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Francesco Lisanti
Crisi lusitana
23 Jun 2016
23 Jun 2016
Che succede al Portogallo?
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Francesco Lisanti
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Dopo le prime due giornate del girone, il Portogallo aveva raccolto due punti in due partite in cui aveva tenuto palla mediamente il 64% del tempo. Nelle stesse partite aveva clamorosamente tentato 49 conclusioni, 15 delle quali avevano centrato lo specchio della porta. Aveva sbagliato un rigore, aveva subito un solo gol abbastanza casuale e aveva visto il proprio portiere Rui Patrício effettuare solamente 4 parate complessive, mentre i suoi diretti avversari, Halldórsson e Almer, venivano eletti “migliori in campo” e si consacravano eroi nazionali.

 

Persino i modelli statistici si trovavano più o meno tutti concordi nel definire il Portogallo una delle squadre con il miglior rapporto tra occasioni create e occasioni concesse (

anche la prima squadra). La relativa tranquillità con cui la selezione portoghese si è avvicinata alla partita con l’Ungheria si spiega in questo senso, e giustifica

di Fernando Santos incredulo di fronte al «pessimismo» della stampa: «Abbiamo giocato due delle migliori partite di questi Europei e sembra che non abbiamo fatto nulla».

 

I casi di

hanno solitamente due principali chiavi di lettura: l’assenza di talento, che spesso decreta il confine tra un tiro in porta e un tiro fuori (le grandi squadre sono sempre

), o l’assenza di tenuta mentale, che spesso influenza i momenti cruciali della gara spostando la bilancia degli episodi in favore degli avversari. In questo caso la prima chiave è fuori discussione, come potrebbero provare decine di meravigliose giocate singole, alcune delle quali sono riproposte in questo articolo.

 


Inequivocabile controprova: André Gomes, William Carvalho e João Moutinho che danzano tra le maglie della mediana austriaca.



 


Ulteriore controprova: André Gomes, Joao Mario, William, Nani, Joao Mario, Vieirinha. Poche squadre in questi Europei possono trovare combinazioni con questa semplicità.



 

La seconda chiave potrebbe invece spiegare parzialmente il terzo posto del Portogallo in un girone così poco competitivo. Lo scarso controllo mentale sulla partita ha permesso ad esempio a una squadra con la scarsa qualità dell’Ungheria di segnare tre gol e di reagire per due volte dopo il pareggio portoghese. È un difetto che ha tre radici: l’inesperienza di molti titolari, soprattutto nel ruolo davanti alla difesa dove si alternano i 24enni Danilo Pereira e William Carvalho, la confusione che regna sovrana una volta superata la metà campo, complice un gioco che si affida molto alle sue individualità, e la tendenza di Ronaldo a condizionare le scelte dei suoi compagni, abituato com’è a chiedere agli altri almeno la metà di quello che chiede a sé stesso (e quindi troppo per qualunque essere umano).

 

 



 

Come confermato martedì in conferenza stampa da Fernando Santos, il modulo base del Portogallo è il

, il diamante di centrocampo con una difesa a 4 alle spalle e Nani e Ronaldo davanti con molta libertà. Questo diamante è poi in grado di convertirsi facilmente in 4-3-3 (come ha spiegato sempre Santos) grazie alla varietà degli interni di centrocampo, il sinistro (André Gomes) più votato al palleggio e al controllo della palla, il destro (di solito João Mario) più abituato a puntare l’avversario e cercare il fondo.

 

http://i.imgur.com/C4By0w8.jpg

Il diamante portoghese subito evidente dopo pochi secondi nella gara di esordio contro l’Islanda. Ronaldo è più avanti, esentato dalla ricerca della palla.



 

Nella linea di difesa, i due terzini Vieirinha e Guerreiro soffrono principalmente nella gestione dell’ampiezza. Già nella Grecia di Fernando Santos era solito vedere i terzini sempre molto stretti, ma in quel caso il senso era da una parte minimizzare i rischi nei passaggi in attesa del cambio di gioco, dall’altra valorizzare la disposizione al sacrificio delle ali che componevano una linea di 6 uomini in fase difensiva.

 

Il Portogallo che ha sempre la palla tra i piedi dovrebbe cercare disperatamente di allungare il campo in orizzontale, e invece controlla la palla su quel ritmo un po’ compassato e un po’ compiaciuto, coi giocatori che si ritrovano uno fronte all’altro e palleggiano in spazi stretti, spesso complicandosi la vita. Nell’ultima partita si è poi visto Eliseu sostituire Raphael Guerreiro, e gli ungheresi hanno banchettato sulla loro fascia destra. Dagli ottavi sarebbe auspicabile rivedere il nuovo terzino del Borussia Dortmund.

 

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Rimessa laterale per l’Islanda: data l’evidente superiorità numerica, non c’è motivo per Vieirinha di stringere così tanto (al netto del terrore per Bjarnason). Il Portogallo ci mette poi tantissimo per risalire il campo.



 

A centrocampo, soffre moltissimo il vertice basso del rombo. Come detto, in un calcio che muove sempre più verso il controllo e la ricerca ossessiva degli spazi, il Portogallo ha un problema grosso con gli spazi, e Danilo e William in parte ne sono responsabili, in parte ne risentono. In quella zona il Portogallo avrebbe bisogno di un facilitatore di gioco, di un metronomo (non è un caso che Fernando Santos avesse rispolverato Tiago prima che si infortunasse). Danilo non è parso proprio nulla di tutto questo nella prima disastrosa gara contro l’Islanda, rallentando puntualmente di due o tre tempi la manovra portoghese, mentre William Carvalho ha mostrato letture da regista vero, ma anche tanti errori, e in copertura è un uomo regalato al centrocampo avversario.

 


In una fase cruciale della partita con l’Islanda, Danilo si posiziona davanti a Guerreiro schermandogli tutte le linee di passaggio verso il centro. Sull’inevitabile lancio lungo, Ronaldo è in fuorigioco e costretto alla rosicata.



 

Ad una carenza tecnica e di personalità si aggiungono gli squilibri tattici, ad esempio non ha senso che il vertice basso si abbassi tra i centrali se questi non si allargano (Pepe e Carvalho non lo fanno mai) e soprattutto se gli avversari, come Islanda e Ungheria, si difendono compatti nella propria metà campo. Il Portogallo raramente riesce a creare situazioni di superiorità se non attraverso esecuzioni brillanti dei suoi centrocampisti, che ogni tanto arrivano per merito della suddetta qualità superiore.

 


Una notevole uscita dal pressing alto degli austriaci, che in parte dimostra come il Portogallo sia più a suo agio contro squadre col baricentro più alto. Fondamentale il gioco di sponda di Ronaldo tra le linee, poi c’è bisogno di una giocatona di André Gomes e di quel cambio di gioco di William per arrivare a Quaresma.



 

 



 

Nani era l’uomo chiamato a fare la differenza, a marcare lo scarto qualitativo. Fernando Santos gli ha cucito addosso un ruolo da terminale offensivo con Ronaldo a ruotargli intorno senza compiti precisi (comprensibile, almeno in questo caso). Nani ha risposto con due gol di discreta fattura e rilevanza, entrambi arrivati al termine di inserimenti nello spazio. Come detto, quando lo spazio c’è, il Portogallo gira a mille. È in assenza di questo che Fernando Santos ha assoluto bisogno di sviluppare soluzioni.

 

Dalla panchina,

ha impiegato principalmente Renato Sanches, Quaresma e Éder (una prima punta per occupare l’area in un inedito 4-2-4). Quando entra, Renato Sanches uccide definitivamente le spaziature perché non ha la minima idea di come ricevere la palla e di dove posizionarsi per riceverla. In compenso sa perfettamente cosa fare una volta che l’ha ricevuta. In un torneo che vede ormai tutte le squadre molto organizzate nella fase difensiva, sia nella prima transizione che nella protezione dell’area, Renato Sanches fa saltare il banco con le sue progressioni palla al piede, durante le quali riesce in qualche modo a mantenere controllo e visione periferica.

 


Renato Sanches is on fire. E se non fosse ancora chiaro che meraviglioso giocatore sia André Gomes, ecco un’ulteriore dimostrazione.



 


Qui invece il lato oscuro di Renato Sanches, che durante la partita con l’Ungheria ha probabilmente dribblato più volte Joao Mario che giocatori magiari. Circolazione completamente senza idee.



 

In tutto questo il Portogallo non può logicamente prescindere dal fenomeno di Funchal, che sembra avvertire particolarmente la pressione di questo torneo (rigore sbagliato a parte) e contro l’Ungheria ha deciso di andare in

e di caricarsi una nazione sulle spalle. L’unico appunto che è realmente possibile muovere a Cristiano è che se lo spartito è “superiamo la metà campo, da lì in poi provvederà il talento”, allora c’è bisogno di una certa leggerezza per interpretarlo, una levità quasi sudamericana. Invece i muscoli del viso tirati, le occhiatacce ai compagni, le punizioni che si caricano del peso simbolico dell’auspicio divino, finiscono per pesare sul decision-making di una squadra sempre costretta a fare tante scelte in poco tempo.

 

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Guardate a che sforzo è costretta la regia per questo grandangolo gigantesco, lo percepite il senso di attesa messianica? Avviso per i portoghesi: if you’re watching this, it’s too late. (Esempi ce ne sono tanti).



 

 



 

In un girone che doveva essere molto più semplice nelle previsioni iniziali, il Portogallo ha centrato il massimo risultato con il minimo sforzo: finire nel tabellone a eliminazione diretta. Gli incroci non sono stati particolarmente lusinghieri neanche con le due squadre arrivate sopra il Portogallo, che agli ottavi ritroveranno Belgio e Inghilterra, quindi ben venga la Croazia, tanto più se in quella sezione del tabellone che presenta una qualità media decisamente inferiore al resto.

 

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Da non ripetere: il Portogallo già confusissimo dopo quattro minuti dal calcio di inizio della prima partita. In una situazione del genere, Mandzukić ti mangerebbe anche l’anima.



 

Il grande punto interrogativo sul destino che attende la selezione portoghese è relativo alla natura dell’avversario: nel girone il Portogallo ha trovato grosse difficoltà contro Islanda e Ungheria, due squadre costruite sulla fisicità sopra la media e sulle transizioni organizzate. La Croazia è esattamente questo, e in più aggiunge il genio e la perfezione esecutiva dei suoi centrocampisti, l’esperienza e il senso della porta dei suoi attaccanti. È ovvio che contro Cristiano Ronaldo buona fortuna in ogni caso, tanto più se il tuo pacchetto difensivo è composto da Vida e Ćorluka (che sta giocando ad un livello altissimo, ma il paragone in ogni caso non regge), ma Fernando Santos non può pensare di proseguire il cammino verso Parigi sulla base di quest’assunto.

 

Ronaldo ha dimostrato a più riprese di essere un calciatore associativo, di saper e di voler giocare ad un tocco e di poter mettere in crisi le difese avversarie con la sola minaccia del dribbling, che necessariamente costringe al raddoppio. I problemi di Fernando Santos non iniziano e non finiscono con il suo giocatore più forte, ma esplodono nel percorso che dovrebbe condurre la palla da Rui Patrício fino al numero 7. La ricetta è probabilmente abbassare il baricentro e ritornare al gioco verticale intravisto nel girone di qualificazione, il livello superiore degli avversari da questo momento in poi dovrebbe garantirlo.

 

 

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