Dembelé, mentre davanti Chadli ha sostituito Kane).

 

Nonostante ciò, è stata la squadra inglese a imporre il proprio ritmo fin da subito, con un pressing organizzato e intensissimo sul primo possesso viola, volto a restringere il campo intorno al pallone non appena andava sugli esterni. Gli uomini di Sousa si sono quindi ritrovati in grande difficoltà in uno dei loro punti forti: la costruzione del possesso basso, e non sono riusciti quasi mai a portare il pallone nella trequarti avversaria in maniera pulita. E una conseguenza indiretta delle difficoltà della Fiorentina è stato l'abbassamento di Kalinic (forse l’unico che è riuscito a tenere il livello di atletismo della gara mettendo ripetutamente in difficoltà i due centrali del Tottenham)  per dare una linea di passaggio in più all’impostazione dei tre centrali.

 


La “gabbia” creata dal Tottenham sugli esterni. Bernardeschi non ha linee di passaggio praticabili (a parte quella quasi impossibile per Astori, libero in alto a destra) e Lamela gli ha chiuso il retropassaggio per Tomovic. Lo spazio si restringe intorno al pallone e l’esterno viola non può far altro che rifugiarsi in fallo laterale.


 

E nonostante le buone intenzioni, la Fiorentina  non è riuscita neanche a rispondere occhio per occhio: il pressing alto dei viola veniva disinnescato in maniera abbastanza elementare dalla salida lavolpiana di Dier tra i due centrali e l’abbassamento di uno dei tre trequartisti in mediana (di solito Eriksen). Ma in fase di non possesso hanno pesato anche le incertezze di Vecino, Badelj e Borja Valero, che hanno letto sempre in ritardo le coperture lasciando Kalinic e Ilicic in continua inferiorità numerica.

 


La grande organizzazione tattica del Tottenham in possesso basso. Dier si abbassa inizialmente tra i due centrali mentre Mason è libero di svariare su tutta la mediana per offrire una linea di passaggio semplice ai difensori. Nel frattempo Eriksen si abbassa per aiutare ulteriormente la manovra. I giocatori della Fiorentina rimangono passivi. Da notare poi l’indecisione tra Valero e Badelj sulla copertura di Eriksen: inizialmente ci va Valero, che poi però viene attirato dalla salita di Dier. Il risultato comunque è che Wimmer è totalmente libero di gestire il primo possesso.


 

Più in generale, il centrocampo della Fiorentina è stato sopraffatto atleticamente da quello del Tottenham. Mason e Dier hanno soffocato la creatività di Vecino e Badelj, costretti a passaggi sicuri in orizzontale o all’indietro. I due registi viola non sono praticamente mai riusciti né a trovare Valero e Ilicic tra le linee (anche loro comunque in grossa difficoltà fisica), né a raggiungere Alonso e Bernardeschi sugli esterni, molte volte lasciati totalmente liberi dall’estrema compattezza orizzontale del Tottenham che tradizionalmente preferisce concentrarsi nella zona del pallone scoprendo il lato debole.

 


La libertà di Marcos Alonso sulla sinistra. Il Tottenham stringe tantissimo sul pallone e lascia il lato debole totalmente scoperto. Bernardeschi riesce a cambiare gioco per lo spagnolo che però si accentrerà mettendo dentro un cross poco pericoloso.


 

Anche in fase difensiva, Vecino e Badelj non sono riusciti mai ad assorbire gli inserimenti di Mason (che puntualmente si staccava dalla linea mediana per trasferirsi sulla trequarti) e Alli, che in due hanno costretto i tre centrali della Fiorentina ad uscire dalle proprie posizioni, scoprendosi agli inserimenti degli ottimi Lamela e Eriksen (encomiabili anche in fase difensiva). Proprio i primi due gol del Tottenham sono nati da iniziative dei due centrocampisti inglesi che hanno sfruttato

l’enorme differenzia tra il loro dinamismo e quello del centrocampo viola.

 


L’azione del primo gol del Tottenham. L’inserimento di Mason non viene seguito né da Vecino né da Badelj, mentre i tre centrali tengono sotto controllo a fatica i movimenti di Lamela, Chadli e Alli.


 

Non solo la prestazione atletica, ma anche quella tecnica della Fiorentina non è stata all’altezza di quella del Tottenham. Le poche volte che la squadra di Sousa è riuscita ad arrivare alla trequarti avversaria in maniera pulita, le scelte sono state frettolose e avventate: Alonso e Bernardeschi, per fare un esempio, hanno tentato ripetutamente di accentrarsi per cercare la giocata individuale, scontrandosi contro il muro avversario, anziché mantenere l’ampiezza e cercare maggiore dialogo con i compagni. Anche Borja Valero e Ilicic (ancora non al meglio della condizione) non sono mai riusciti a trovare tempo e spazio per l’ultimo passaggio.

 

In definitiva, la Fiorentina non è quasi mai riuscita a prendere in contro-tempo il Tottenham attraverso un'azione manovrata, ed è paradossale se pensiamo che questo dovrebbe essere uno dei punti forti della squadra di Sousa. I “Viola” sono riusciti a creare occasioni potenzialmente pericolose solo attraverso transizioni veloci da situazioni di calcio d’angolo avversario. Che poi hanno sprecato per l’imprecisione nelle ultime scelte.

 


Bernardeschi sbaglia un assist relativamente semplice per Kalinic. Una delle tante scelte tecniche sbagliate dalla Fiorentina


 

La Fiorentina ha l’alibi di aver incontrato una delle squadre al momento più in forma in Europa che, nonostante la mancanza di molti titolari, ha dimostrato una sostanziale superiorità  nell’arco dei 180 minuti. I rimpianti, però, non mancano: quelli di Sousa, in primo luogo, che ha “risparmiato” molti titolari all’andata per poi tentare di recuperare al ritorno. E quelli dei giocatori, infine, per aver sbagliato scelte semplici in momenti importanti che avrebbero potuto cambiare il corso della partita.

 

Adesso rimane il terzo posto da difendere. E anche se in Serie A non c’è il Tottenham, non vuol dire che la concorrenza sia meno agguerrita.

 





 

Il percorso a tappe “Juventus-Villarreal-Milan-Villarreal” era facilmente individuabile come la fase cruciale della grande stagione del Napoli, la grande salita che avrebbe potuto lasciare a fondo valle la squadra di Sarri o lanciarla nella corsa al campionato e all’Europa League, sfuggita curiosamente negli ultimi due anni con un identico risultato: 1-0 in trasferta all’andata, 1-1 in casa al ritorno. È andata male, ma il Napoli ha sempre giocato bene e col piglio della grande squadra, i risultati sono stati indirizzati da episodi negativi e da una generale incapacità di spaventare l’avversario: controllare il gioco e muovere molto il pallone è un approccio che ha tantissimi pregi e l’unico difetto di esaltare proprio avversari come (sfortuna ha voluto) Juventus, Milan e Villarreal. Tutte e tre hanno giocato con grande sicurezza nei propri mezzi e con la convinzione che una buona organizzazione difensiva avrebbe portato al risultato sperato. A ragione.

 

Il Villarreal al ritorno ha scelto di mantenere la superiorità in zona centrale con il suo canonico 4-4-2, due linee rigide e ordinatissime nello scorrere da un lato all’altro, con le ali disposte a un enorme sacrificio sia nel ripiego difensivo che nei tagli centrali per facilitare il possesso, e gli attaccanti a muoversi e a difendere un po’ ovunque (soprattutto Soldado, nel secondo tempo quasi un centrocampista aggiunto). I due princìpi del gioco della squadra di Marcelino, controllo basso del pallone e improvvisi lanci lunghi sulla fascia opposta, sono facilmente rintracciabili nelle percentuali di passaggio dei due mediani (93% Pina, 89% Soriano) e dei due terzini (58% Mario Gaspar, 72% Jaume Costa). Alla fine la pericolosità è stata scarsissima, Reina ha effettuato una bella parata al quindicesimo e nessun’altra.

 

Il Napoli non ha mai avuto difficoltà a sviluppare il gioco sulle fasce, e ha gestito bene l’unica zona del campo in cui la squadra di Marcelino concedeva superiorità numerica: il 3 contro 2 sulle catene laterali. Il problema è stato ricavarne qualcosa. Il dato numerico è abbastanza clamoroso e conferma l’impressione di loop infinito che si aveva guardando la partita: il Napoli ha effettuato 41 (!) cross, il Villarreal 9.

 


Una delle tante occasioni. Il movimento di Insigne libera Strinic in corsa, Higuaín riesce anche a giocare d’anticipo sui centrali avversari, ma il terzino croato aveva un’altra idea (e non si capisce quale).


 

Su Higuaín ha già detto tutto benissimo Sarri: «Se fa così rumore perché non segna per 15 giorni, vuol dire che è davvero un fuoriclasse». Come dimostra l’immagine qui sopra, l’impercettibile distanza tra una buona occasione e un vero gol vale anche e soprattutto per il Pipita. Higuaín ha toccato 26 palloni di cui solo 6 in area, peggio ha fatto Gabbiadini in 15 minuti, solo 3 tocchi lontanissimi dall’area. Il che dimostra la difficoltà che qualunque attaccante avrebbe incontrato ieri contro Musacchio e Ruiz.

 

Il gol del Napoli è figlio dell’unica occasione (o una delle poche) in cui difesa e centrocampo del Villarreal non si sono mossi in perfetta coordinazione: c’è un lancio lungo del solito Valdifiori apparentemente regalato alla difesa, e il centrocampo è un po’ pigro nell’indietreggiare, però la risposta di Ruiz è imperfetta e in quello spazio ci si infila con ammirevole tempismo Hamsik, che soprattutto segna un gran gol. Il tiro al volo schiacciato sul terreno è una gemma in una partita che ne ha ribadito, qualora fosse necessario, lo status di leader tecnico e morale di questo Napoli. 101 passaggi effettuati, più di chiunque altro sul terreno, con il 90% di precisione e 4 passaggi chiave. Riferimento costante della manovra, brillante nelle letture e preciso nell’esecuzione.

 

Anche il possesso palla del Napoli, 66.2%, si è dimostrato di grande qualità e lo sottolinea anche l’enorme cifra di 732 passaggi contro i 327 degli spagnoli, con il 90% di precisione contro il loro 69%. Soprattutto era un possesso ben organizzato: quando stringeva Insigne (o Mertens) si allargava Hamsik, e addirittura Valdifiori avanzava a coprire la zona di Hamsik, con i terzini sempre pronti nella sovrapposizione. Gran partita quella del regista azzurro, 6 passaggi chiave, quanto quelli dell’intero Villarreal.

 

A tratti il Napoli ha provato a sorprendere il Villarreal verticalizzando, senza riuscirci un po’ per demeriti propri, un po’ per meriti altrui. È mancata forse la determinazione per farlo sistematicamente, con un gioco radicalmente diretto che potesse sistematicamente mettere in crisi lo scacchiere di Marcelino. Ad esempio, Insigne ha sempre ricevuto palla sopra il centrocampo spagnolo, mai tra le linee, per poi provare a superare lo schermo del Villarreal con un filtrante o una triangolazione. Il Napoli è stato impeccabile per struttura posizionale e fluidità, non è stato mai pericoloso solo perché gli spagnoli sono riusciti a rendere in ogni singola azione troppo difficili le soluzioni verso la porta.

 



 

Uno dei tanti esempi di errori millimetrici. Un cambio di gioco delizioso di Valdifiori sorprende gli spagnoli sul lato debole. Il passaggio di Mertens non lancia Hamsik in porta per pochissimo.


 

Al Napoli non è mancato neanche il coraggio di rischiarle, semplicemente la precisione o la lucidità nel passaggio, nell’aggancio, nell’inserimento. Due squadre coordinate, concentrate e aggressive come Napoli e Villarreal spingono costantemente l’avversario alla ricerca della perfezione, fanno apparire l’allineamento dei pianeti come unica strada possibile per trovare la porta.

 

Un po’ di perfezione e un po’ di allineamento dei pianeti sono facilmente rintracciabili nella punizione di Suárez che ha deciso la gara del Madrigal e nel cross di Pina che Reina ha potuto solo seguire con lo sguardo, come un aereo tra i palazzi. In fondo lo stesso discorso vale per il tiro di Hamsik. Sarri ha detto: «Siamo in un momento in cui non chiediamo la fortuna ma che almeno la sfortuna guardi altrove», ed è vero. E se è vero il motto per cui dopo una salita c’è sempre una discesa, i pianeti saranno più benevoli. I limiti di rosa non devono influire sul giudizio per un'altra, l'ennesima, bella prestazione del Napoli.

 

 

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