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Marco D'Ottavi

Juan Cuadrado, o dell’arte della simulazione

L'abilità nel conquistarsi un fallo è una cosa positiva?

 

 

Prendiamo l’ultimo episodio, avvenuto nella partita tra Colombia e Uruguay. Juan Cuadrado avanza palla al piede lungo la linea di fondo, tra la sua area di rigore e la bandierina del calcio d’angolo; non ha particolare pressione: Vina è a un paio di metri di distanza, alle sue spalle, e Cuadrado potrebbe con facilità cercare un lancio in avanti per un compagno, o almeno spazzare via la palla da una zona di campo pericolosa. Il colombiano decide invece di frenare all’improvviso la sua corsa e aspettare l’avversario per colpirlo con una gomitata in pieno volto. È una scena a cui non siamo abituati: di solito le reazioni violente arrivano con i giocatori allacciati o dopo una parola di troppo a gioco fermo. Cosa stava pensando Cuadrado in questa circostanza?  

 

Raggiunti da queste immagini, i tifosi e i giornali italiani hanno rispolverato le cicliche accuse di antisportività verso il colombiano. Ma a scatenarle non è stata la gomitata – per cui non è stato neanche espulso – quanto piuttosto quello che è accaduto dopo: a causa del colpo ricevuto, infatti, Vina cade a terra in maniera scomposta finendo per toccare con le sue gambe quelle di Cuadrado, causando la successiva caduta del colombiano. Sembra quasi che, dopo aver rifilato un colpo gratuito e violento a un avversario a caso, Cuadrado stia cercando comunque di guadagnare un fischio a proprio favore. Possibile? In ogni caso  questo è quello che hanno pensato tutti, perché questo è quello che ci si aspetta da Juan Cuadrado.

 

 

Simulatore

Nessuno più di lui si è costruito una solida fama di simulatore (Chiesa gli si stava avvicinando, ma le prestazioni con la maglia della Nazionale ne hanno un po’ ripulito la fedina penale). Ormai è quasi impossibile parlare di lui in maniera oggettiva: anche chi ne esalta il talento – che è un talento strano, difficile da definire, ma evidente – finisce sempre per mettere davanti un ma relativo alla sua scorrettezza. È qualcosa che sotto sotto penso anche io, che sono un tifoso della Juventus: perché Cuadrado deve accentuare così tanto i contatti? Che bisogno c’è? E se non ce n’è bisogno perché lo fa?

 

Ai tempi in cui giocava nella Fiorentina, una volta Cuadrado è stato espulso per doppia simulazione, contro il Napoli. Non si trovano le immagini dei due episodi, ma sembra che almeno uno dei due fosse in realtà un fallo di Albiol, tanto che i viola provarono ad appellarsi alla prova tv per far revocare la squalifica: «Dalle immagini televisive si evince chiaramente la buona fede del nostro calciatore da tutti riconosciuto come professionista che vive il calcio con allegria e professionalità e non rientra nella categoria dei simulatori seguendo la linea della società che trasmette ai propri giocatori valori come fair play e correttezza», fu il comunicato rilasciato in quell’occasione, con una difesa di Cuadrado che – a distanza di 8 anni – fa sorridere. Oggi nessuno lo difenderebbe così. Oggi sembra quasi ironico.

 

Un tempo si diceva, per sminuire le scuole calcio italiane, credo, che fin da piccoli ti insegnavano a cadere, a ingannare l’arbitro. Non so se sia vero, non so neanche se sia del tutto sbagliato insegnare a muoversi tra le pieghe del regolamento, però sembra quasi che a Cuadrado abbiano davvero insegnato a farlo, allo stesso modo in cui gli hanno insegnato a orientare il corpo al momento dello stop. Anche nelle simulazioni più evidenti – prendete questa con la Sampdoria – sembra sempre che debba convincere l’arbitro che c’è stato un contatto, anche se avrebbe potuto continuare l’azione o rimanere in piedi per recuperare il possesso. Anche quando il fallo c’è, per Cuadrado deve esserci di più. È come quelli che ti fanno pesare più volte un tuo errore, come quelli che ti ricordano in eterno che ieri era il loro compleanno. 

 

Non vuole essere una giustificazione, anzi, mi sembra che Cuadrado per primo sia schiavo di questa fama, che certo raggiunge gli arbitri e che inquina il dibattito sul suo valore. Sapete qualcosa sulla carriera, sulla vita, sulla personalità di Cuadrado oltre al fatto che si tuffa troppo? Sapete ad esempio che il padre è stato ucciso da una banda armata quando aveva solo cinque anni, mentre lui si era andato a nascondere sotto il letto? E che la madre per crescerlo lavorava nelle piantagioni di banane dove Cuadrado l’aiutava attaccando i bollini sul frutto? O sapevate che in quinta elementare si è rotto il tendine d’achille per essersi nascosto sotto un carro trainato da un cavallo che gli ha schiacciato la gamba, rischiando di mettere fine alla sua carriera ancora prima di sapere che aveva una carriera?

 

Cuadrado – o Panita, come viene chiamato nello spogliatoio della Juventus con fare affettuoso, quando gli hanno chiesto cosa voleva dire ha risposto: «Significa essere affezionato ad una persona, ad un amico» – è un calciatore solare, di quelli che mettono allegria, che fanno bene alle squadre in cui giocano, che in campo sono amati dagli allenatori e fuori dai compagni; che se c’è da fare una cosa la fanno. Eppure tutto questo è impolverato da un ampio strato di livore nei suoi confronti, che rende difficile anche discutere degli episodi che lo riguardano. 

 

Prendete il rigore che si è guadagnato la scorsa stagione contro l’Inter, forse il picco del Cuadrado che si butta. La giocata che fa su Perisic è così controintuitiva che è davvero difficile capire quanto sia stata cercata e quanto casuale. Dopo aver colpito il pallone con il tacco destro, per rientare e saltare l’avversario, Cuadrado in maniera innaturale alza il piede sinistro che finisce tra le gambe di Perisic che però è fermo. 

 

 

 

Forse l’abilità di Cuadrado nell’ingannare l’arbitro ha raggiunto un livello così raffinato da poter ingannare anche la tecnologia, anche più arbitri davanti a un televisore, intenti a controllare frame per frame i suoi movimenti scenici. Oppure, forse, Cuadrado è stato talmente fortunato che nel fare un movimento goffo è stato ricompensato lautamente (e in modo sbagliato). In ogni caso, perché il VAR non è intervenuto? Non è stato un chiaro ed evidente errore quello dell’arbitro? Forse il tema di discussione sarebbe potuto essere l’uso della tecnologia, per evitare di ripetere errori del genere in futuro. Invece, come ciclicamente accade, dopo questo episodio si è preferito parlare solo ed esclusivamente del vizio del colombiano nel cadere troppo facilmente. In un articolo della “Gazzetta dello Sport” dal titolo Dribblatore, tuffatore o…?, Sebastiano Vernazza invitava a non marcare Cuadrado in area di rigore, come fosse un lebbroso. Farlo era una scelta controproducente, vista la sua abilità nel rigirare a suo favore ogni contatto. Nello stesso articolo, però, si ricordava come in 12 stagioni di Serie A, il colombiano si era guadagnato 9 rigori, ovvero meno di uno a stagione. 

 

Sapersi guadagnare un fischio

Che rischio c’è quindi a marcare Cuadrado in area di rigore? Le sue simulazioni cambiano davvero il corso delle partite? Questi numeri dicono di no – avendo passato oltre 22 mila minuti su un campo da calcio in Serie A, fanno un rigore ogni quasi 2500 minuti, uno ogni 27/28 partite di cui almeno qualcuno guadagnato in maniera corretta – eppure è la fama di simulatore non è inventata. Cuadrado simula, amplifica, esagera, inventa, ogni tanto: è un dato di fatto. 

 

C’è però un elemento da portare nella conversazione, prima di continuare a parlare della sua abilità nel buttarsi, ovvero la sua abilità nel prendersi un fallo. Nell’ultima stagione con la Fiorentina, ad esempio, era il calciatore ne subiva di più per 90’ minuti in Serie A (5.4). Con il passare del tempo questi numeri si sono abbassati, un po’ perché progressivamente Cuadrado ha abbassato il suo raggio d’azione, un po’ perché con l’età ha perso quell’elettricità che lo rendeva una biglia impazzita difficile da fermare. Eppure, in relazione alla posizione di campo, la sua capacità di subirne rimane nell’eccellenza: nella stagione con Sarri, giocata tutta da terzino, era il difensore che subiva più falli nel nostro campionato.

 

Ora bisogna interrogarsi un attimo su come valutare la capacità nel subire i falli. È una cosa positiva? Oppure se subisci tanti falli vuol dire che stai forzando lo scorrere naturale del gioco? Con Cuadrado questa domanda va fatta, perché non è tanto – o solo – un giocatore à la Neymar, che forza l’avversario a fare fallo perché gli sguscia da tutte le parti; Cuadrado è un maestro nel subire falli ambigui, contatti sempre al limite. Non so dire se anche questa sia una capacità tecnica allenata, come il cross o il colpo di testa, ma nessuno, ad esempio, viene tamponato tanto quanto lui. Sicuramente avete capito cosa intendo – forse siete stati o avete tamponato con la macchina, oppure avete visto abbastanza partite del colombiano. 

 

Quello che fa Cuadrado – e che fanno o potrebbero fare anche altri calciatori, essendo una giocata lecita – è rallentare la propria corsa quando sente un avversario che lo sta seguendo alle spalle, per farsi, appunto, tamponare. E chi tampona ha sempre torto. La prima cosa che rende questa giocata una giocata al limite, è che Cuadrado deve cercare o sentire l’avversario e, se necessario, spostarsi lui per incrociarne la corsa.

 

 

 

Qui si guadagna il fallo, ma siamo al limite tra l’aver subito il contatto e l’aver creato il contatto. 

 

Spesso però subire il contatto non basta, Cuadrado deve vendere il contatto. Per rendere credibile la giocata, Cuadrado deve predisporsi per la caduta o, volendo usare un termine che ne identifica il carattere ingannevole, Cuadrado deve accentuare la caduta. 

 

 

 

A noi che guardiamo il fallo qui sopra con una telecamera dall’alto, sembra evidente che il rapporto tra l’intensità del contatto e la reazione di Cuadrado non sia pari. Senza entrare nel dibattito “è fallo o non è fallo” – il giocatore del Malmo usa tutte e due le mani sul corpo del colombiano, una giocata che viene quasi sempre sanzionata – si può notare come l’arbitro venga spinto a fischiare dalla caduta evidente di Cuadrado. Certe volte sembra anche esagerare oltre il suo guadagno: qui ad esempio aveva tutto il tempo di eludere la pressione con un passaggio a Bentancur, oppure girandosi dall’altra parte. Tuttavia prendere un fallo in una situazione di pressione è spesso un ottimo modo per mettere in pausa il gioco, riorganizzare la squadra: quante volte sentiamo elogiare un calciatore per essersi guadagnato un fallo, anche in maniera furba?

 

Vendere un fallo è una qualità o una scorrettezza? Per anni in NBA, una lega dove la sportività è un valore ancora più sbandierato che nel calcio, si accusava Ginobili di riuscire a guadagnare tanti falli grazie ai capelli lunghi. L’argentino, si diceva, accentuava ogni contatto con un movimento della testa dall’alto in basso che faceva ballare i suoi capelli, finendo per far credere all’arbitro di aver subito un colpo più duro di quello che non fosse. Arrivò a essere accusato direttamente anche dai suoi avversari. Ray Allen disse che recitava: «I suoi capelli si scatenano, e sembra che qualcuno lo abbia appena ucciso. Quei falli non sono così duri». Lo stesso, non so se qualcuno lo abbia accusato direttamente, si potrebbe dire di Pavel Nedved e della sua chioma bionda: anche il ceco per anni è stato accusato di simulare. Per Cuadrado, pur provvisto anche lui di una invidiabile capigliatura, è più questione di contatto, di come muove il corpo, e forse non è un caso che sia un grande appassionato del ballo, che dopotutto è una disciplina sul movimento del corpo.

 

Insomma, Cuadrado porta l’arbitro in quest’area grigia del regolamento, e forse se avesse più contegno nel subire questi falli, non saremmo tanto duri con lui ogni volta che glieli fischiano. Dopotutto una partita di calcio è composta da tante piccole interruzioni, su un metro deciso dall’arbitro. Il discorso cambia, però, quando questi contatti si spostano in area di rigore, anche se come abbiamo visto non accade così spesso. Se quello contro Perisic è stato sanzionato, nella recente partita contro il Torino, Cuadrado ha provato a portare quest’arte del farsi tamponare dentro l’area di rigore, ma ha fallito.

 

Il colombiano porta palla con l’avversario alle spalle e, mentre sta entrando negli ultimi 16 metri sposta il pallone con l’esterno verso l’interno del campo e rallenta la corsa. Così facendo allo stesso tempo attira Pobega mostrandogli il pallone e gli taglia la strada per farsi colpire. Da una parte a Cuadrado è permessa quella giocata – rallentare la propria corsa cambiando direzione non è illegale – dall’altra Pobega non sta facendo nulla se non correre. È su questa incongruenza che si muove Cuadrado. 

 

Qui forse il calciatore della Juventus si è andato a cercare troppo il contatto, e credo sia il motivo per cui né l’arbitro né il VAR siano intervenuti, tanto che subito dopo essere caduto a terra la prima cosa che fa Cuadrado è indicarsi la gamba, come a dire che non è il tamponamento a dover essere sanzionato, quanto piuttosto il successivo contatto tra le gambe dei due. Il fatto è che dopo la partita, Cuadrado è stato massacrato. In una gara ancora in bilico, in un derby che mette difronte Davide a Golia, che bisogno c’è di cercare una giocata del genere? Se lo chiedeste a lui, probabilmente direbbe che non è così, che quello è il suo gioco, che è tutto normale. Ma per chi vede non è tutto normale: chiedete a Facchinetti ad esempio (soprassediamo sul perché debba essere lui il giudice del colombiano).

 

Il picco della discussione su Cuadrado.

 

Chi deve giudicare? 

Poi ci sono le simulazioni più evidenti, quelle che sono davvero simulazioni, nel senso più piano della parola, che più o meno sta a indicare creare qualcosa che non c’è (quindi in assenza di contatto). Sono episodi che spesso scappano nella frenesia di una partita, che gli arbitri magari neanche notano, o preferiscono non notare, ma che poi giornali e tifosi tirano fuori qualche ora dopo. C’è la finta gomitata subita da Luis Alberto, la simulazione contro la SPAL, quella contro l’Inter.

 

L’utente Esercitoantijuve ne ha postato una clip esaustiva su Twitter, riprendendo i video caricati su YouTube dall’utente Gobbo Simulatore. Non sono comunque tantissimi, per un calciatore con una carriera pluridecennale in Italia, e soprattutto che passa la vita a cercare i contatti con gli avversari. Ci dicono comunque qualcosa.

 

 

In una partita di Coppa Italia, contro il Napoli, una sua simulazione piuttosto plateale (e anche controproducente visto che aveva saltato Callejon), ha spinto gli avversari ad accerchiarlo per protestare contro di lui. L’azione non si stava svolgendo nemmeno in area di rigore eppure i giocatori del Napoli si sono così risentiti da scatenare una rissa, mentre Cuadrado a terra li guardava come se fosse un estraneo. In un mondo che si basa su vaghi concetti di lealtà, onore e rispetto, è facile capire perché cercare di ingannare l’arbitro tuffandosi sia peggio di dare una gomitata a un avversario. È un argomento che stuzzica i tifosi, che polarizza. Cuadrado non è certo l’unico a farlo, ma nessuno ha appiccicata addosso questa etichetta come lui.

 

Come se non bastassero gli arbitri e le moviole, esistono forum in cui si analizza ogni minimo frame delle sue cadute: da una parte chi cerca di scagionare il colombiano – alcuni tifosi della Juventus ovviamente – dall’altra chi ne vuole fare il mostro da sbattere in prima pagina. Per dire, c’è un topic dal titolo “Cuadrado il simulatore” anche sul forum di finanzaonline.com, tra una discussione sulle obbligazioni e una di macroeconomia.

 

Ci sono poi articoli dai titoli piuttosto netti – Juan Cuadrado non è un giocatore di calcio, Cuadrado: non se ne può più – e le parole di chi ha spazio sui media sono sempre poco sfumate, poco delicate nei suoi confronti: «Io a Cuadrado neanche spezzato gli do una punizione. Ha rotto i co****ni, è sempre per terra. Ma che difendete, difendete Cuadrado anche» ha detto recentemente Pasquale Bruno, ma anche opinionisti più pacati non hanno mancato di accusarlo in maniera veemente. 

 

L’unico a non essere interessato dall’argomento – almeno apparentemente – è proprio Cuadrado. Non parla mai di queste accuse, non si difende, non si giustifica. Nelle poche interviste che concede appare come una persona sopra le parti. «Ai giovani della Juventus cerco di trasmettere allegria: a volte siamo troppo tesi, per me la vita è felicità» ha detto ultimamente, con una dichiarazione che sembra in qualche modo una trollata a tutti quelli che si fanno rodere il fegato dai suoi comportamenti (oppure una imitazione piuttosto riuscita del personaggio sempre positivo e pieno di vita della serie Ted Lasso). 

 

È difficile valutare la sua posizione, lo è da tifoso almeno, dalla parte cioè che non si sente libera di giudicarlo come una disgrazia per questo sport. Probabilmente Cuadrado ha un suo codice di valori, dove l’accentuare le cadute o simulare dei colpi non è visto in maniera negativa. Paradossalmente, se ci pensate, è il modo più incredibile in cui un calciatore può sminuire la sua individualità per il bene supremo della squadra. Passare per un truffatore pur di guadagnare una punizione che faccia rifiatare la squadra, o un rigore per vincere una partita.

 

Panita, insomma, uno così affezionato agli altri da sacrificare il suo benessere. So di rigirare la frittata in modo forse estremo, e non è quello che davvero volevo fare quando mi sono messo a scrivere questo pezzo, ma, magari, pensateci la prossima volta che Cuadrado si butterà in maniera troppo palese. Forse, dopotutto, vi aiuterà a prenderla meglio. 

 

 

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Marco D'Ottavi è nato a Roma, fondato Bookskywalker e lavorato qui e là.