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Dario Saltari
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18 Feb 2016
18 Feb 2016
La differenza di talento tra Roma e Real Madrid ha pesato sul risultato più del gioco espresso.
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Dario Saltari
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Con le dovute proporzioni, appena prima della partita Roma e Real Madrid si trovavano in un punto simile delle rispettive stagione. Entrambe si sono sbarazzate da circa un mese di un allenatore percepito come un ostacolo al reale valore della squadra, e per entrambe gli effetti del cambio sono stati positivi, almeno nei risultati. Luciano Spalletti, prima di questa sfida, aveva raccolto 13 punti dei 18 a sua disposizione, con quattro vittorie consecutive in campionato; Zinedine Zidane a sua volta aveva perso in Liga solamente due punti, e il “suo” Real ha segnato ben 24 gol in sole 6 partite.

 

Per entrambe le squadre, quindi, la sfida era avvertita come un’importante “prova del nove” per capire la reale solidità del percorso intrapreso. In questo senso, la Roma di Spalletti veniva da vittorie ottenute anche attraverso episodi fortunosi, o con prestazioni solo parzialmente convincenti (come ammesso dallo stesso tecnico di Certaldo ai microfoni di Mediaset). Ma anche il Real Madrid, fino a ieri sera, aveva affrontato unicamente squadre di medio o basso livello tecnico (Deportivo, Sporting Gijon, Betis, Espanyol, Granada e Athletic Bilbao).

 

Le somiglianze tra le due squadre sono continuate in campo, dove Roma e Real Madrid si sono disposte quasi a specchio, con un 4-3-3 solo teorico che il più delle volte finiva per diventare un 4-4-2, a causa dell’indolenza tattica dei due uomini più pericolosi, Cristiano Ronaldo da una parte e Salah dall’altra (una situazione di fatto che magari era stata anche premeditata dagli allenatori). In casa romanista il grande assente era Dzeko, sostituito nel ruolo da prima punta da Perotti nel ruolo di falso centravanti. Zidane, invece, ha recuperato Marcelo in tempi record ma ha dovuto fare a meno di Gareth Bale (sostituito da James Rodriguez, non esattamente un rincalzo...).

 



Ma le somiglianze si fermano al modulo. L’atteggiamento con cui le due squadre hanno affrontato la gara, anzi, è diametralmente opposto. Il Real Madrid ha preparato una partita alla continua ricerca del possesso (e non sarebbe potuto essere altrimenti date le qualità in palleggio di Modric, Kroos e Isco), mentre la Roma aveva intenzione fin dall'inizio di controllare lo spazio tramite un gioco di transizioni veloci basato sugli strappi dei suoi esterni, El Shaarawy e Salah.

 

In fase di non possesso i giallorossi aspettavano il Real Madrid sulla linea di metà campo, con Perotti che andava a schermare Kroos, preposto ad avviare l’azione madridista insieme ai due centrali di difesa. Salah ed El Shaarawy ripiegavano sui terzini, mentre le due mezzali, Pjanic e Nainggolan, arginavano i movimenti dei corrispettivi avversari, Isco e Modric.

 

Una disposizione abbastanza basilare che però ha permesso alla Roma di ostacolare l’altrettanto basilare costruzione bassa del Real Madrid. Con Kroos tagliato fuori dalla marcatura di Perotti (ma comunque il migliore dei suoi, per passaggi riusciti: ben 106), il primo possesso doveva passare inevitabilmente per i piedi dei due centrali, Sergio Ramos e Varane, che però rimanevano molto bassi e stretti, forse anche per paura delle incursioni delle ali romaniste, spesso abbandonate da Marcelo e Carvajal. Ramos, Kroos e Varane rimanevano quindi isolati nella propria trequarti, con il resto della squadra schermato dal centrocampo della Roma ad aspettare il pallone sui piedi.

 

Il possesso del Real si è impantanato ben prima della trequarti romanista e, con il pallone che faticava a salire il campo molto spesso, era costretto ad abbassarsi un ulteriore centrocampista (di solito Modric) o si tentava un lancio lungo, verso la testa di Benzema o in diagonale sui terzini (ma con scarsi risultati: i lanci madridisti a fine partita saranno 58 – ben 18 in più della Roma – ma i duelli aerei vinti dagli ospiti sono stati solo il 44% del totale).

 

Il compito della Roma in pressione veniva facilitato dalla totale disorganizzazione del Real Madrid in fase di recupero del pallone: con gli uomini di Zidane che cercavano di ostacolare il possesso giallorosso in maniera individuale e sporadica, finendo a correre dietro alla palla. Per fare un esempio, Kroos si alzava spesso in pressione solitaria sui centrali romanisti, permettendo alle mezzali di Spalletti di ricevere comodamente palla tra le linee e puntare la difesa faccia alla porta. La disorganizzazione del Real in quest’ambito viene confermata dai dati Opta: la squadra di Zidane ha recuperato palla in media a soli 34,3 metri dalla propria porta, appena tre metri più in alto della Roma. E, nonostante l’atteggiamento opposto, e la volontà almeno in teoria del Real Madrid di difendere già nella metà campo avversaria, le due squadre hanno recuperato lo stesso numero di palloni all'altezza della trequarti offensiva: 12.

 

La Roma è stata intelligente a non forzare l’errore del Real Madrid, in sostanza aspettando che fossero gli stessi uomini di Zidane a consegnarle la palla. Le ripartenze romaniste sono nate quasi tutto o dalla conquista delle seconde palle, o nel riciclo veloce di quelle perse dal Real (ben 127, a fine partita). La prima azione potenzialmente pericolosa della Roma è venuta proprio da una palla rubata a Kroos da Perotti, che ha poi lanciato Salah in profondità, fermato però all’ingresso dell’area di rigore dalla chiusura di un sontuoso Varane.

 



Ma se la strategia della Roma ha ottenuto ottimi risultati per quanto riguarda il contenimento del potenziale offensivo madridista (era addirittura dal 2011 che il Real Madrid non riusciva a fare nemmeno un tiro in porta durante il primo tempo), non si può dire altrettanto per quanto riguarda la creazione di occasioni da rete.

 



Anche la xG map della partita conferma come la Roma non sia riuscita a convertire in pericolo il gioco creato nella trequarti avversaria.



 

La sostanziale sterilità dell’attacco romanista è il risultato di una serie di fattori. Innanzitutto la prestazione

dei due centrali madridisti che sono riusciti a coprire praticamente da soli (con una naturalezza a tratti sconvolgente) l’intera ampiezza della linea difensiva. È stato particolarmente impressionante Sergio Ramos, il migliore dei suoi per contrasti vinti, 8, che ha stravinto anche il confronto personale con Salah (salvo forse un'occasione in cui l'egiziano è riuscito a raggiungere il fondo, e la ripartenza nel secondo tempo in cui ha costretto Ramos a un fallo da ammonizione). A Salah sono riusciti solo 2 dribbling sui 12 tentati e proprio l’atteggiamento conservativo di Varane e Sergio Ramos, che come già detto rimanevano molto bassi e stretti, ha tolto ogni efficacia alla fluttuazione tra le linee di Diego Perotti, che solo in un’occasione è riuscito a portare fuori posizione il centrale francese.

 

Ma sono stati gli stessi interpreti romanisti a sbagliare ripetutamente le scelte nell’ultimo quarto di campo avversario, tra stop imprecisi, tiri frettolosi e altre sbavature (ben 143 le palle perse nell’arco dei 90 minuti). In confronto a questa mancanza di concretezza la facilità con cui CR7 e Jesé hanno segnato i due goal del Real Madrid ha accentuato la percezione del dislivello tecnico tra le due squadre.

 



Dislivello che ha fatto pendere l’ago della bilancia della sfida (e con ogni probabilità della qualificazione) dalla parte del Real Madrid non appena nella Roma sono riemersi quei limiti che Spalletti sembra non esser riuscito a eliminare del tutto nemmeno in campionato. Specialmente dopo il vantaggio del Real Madrid, a partire dalla seconda metà del secondo tempo, la Roma non è più riuscita a pressare con sufficiente concentrazione il possesso madridista, liberando i movimenti di Isco e Modric alle spalle delle mezzali giallorosse.

 

Anche il

tra Salah e Marcelo, rischiosa scommessa che Spalletti ha deciso di giocare senza però avere gli effetti sperati, ha finito per pagare la squadra dal calibro tecnico maggiore, portando indirettamente all’1-0 di Cristiano Ronaldo (Marcelo riceve palla ed è libero di verticalizzare).

 

La Roma, esaurite le risorse fisiche e psicologiche, ha finito quindi per difendere all’indietro anziché in avanti (cosa che a volte era riuscita a fare bene nel primo tempo soprattutto grazie a Digne, Florenzi e Vainquer) permettendo al Real Madrid di entrare facilmente dentro l’area di rigore e concedendo inevitabilmente occasioni e tiri pericolosi (come nell’occasione della rete di Jesé, in cui lo spagnolo entra all’interno dei 16 metri partendo dal centrocampo praticamente senza nessun ostacolo).

 

Ma se la sfida doveva illuminare sia sul passato che sul futuro delle strade intraprese da Zidane e Spalletti, allora il risultato finale non dovrebbe trarre in inganno nessuno dei due allenatori. La Roma, infatti, non deve più affidarsi solo alle invenzioni dei singoli e sembra finalmente poter seguire più di un piano gara, e sempre attraverso un’idea di gioco coerente. Una metamorfosi sorprendente se si pensa che è passato un solo mese dal cambio di gestione tecnica. I limiti (la continuità fisica e di concentrazione in fase di recupero del pallone, la difesa in avanti, il mantenimento delle distanze, la gestione dei cambi) ci sono ancora, e non potrebbe essere altrimenti, ma si tratta di problemi chiari e ben definiti su cui lavorare nell'ottica di un graduale miglioramento che fa ben sperare.

 

Il Real Madrid sembra più lontano dal potenziale che potrebbe esprimere. La metamorfosi da Benitez a Zidane, per adesso, è rimasta solo sulla lavagna tattica, dove si è cercato di riportare in vita il modulo di Ancelotti e di passare a un gioco maggiormente di possesso. La squadra continua a rimanere imbrigliata in diverse disfunzioni tattiche, che Zidane sembra non avere intenzione (o le capacità) di correggere. Se l’eccellenza tecnica dei suoi giocatori può bastare contro la Roma (ed è stata necessaria una buona dose di fortuna) con ogni probabilità non sarà sufficiente dal prossimo turno di Champions League in poi. Le due squadre devono ancora crescere, ed è paradossale che a crescere più in fretta sia stata quella che ha perso 2-0 in casa, come è paradossale che quella che ha meno tempo per colmare le proprie lacune sia il Real Madrid. Insomma, tutto è relativo.

 

 

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