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Daniele Manusia

Godiamoci l’ultimo Banega

Contro la Roma un'altra prestazione sontuosa.

Ho visto giocare Ever Banega una sola volta dal vivo, nella sua stagione interista, all’Olimpico contro la Roma. Era l’ottobre di quattro anni fa, la Roma ha vinto 2-1 e sembrano passate diverse ere calcistiche da quel giorno. Sulla panchina dell’Inter c’era ancora (per poco) Frank de Boer, sull’altra Luciano Spalletti. I capitani erano Icardi e De Rossi. L’Olimpico ruggiva quando Salah veniva lanciato in campo aperto, in porta la Roma aveva Szczesny, con Alisson in panchina. La continuità – l’identità? –  di entrambe le squadre passa da Dzeko e Handanovic, ma anche da Bruno Peres e Candreva, che nonostante tutto sono ancora lì. 

 

Quel giorno Banega ha preso un palo con un tiro da venticinque metri che sembrava un missile intelligente, la palla che viaggia dritta a mezz’aria ruotando su stessa con l’armonia dei modellini spaziali di 2001 Odissea nello spazio, nei replay avrebbero potuto montare il valzer di Strauss; poco dopo, con uno splendido filtrante che dalla trequarti di campo ha messo Ansaldi direttamente a pochi passi dalla porta. Quella sera contro la Roma ha segnato il suo primo gol in Serie A: prima triangola con Icardi al limite dell’area, poi mettendo giù la palla di ritorno e manda a vuoto De Rossi fintando con il destro, infine chiude il sinistro sul primo palo, vedendo o intuendo il movimento del portiere verso il secondo. 

 

Queste tre giocate si trovano negli highlights della partita manella mia memoria è impressa in modo ancora più forte la sensazione che mi dava il modo in cui Banega toccava la palla. Una sensazione che si può avere solo dal vivo, condividendo lo stesso spazio fisico, percependo il rumore della palla quando viene calciata per come il rumore stesso viene propagato dall’aria, e non convertito in informazioni e tradotto in un suono digitale. Non penso di dire niente di nuovo, ma in questo periodo in cui il calcio esiste senza pubblico va ricordato che vedere i calciatori dal vivo non è la stessa cosa che vederli in TV; e vedere i giocatori più grandi, almeno una volta nella propria vita, è un ricordo indelebile. 

 

Io ho avuto la fortuna di vedere Messi (non in una delle sue giornate migliori), Cristiano Ronaldo (in momenti diversi della sua carriera), Ibrahimovic, Xabi Alonso, Pogba, Figo, Thierry Henry; ovviamente Totti, Del Piero, Javier Zanetti, Veron, Stankovic, Signori e altre leggende del calcio italiano di un paio di decenni fa che ricordo ancora e ricorderò per sempre. Quello di Banega, del modo in cui spostava il pallone verso l’esterno per tenere l’avversario alle spalle, o se lo faceva passare sotto le gambe per girarsi all’indietro, i suoi passaggi forti ma al tempo stesso precisi, che sembravano controllarsi da soli, i tocchi di suola, i rallentamenti e le conduzioni mai velocissime in cui portava palla in mezzo a due o tre avversari, è un ricordo che conservo nello stesso cassetto della memoria in cui tengo quelli dei grandissimi calciatori citati sopra (aggiungo anche Payet).

 

Ieri sera, in Europa League, di nuovo contro la Roma, Ever Banega ha ravvivato questa memoria, con una partita sublime e, a suo modo, dominante. È stato il giocatore a toccare più palloni in campo (più di 100: da solo ha avuto quasi il 10% del possesso palla) con una precisione nei passaggi tra le più alte (87%); è stato quello a effettuare più dribbling (8) e ha toccato palla praticamente in tutta la metà campo offensiva del Siviglia. Abbassandosi talvolta nello spazio lasciato dal terzino sinistro per prendere palla dai difensori, più spesso rendendosi utile come scarico sicuro all’indietro per i giocatori più offensivi. 

 

Banega è stato fondamentale sia nei collegamenti brevi che nei campi di campo che rendono efficace l’attacco in ampiezza di Lopetegui, rafforzando i possessi su entrambi i lati con l’esterno e il terzino (Navas-Suso a destra, Reguilon-Ocampos dall’altra). Da un suo cambio di campo, ad esempio, è nato il gol del vantaggio di Reguilon. Banega aveva ricevuto palla sull’esterno destro, con la Roma già schierata con la difesa a 5 sulla trequarti e Mkhitaryan che stava ripiegando su di lui. Avrebbe potuto provare una palla alta dietro la difesa della Roma, cercando En-Nesyri sul filo del fuorigioco, oppure avrebbe potuto scambiare corto con Suso e Navas, ma la Roma era in superiorità 4 contro 3 su quel lato. Allora si è girato, con un dribbling di tacco da torero che sventola la muleta in faccia al toro, e ha cambiato campo di sinistro, sul terzino dalla parte opposta rimasto larghissimo proprio in attesa di un cambio di questo tipo. 

 

Poi d’accordo, la Roma è una squadra fragile ed è bastato questo cambio a mandare in pezzi una difesa che non pressa ma che, in teoria, dovrebbe avere quanto meno il vantaggio di coprire l’ampiezza.  

 

Sembra l’altro ieri che Banega era uno dei talenti nati a Rosario (un milione di abitanti, la maggior parte dei quali trequartisti) da cui aspettarsi grandi cose, soprattutto dopo che ha vinto la Libertadores con il Boca e poi il Mondiale Under 20 e l’oro olimpico con l’Argentina. Invece sono passati 13 anni e, adesso che lui ne ha 32, è già al suo ultimo anno in Europa (la prossima stagione giocherà in Arabia Saudita). Prima di farlo potrebbe vincere la sua terza Europa League e consolidare così la memoria collettiva, ma difficilmente potremo dire di aver visto Banega sfruttare al massimo il suo potenziale. Che sia stata anche colpa sua è sicuro, parlo di quegli anni poco “professionali” in cui è stato ripreso con il frigo pieno di birra (e senza cibo) e poi è riuscito a infortunarsi alla caviglia dimenticando di mettere il freno a mano per fare benzina. Ma la nostra parte, in quanto spettatori, appassionati, critici, o quello che volete voi, consiste nel tenere conto dei risultati e al tempo stesso del suo talento cristallino.

 

Potenzialmente, ci sono ancora tre partite per ammirarlo in un contesto competitivo (più competitivo, probabilmente, di quello creato dalla Roma) e non voglio dire che siano come le partite del Mondiale 2006 di Zidane, quando aveva annunciato il ritiro a fine torneo prima che iniziasse, ma un occhio particolare secondo me lo merita. 

 

Banega è uno dei pochissimi giocatori a cui è impossibile togliere la palla, che è inutile pressare. Senza una grande forza fisica, solo grazie al controllo del pallone e al gioco di bacino, gira da una parte e dell’altra finché l’avversario desiste. Contro la Roma ha girato intorno a Zaniolo un paio di volte nel primo tempo, ha scherzato con un sombrero Carles Perez nel secondo. Con il Siviglia in vantaggio di due gol sembrava provasse gusto ad attirare su di sé la pressione e il nervosismo sempre maggiore dei romanisti, prevedendo e accompagnando i falli per non farsi male. 

 

Al cinquasettesimo controlla un passaggio di Ocampos al limite dell’area e chiude il triangolo con un cucchiaio che Ocampos esalta calciando in mezza rovesciata (più bello che effettivamente pericoloso). 

 

Tre minuti dopo si abbassa fino alla difesa e sembra quasi allungarsi la palla apposta per attirare il pressing di Pellegrini, che gli scivola addosso ma un attimo dopo che Banega ha usato Fernando come muro per passargli dietro e lanciare in profondità El-Nesyri con un filtrante rasoterra. 

 

Al settantesimo spezza il raddoppio di Kolarov e Cristante sulla fascia dribblando il primo all’indietro e il secondo in avanti.

 

Al settantanovesimo slalomeggia tra le gambe tese di Pellegrini e Perez, poi si libera della palla di esterno destro un attimo prima che Mancini lo schiacci contro Vilar. 

 

Al novantesimo prende una traversa su punizione, che sarebbe stata la ciliegina su una prestazione esemplare. Di quelle che se il calcio fosse materia di studio universitaria verrebbero proiettate in aula. 

 

Banega è stato superiore a qualsiasi altro giocatore in campo sia sul piano della tattica individuale che su quello tecnico. Il suo fascino resta principalmente quello di un giocatore fatto d’aria, che si sposta per il campo lentamente ma come se fosse sospeso, su un tappeto volante, imprevedibile anche da fermo e sempre in controllo del pallone e dello sviluppo dell’azione. Il suo tocco in TV non rende, bisogna fare caso a come la palla non si allontani mai troppo dal suo piede, a come a volte il suo scarpino sembri aderire totalmente alla superficie esterna della sfera, risucchiandola come una ventosa. Il suo fascino è quello di un giocatore che può permettersi di giocare anche fuori forma. 

 

La qualità di giocatori come Banega è forse anacronistica, poco adatta al calcio su schermo (specie se lo schermo è un telefonino) ma la quantità di giocate di cui arricchisce una partita come quella di ieri dovrebbe colpire anche l’osservatore più pigro. Poi la memoria di ognuno di noi funziona in modo diverso e non sta certo a me dare un giudizio definitivo sulla sua carriera. So solo che ricorderò Ever Banega per queste due partite giocate contro la Roma a distanza di quattro anni in cui la sua classe lo separa da tutti gli altri giocatori in campo, mettendolo su un piano totalmente diverso. 

 

Daniele Manusia, direttore e cofondatore dell'Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto: "Cantona. Come è diventato leggenda" (Add, 2013) e "Daniele De Rossi o dell'amore reciproco" (66th & 2nd, 2020).