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Emanuele Atturo
Davanti al dolore di Eriksen
14 giu 2021
14 giu 2021
Un momento che non dimenticheremo, e che meritava maggiore sensibilità da parte dei media.
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Emanuele Atturo
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Col senno di poi, persino i momenti di normale frugalità subito precedenti al dramma, hanno acquistato una loro oscurità. Il verde smeraldo del prato, i giocatori che si muovono verso la linea laterale per battere una semplice rimessa. La grammatica visiva a cui siamo abituati e che ha sempre un effetto rassicurante, una volta che siamo a conoscenza di quello che sta per accadere, vibra di una strana tensione, come in quelle scene dei film di Lynch in cui il massimamente perturbante arriva a corrompere il perfettamente normale. Poi la rimessa viene battuta, e il corpo di Eriksen - che siamo abituati a vedere muoversi in maniera tattile e armonica in rapporto al pallone - perde i sensi, trasformandosi in una semplice superficie materiale su cui la sfera va a sbattere. Vediamo cadere i giocatori centinaia di volte, ma mai così, mai senza più alcuna resistenza alla gravità. Poi ci sono i brevi momenti in cui i compagni e l’arbitro devono rendersi conto di essere di fronte all’orrore. Le braccia alzate a chiamare i soccorsi, e in quel momento la telecamera stringe un po’ sul volto di Eriksen, ed è l’immagine più oscura e inaffrontabile: la bocca aperta, gli occhi sbarrati, la lingua fuori. Non c’è dolore, ma un’assenza totale, un vuoto impossibile da guardare.

 

Lo stadio si irrigidisce in un silenzio che è una lastra di ghiaccio. Arrivano i soccorsi, e la regia ci mostra, tra le gambe dei giocatori danesi, i medici applicargli un massaggio cardiaco, la certificazione del fatto, per noi da casa, che il suo cuore ha smesso di battere. Poi, parecchi minuti dopo, addirittura il defibrillatore, il corpo che sussulta. La lotta contro la morte buca la telecamera, viene trasmessa in mondovisione, diventa immagine, e quindi spettacolo.

 

Con i calciatori sviluppiamo una strana familiarità. Accompagnano la nostra vita per anni, passiamo ore a guardarli mentre si muovono e danno forma, attraverso il calcio, alla loro peculiare visione del mondo. Coltiviamo l’illusione di conoscerli, ma di fatto abbiamo accesso a una parte molto limitata della loro esistenza, ed è giusto così. Quell’immagine di Eriksen a terra con gli occhi sbarrati ha varcato una soglia invalicabile: quella del dolore estremo, di un’esperienza pre-morte, nella dimensione ludica nel campo da calcio, ma anche quella della spettacolarizzazione del dramma più intimo di un essere umano. Eriksen nel suo lavoro è pagato per

, ma quella parte non faceva parte del pacchetto di diritti in vendita.

 

Eriksen viene messo su una barella e trasportato fuori dal campo tra gli applausi, i soccorritori coprono la nostra visuale con i teli bianchi, un oggetto che associamo ai decessi, cosa succede? Un soccorritore forse fa un gesto di rassicurazione verso il pubblico, ma non è chiaro, è solo un altro frammento ambiguo strappato a un dramma incomprensibile.

 

Non ero davanti al televisore; passeggiavo al centro di Roma quando ho notato il mio telefono scoppiare di notifiche; la mole di messaggi su WhatsApp rendeva difficile capire cosa stava succedendo; poi ho visto un video linkato e l’ho aperto, senza essere minimamente pronto a quello che stavo per vedere. Come molte persone, sono stato investito da un malessere fisico di fronte alle immagini. Mi sono dovuto fermare e sedermi nel posto più appartato possibile. Poco prima avevo visitato la Cripta dei cappuccini, a Via Veneto. Nei sotterranei del convento un anonimo frate di fine ‘700 ha addobbato le sale usando le ossa di 3700 defunti; il risultato sono dei mosaici macabri e spettacolari di teschi, vertebre, bacini, scapole. I vari pezzi di corpo umano scomposti e usati come meri elementi decorativi, spogliati di qualsiasi sacralità. I cappuccini sono un ordine eremitico che coltiva una relazione ambigua e totale con la morte; la mortificazione del corpo - le maglie di cilicio, le fruste metalliche -  è un modo per ricordarci la nostra fragilità terrena e metterci in ascolto della parola di Dio. All’ingresso della prima sala dell’ossario ad accogliere il visitatore c’è la scritta: «Quello che siete, noi eravamo, quello che siamo, voi sarete».

 

La scena di Eriksen era un altro brutale memento mori, anche se fortunatamente il suo significato è diventato quello opposto, ovvero che la medicina moderna è in grado di fare dei quasi-miracoli. Lì per lì, però, non potevamo sapere come sarebbe andata finire e tutto quello che stavamo vedendo sembrava raccontare una storia diversa, quella di un atleta, un essere umano in forma e allenato, giovane, il cui corpo però si rivela improvvisamente fragile. Del resto è una cosa che abbiamo detto tutte quelle volte in cui abbiamo visto un atleta professionista - un essere umano al culmine delle proprie possibilità vitali - fare i conti con la morte o col rischio prossimo di essa (Astori, Foè, Muamba). A disturbarmi, però, c’era più di questo. C’era soprattutto la sensazione che non avessi diritto a vedere quelle immagini; la sensazione di aver violato una delle poche dimensioni sacre rimaste nella nostra epoca, quella della morte o di un uomo che lotta contro di essa.

 

I calciatori della Danimarca, i compagni di Christian Eriksen, ce lo avevano chiesto chiaramente. Mentre i soccorritori si gettavano sul corpo privo di sensi, i compagni lo hanno circondato formando una catena braccia a braccia. Una specie di cerchio magico per tenere in vita il compagno, ma anche per proteggerlo dalla violenza del nostro sguardo. La stessa cosa hanno provato a fare i soccorritori, coprendo il suo corpo in barella con delle pareti di teli bianchi.

 

Non li abbiamo ascoltati. Sono trascorsi circa cinquanta minuti tra il collasso di Eriksen e il tweet con il quale il UEFA diceva che era stato “stabilizzato” in ospedale - solo dopo aver dato informazioni sulla partita, naturalmente. In quei cinquanta minuti, mentre cercavamo tutti disperatamente notizie, è andato in scena il teatro del dolore. La regia ci ha mostrato le immagini di sua moglie che si precipita in campo in lacrime; Kjaer e Schmeichel che la consolano; le facce dei compagni sgomenti, rotti. Non ci è stato risparmiato niente. Poi è stata rubata un’altra immagine, tra i teloni, quella di Eriksen con la mascherina sulla bocca e gli occhi quasi chiusi, quasi aperti, un braccio appoggiato sulla fronte, quindi è vivo?

 

Quell’immagine ci ha rassicurati, e se il giorno dopo è stato indelicato sbatterla in prima pagina, in quel momento ha avuto una funzione importante. Il significato delle immagini varia da un contesto all’altro, dal momento in cui vengono diffuse, dal media, dallo scopo con cui viene fatto, dobbiamo davvero ricordarlo? Alcuni giornali nel frattempo, forse incoraggiati dai segnali positivi degli analytics, titolavano: «Guarda il momento in cui si è accasciato a terra». Scrollavo il cellulare in cerca di notizie, resistevo all’impulso di aprire i vari video, ma non biasimo chi lo ha fatto. Il peso etico non è dalla parte di chi guarda ma di chi mostra.

 

La morbosità fa parte dell’essere umano, la vertigine dello sguardo verso il dolore degli altri. Fino a qualche anno fa esisteva un sito chiamato «

», un enorme archivio di immagini disturbate: corpi deformi, mutilati, scorticati, gonfi. Capitava che i familiari delle vittime si imbattessero nella foto di un loro caro finita su rotten.com, e le controversie legali venivano poi documentate sul sito come parte dello spettacolo. Se «rotten.com» è esistito per moltissimo tempo è stato per assecondare la perversione dello sguardo umano. Il filosofo del male Georges Bataille teneva sulla propria scrivania la fotografia di un corpo mutilato scattata in Cina nel 1910. Perché siamo così attirati dalla violenza e dal dolore? C’è un effetto rassicurante nel vedere la morte accadere in un altro tempo e in un altro luogo, senza che questa ci riguardi direttamente.

 

Chi controlla l’informazione, però, ha la responsabilità di capire se mettendo in giro delle immagini sta davvero facendo giornalismo oppure se non sta solo alimentando la nostra tendenza voyeuristica. Se sta dando una notizia, informando, o se sta semplicemente toccando delle corde molto profonde di noi che sarebbe troppo cinico stimolare. È un confine sottile, su cui ci si interroga da quasi un secolo, dalle fotografie di guerra di Robert Capa alle immagini delle torture nel carcere di Abu Ghraib. Nel momento in cui uno spettatore guarda un’immagine di violenza, ne diventa in qualche modo complice, è una teoria con cui giocano per esempio i film del regista austriaco Michael Haneke. Lo sguardo della macchina da presa non è neutro ma violento, e lo spettatore da casa collabora a questa violenza (la scena perfetta, per Haneke, è quella che lo spettatore non riesce a sostenere con lo sguardo).

 

Ma può avere anche un effetto catartico. Susan Sontag ha riflettuto una vita intera sul ruolo delle immagini nella nostra società. Negli anni ’70 la sua posizione era allineata a quella degli altri intellettuali del suo tempo: un’eccessiva esposizione a immagini violente rischia di desensibilizzarci e naturalizzare le forme più oscene di violenza. Negli ultimi anni però le sue posizioni sono cambiate, e in

è arrivata a dire che «mostrare la sofferenza altrui può essere utile». Le fotografie di guerra, per esempio, possono avere una funzione etica di sensibilizzazione. Quello attorno a Eriksen, però, non era un contesto di guerra. Non c’era una situazione politica su cui sensibilizzare lo spettatore attraverso le immagini; non c’era nessuna informazione che non potesse essere data con le parole.

 

Eriksen e i suoi familiari, ovviamente, non stavano dando la loro sofferenza spontaneamente in pasto alle telecamere (come ha fatto per esempio Susan Sontag, che in fin di vita ha reso pubbliche molte immagini della sua malattia e persino del suo cadavere). I giornalisti si sono trovati di fronte al dilemma se continuare a riprendere, esponendo il dolore, spingendosi in quel territorio in cui rischiavano di far vedere la morte. L’alternativa era semplice: per una volta, fermarsi. Certo, non era una situazione semplice e il regista internazionale, Jean Jacques Amsellem, ha rilasciato un’intervista a

in cui ha dichiarato di aver detto subito alla troupe di evitare piani ravvicinati sul giocatore e sui soccorsi, ma di concentrarsi invece sulle emozioni della cornice. Ma se le immagini del massaggio cardiaco e dell’uso del defibrillatore sono arrivate fino a noi, in qualche modo, allora non ci è riuscito del tutto.

 

In questi casi la sensibilità del giornalista deve essere all’altezza di quello che deve raccontare, e forse la disabitudine dei cronisti sportivi al dramma ha peggiorato le cose. Ma ci sono state piccole eccezioni. Il cronista del Guardian, per esempio, ha smesso di fare cronaca quando non c’erano informazioni e ha aggiunto che gli “tremavano le mani”, poi ha riportato che circolava l’immagine di Eriksen sveglio, ma ha precisato anche di non volerla pubblicare. Una sensibilità del genere è contraria al diritto all’informazione? La BBC in serata si è scusata con gli spettatori per aver trasmesso quelle immagini. Sono piccoli gesti e piccoli dettagli, ma fanno la differenza, ci ricordano che viviamo in un mondo di esseri umani, che il fine non può sempre giustificare i mezzi, che il cinismo ha un limite.

 

Una parte della stampa italiana e spagnola, invece, ha mostrato meno sensibilità, continuando a scomporre e vivisezionare un dramma privato, un dolore intimo, rimettendolo in circolazione sotto forma di merce. La reazione del pubblico è stata molto dura e quasi all’unanimità: un altro segno di scollamento emotivo tra i giornali e i propri lettori. Del resto non serviva nemmeno la deontologia professionale, per accorgersi di aver varcato un confine, bastava la sensibilità umana. Per non mettere in prima pagina l’immagine di Eriksen con la mascherina per l’ossigeno, o quella di Kjaer che stringe la moglie in lacrime. O addirittura per pubblicare un piccolo ritratto della moglie di Eriksen, poche ore dopo. O ancora, l’idea macabra avuta da chissà chi di intervistare il medico che ha eseguito le perizie su Astori.

 

Sempre Susan Sontag, in un altro momento del suo libro

, ci ricorda come veniamo ridotti, di fronte a quel tipo di immagini: «Oltre allo shock c’è anche vergogna nel guardare le immagini ravvicinate di un orrore reale. Probabilmente le uniche persone che hanno il diritto di guardare quelle immagini di un dolore di ordine così estremo, sono quelle che possono fare qualcosa per alleviarlo… o quelle che possono imparare da esso. Noi siamo semplici voyeurs, che lo vogliamo o no».

 

Io vorrei non aver mai visto quel video. È stato un momento incredibilmente drammatico che non dimenticheremo mai, e di cui vale la pena portarsi dietro solo l’esito luminoso. La storia potenziale di una tragedia umana che si è trasformata in quella di un miracolo. Il medico della Danimarca ha detto che Eriksen era praticamente morto, ha smesso di respirare per diversi minuti. La prontezza dei soccorsi lo hanno riportato in vita: il sangue freddo del capitano Simon Kjaer, che gli ha spostato la lingua per liberare le vie respiratorie, il massaggio cardiaco, il defibrillatore, l’ospedale vicinissimo allo stadio. Ci restano le immagini dei tifosi finlandesi che cantano “Christian”, insieme a quelli danesi che rispondono “Eriksen”, o quelle della squadra unita e vicina al proprio compagno. Alla fine ci resta la semplice idea che Eriksen sia ancora tra noi.

 

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