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Lorenzo Neri
Come una vera squadra
07 Apr 2015
07 Apr 2015
Duke ha vinto il titolo NCAA 2015. Oppure lo ha perso Kentucky. Oppure non lo hanno vinto Michigan State o Wisconsin. Uno scambio di mail lungo una settimana per raccontare le Final Four.
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Lorenzo Neri
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Quindi... abbiamo le squadre che vedremo a Indianapolis: Kentucky, Wisconsin, Duke e Michigan State.

 

Non nascondo che tifo spudoratamente per la finale tra Badgers e Spartans.
Perché voglio vedere trionfare un programma collegiale basato sulla crescita tecnica e di chimica di un gruppo.
Perché sono l’espressione più pura della pallacanestro corale come piace a me.
Perché Tom Izzo è speciale e merita un altro riconoscimento della sua grandezza.
Perché Bo Ryan ha probabilmente l’ultima occasione in carriera per vincere.
E potrei continuare all’infinito. Se però si parla di meriti all’interno dell’arco della stagione è dura non inserire Kentucky.

 



Concordo con te. Almeno su Wisconsin. Tifo spudoratamente Badgers per una serie di motivi.

 

Primo, sono affascinato da anti-personaggi come Bo Ryan. La sua schiettezza, la sua faccia incazzata, le sue smorfie, la spontaneità. È uno di quei personaggi che, se non allenasse, starebbe probabilmente servendo cheese curds con un grembiule addosso in qualche diner del Wisconsin. Rude e ruspante. Piacevolmente antiquato. Nessuna di questa caratteristica si ritrova negli altri coach. Tutti più navigati, vincenti, esperti, avvezzi alla telecamera. E venerati, ciascuno a modo suo.

 

Secondo, come già detto, si parla di college basket "old school". A partire dagli individui, senza nemmeno arrivare al sistema. Dove lo sviluppo avviene lungo i quattro anni a disposizione, e coinvolge necessariamente ciascuna di queste stagioni per essere completo. Kaminsky è un caso particolare, l'esempio più estremo. Difficilmente un candidato a giocatore dell'anno fa 1.8 punti a partita nell'anno da freshman e 4.2 in quello da sophomore. Di solito, per quanto possa migliorare, è in grado di dare un contributo da subito. Ma anche senza l'esplosione di Frank The Tank, basta guardare a Hayes, a Dekker, a Gasser. A come erano agli inizi e come sono adesso.

 

Terzo, appunto, c'è la componente "sistema". E qui invece altro che vecchia scuola: Wisconsin è davanti a tutti. I Badgers sono lenti, nel senso che raramente tirano nei primi 25 secondi dell’azione, e sembrano ancora più lenti perché usano tutto lo spazio a disposizione per aprire il campo il più possibile (non dimentichiamoci che la linea del tiro da tre è 1 metro E MEZZO più indietro qui, dunque bisogna allontanarsi un bel po' per aprire il campo). Però sono tremendamente efficaci. Più che negli altri anni. Hanno gioco senza palla, hanno post basso, hanno penetrazione. Ciascun giocatore del quintetto è in grado di tirare da tre e mettere palla per terra. Se ci si pensa, è un'idea innovativa, quasi

. Tutti sono quasi intercambiabili, ovviamente tenendo conto che Gasser e Koenig in post non ci vanno mai. Quello a cui voglio arrivare è che è difficile fermarne uno. Devi fermare il loro sistema, e una serata storta al tiro non è abbastanza per metterti al sicuro. Lo era con versioni precedenti, ma non con questa squadra.

 

Poi vabbè, si continuerà con lo stereotipo che sono Bianchi, Lenti e Vecchia Scuola. Ma per me questo basket è seriamente innovativo, ha diritto di cittadinanza nel terzo millennio più di tanti altri. Forse anche di Kentucky.

 



 



Se volessimo trovare la spiegazione sul modo in cui è innovativa la Swing Offense di Wisconsin—nonostante dei concetti che riportano ai fondamentali primitivi del gioco—basta guardare come è avvenuta l’evoluzione di Kaminsky. Frank The Tank è forse il giocatore bianco più

che possa esistere. E non è esploso a caso, ma è frutto delle modifiche apportate proprio da Ryan al suo pensiero di gioco iniziale, trovando modo di aggiungere anche elementi

come l’uso del pick& roll, pick&pop e isolamenti, situazioni che a questo livello rendono Kaminsky immarcabile a causa della sua versatilità offensiva.

 

Il mio unico dubbio su Wisconsin rimane il solito, ovvero quanto gli altri giocatori della rotazione siano propensi ad uscire dal sistema. Già contro Arizona e North Carolina li abbiamo visti in grossa difficoltà quando riuscivano ad anticipare o a metter pressione sulla loro esecuzione di gioco facendo leva sulla fisicità e l’atletismo delle proprie difese. Finora però sono riusciti a scamparla giocando ottimi finali e reagendo in maniera impressionante nel momento in cui sembravano spalle al muro; contro Kentucky sarà sicuramente diverso e il recupero di Traevon Jackson sarà fondamentale da questo punto di vista—non per riprendersi il ruolo in quintetto (considerando quanto bene sta facendo Koenig), ma per avere in rotazione l’unico creatore di tiri perimetrale della squadra.

 

Parlando di allenatori che sanno modellare il proprio gioco a seconda degli elementi a disposizione, non si può non parlare dell’ennesima impresa di Izzo e della sua Michigan State. Nella sua carriera, sempre con i colori Spartans, ha portato la bellezza di quattro programmi differenti alle Final Four, ciascuno dei quali con caratteristiche tattiche completamente differenti l’uno dall’altro.

 

Non ricordo, a memoria, un coach capace di cambiare faccia alle squadre come fa lui, senza cambiare identità o abitudini ai suoi giocatori, accettandone i difetti ed elevando i pregi con grande arguzia e tempismo. Riesce a massimizzare l’impatto di Travis Trice, realizzatore con selezioni di tiro dubbie ma debordante quando entra

, della forza animalesca di Branden Dawson e delle piccole cose che portano gli altri giocatori che completano il quintetto.

 

L’unica cosa che rimane intatta in tutte queste squadre è la presenza di un elemento tattico capace di poter fare la differenza in difesa e di dare la luce in attacco, un difensore a cui non viene richiesto un particolare apporto realizzativo, ma di esser capace di agire da playmaker, non importa in che posizione. Lo è stato Mateen Cleaves—play non molto fortunato nella sua avventura pro—nel 2000; lo è stato Alan Anderson nel 2005; lo è stato Draymond Green nel 2010 e lo è Denzel Valentine in questa versione degli Spartans.

 

Quindi se state pensando di sottovalutare Michigan State perché è l’unica tra le finaliste a non avere la seed #1, non fatelo. Ci sarà un motivo per cui la loro sezione studenti si chiama Izzone.

 

https://www.youtube.com/watch?v=N7lYCWesQPQ

Seed #7? No problem.



 



Di Izzo mi ha sempre colpito una cosa: al di là di frasi fatte e aforismi, ha una capacità incredibile di far migliorare i propri giocatori nell'arco di una stagione. Credo che la curva di miglioramento tra gennaio e marzo sia in media una delle più ripide che esistano nel college basket.

 

La prima volta che seguii la NCAA dal vivo con delle pseudo motivazioni giornalistiche fu il 2008/09. Vidi gli Spartans vincere faticando a Northwestern. Due mesi dopo, nella Elite 8 di Indianapolis, li vidi

Louisville. Una dimostrazione di forza imbarazzante. Li cancellarono dal campo nel secondo tempo, mettendo a tacere le 30mila persone giunte a Indy dal confine con il Kentucky. Era la squadra di Suton, Kalin Lucas, Raymar Morgan, Allen, Travis Walton e di un giovane e gioviale Draymond Green. Al di là del fatto che quella partita mi rimarrà impressa più che altro per la foto strappata di Magic Johnson a bordo campo, quella resta una dimostrazione di forza impressionante. Fu il basket di Izzo al suo meglio: difesa fisica, taglia fuori militaresco, lunghi più muscolosi che alti, ed esterni potenti, perennemente aggressivi.

 

Offensivamente può sembrare un basket un po’ scolastico, e rispetto alle trame fini di Wisconsin e all'esecuzione di Duke probabilmente lo è. Ma è l'energia a spingere questi Spartans, così come era l'energia a spingere quelli di allora. E al centro di tutto, per l'appunto, c'è quel difensore di cui parlavi tu. Nel 2009 era Travis Walton, prima che Green salisse in cattedra.

 

Aggiungo comunque che, al di là delle differenze individuali tra i giocatori, tutte le squadre recenti di Izzo hanno dei punti in comune. Un play aggressivo; uno slasher vero che a giochi rotti può piegare in due una difesa (chiedere a Virginia contro Trice); un esterno/ala che fa da collante e leader difensivo, di cui abbiamo già parlato; dei lunghi che sappiano tirare da fuori (Suton, Payne, Costello). Lunghi che non sono mai delle stelle né dei leader, ma sono fondamentali per dare equilibrio.

 

Ho un dubbio però. Perché molti degli allievi di Izzo hanno avuto una carriera professionistica inferiore a quella collegiale? Solo Green, e in circostanze molto particolari, ha sfondato. Per gli altri c’è stata più che altro Europa, nemmeno ad altissimo livello (con l'eccezione di Alan Anderson). Ma tutti gli eroi recenti che fine hanno fatto? Quelli di cui si parlava sopra, che hanno costituito l'ossatura delle ultime squadre? È una cosa a cui penso spesso: è perché Izzo li ha fatti rendere al di sopra dei loro limiti al college? O c'è qualcosa in quel tipo di basket che poi ti rende meno adattabile?

 



Credo di avere inconsapevolmente risposto alla tua domanda nella mail precedente. La forza di Izzo sta nell’esaltare i pregi dei suoi singoli mascherandone i difetti nel più puro "Concetto di Squadra". Se infatti pensiamo alla carriere che hanno avuto i suoi allievi, ci accorgiamo che sono diventati tutti dei buonissimi team-player in Europa, dove alla fine viene sempre mantenuto questa sorta di equilibrio tattico e dove non sempre c’è bisogno del giocatore capace di venir fuori prepotentemente lungo la stagione. Se vogliamo anche Draymond Green ne è l’esempio lampante: l’essenza del team-player capace di girare le partite senza per forza mettere a segno cifre ragguardevoli.

 

Hai fatto l’esempio perfetto con le due partite del 2008/09, ma questi Spartans che sono arrivati alle Final Four sono gli stessi che prima di Natale hanno perso contro Texas Southern e un mese dopo sono capitolati in casa contro Nebraska. Izzo molte volte non riesce a far crescere i ragazzi, ma con il passare della stagione riesce a capire come farli interagire l’uno con l’altro, anche cavando il succo dalle rape, come quest’anno.

 

Bene, abbiamo sbrodolato sulle nostre squadre preferite, ora è il momento di parlare delle due squadre favorite, e partirei da Duke.

 

I Blue Devils sono una squadra su cui non ho mai avuto piena fiducia, probabilmente a causa della frivolezza difensiva, salvo poi venire smentito partita dopo partita. Hanno vissuto una tre giorni infernale a metà gennaio, sono stati sgambettati due volte da Notre Dame—e le Elite Eight ci hanno dimostrato che sono squadra più che rispettabile—ma per il resto hanno dato sempre una grande dimostrazione di forza.

 

Era da tanto, troppo tempo che non si vedeva un giocatore di post basso con il talento di Jahlil Okafor, ed è giusto che un giocatore del genere venga premiato con la prima scelta del prossimo Draft, ma non credo sia l’elemento più importante per le prestazioni della squadra, come dimostrato anche nella partita scorsa contro Gonzaga. Il mostro a tre teste formato dall’impressionante spirito vincente di Justise Winslow—come si fa a dominare una partita con 4/12 al tiro?—, il playmaking di Tyus Jones e la pericolosità dall’arco di Quinn Cook (finalmente libero dai compiti di regia) è un aspetto su cui Krzyzewski ha costruito il

della squadra.

 

Non credo abbiano un livello di talento pari a quello di Kentucky, ma hanno più giocatori portati al sacrificio e allo spirito di gruppo. E non è una cosa da sottovalutare quando ti giochi la stagione nell’arco di 40 minuti. Certo è che se Okafor non inizia a riempire un po’ l’area anche difensivamente—e secondo me ne è capace—la vedo comunque durissima. Non solo in un’eventuale finale contro UK, ma anche alle prese con la forza bruta di Branden Dawson.

 



 



Beh, che dire? Di MSU abbiamo parlato a sufficienza, e possiamo probabilmente non parlare più. A parte una cosa: ora che hanno perso di 20 si dice: «Ci si chiedeva come avessero fatto ad arrivare sin lì», «Erano già un miracolo le F4» ecc ecc. Premesso che Duke ha esposto brutalmente tutti i limiti degli Spartans, considerarli "Squadra Di Miracolati" mi sembra ingeneroso. Il loro valore l'abbiamo visto. Non erano lì per caso. E Duke la possono battere, secondo me. Han beccato la serata storta.

 

Ora,

. Varie cose:
1) Non hanno avuto un calendario molto difficile. Questo è vero. SEC scarsa, altre partite non-conference morbidine. Kansas quest’anno era quello che era, UCLA pure, la vittoria più impressionante è stata con Louisville. Il che non significa che voglio spostare il discorso su “Sopravvalutati vs Sottovalutati”, dicotomia da bar sport che detesto. Ma solo che, in mancanza di test attendibili, era difficile capire il valore di questi Wildcats, e forse, sì, abbiamo visto in loro una corazzata meno vulnerabile di quello che era veramente.

 

2) Detto ciò, hanno fatto vedere lampi di pallacanestro che difficilmente ricordo. Segni di onnipotenza atletica e a volte pure tecnica. Le stoppate, gli alley-oop, i contropiedi. Il modo in cui hanno strangolato gli attacchi avversari. La combinazione di pressione & intimidazione. Per batterli, o per arrivarci vicini, ci sono voluti forse i due attacchi migliori della nazione, in termini di qualità, letture e armi a disposizione, vale a dire Notre Dame (un po' corta) e Wisconsin, che in questo momento sta portando a picchi di perfezione le idee di Bo Ryan. Se restassero lì un altro anno—cosa che dubito faranno—il titolo lo vincerebbero a mani basse. Ma appunto non succederà: è il rischio della politica degli "one & done", ovviamente.

 

3) Mi ha colpito la maturità di Cauley-Stein in spogliatoio. Mentre tutti gli altri rispondevano alle domande incassati (letteralmente!) dentro al loro box, lui ha affrontato i giornalisti a viso aperto, ed è stato sincero. «Tra qualche anno farete qualche documentario

sulla nostra stagione e direte che è stata speciale. Ma ora c'è solo tantissima delusione». Più della dichiarazione, mi ha colpito l'atteggiamento, tutt'altro che sprovveduto.

 

https://www.youtube.com/watch?v=1oNCgH57co8

«Kentucky perfect season is un-done».



 

4) Tatticamente, la sconfitta di UK si spiega con la pazienza offensiva di UW. Li hanno attaccati nella maniera più intelligente: invece di farsi ingolosire da corridoi di penetrazione destinati a finire in stoppata, hanno continuamente cercato l'anello debole, il lungo contro il piccolo (Dekker maestro a punire i mismatch vicino a canestro), o semplicemente la marcatura più favorevole. E hanno approfittato dello spazio concesso a Hayes e Kaminsky, lasciato spesso con ampio margine di manovra sul perimetro. Ma è normale: se vuoi la squadra di "Lunghi, Grossi & Ingombranti", da qualche parte devi pagarlo. Il problema è che se giochi per tutta la stagione contro squadre che hanno la tua stessa struttura ma sono molto più scarse (tutta la SEC, insomma), beccarti la Wisconsin di turno—che invece ha le armi opposte e le sa usare benissimo—fa male.

 

5) Mi hanno lasciato perplesso, ancora una volta, i due

, Andrew e Aaron Harrison. Intendiamoci: hanno salvato molte situazioni tra anno scorso e quest’anno—ma sempre, o quasi, in maniera estemporanea, con ignoranza e talento. E pure un po' di fortuna, si può dire? Mai in una maniera che ti facesse dire: «Oh, questo ha dominato completamente la partita per X minuti, aveva tutto sotto controllo». Ecco, ieri sera fare 2-3 giocate non bastava. Non poteva bastare. E però i due si sono comportati come se bastasse. Hanno giochicchiato per il secondo tempo, provando a mordere quando c'era il + 4 e venendo rimbalzati via (detto questo, se uno di quei tiri dei 35" entrava, parlavamo di una partita diversa. Ma non sono nemmeno arrivati vicini ad entrare).

 

6) Infine, Calipari. Cosa concludiamo? Paga l'inesperienza dei giocatori? O gli manca qualcosa a livello tattico e psicologico per emergere nei momenti cruciali? Per me le componenti sono collegate. A tutte le squadre, 2012 a parte, mancava un po' di leadership. (Grazie, erano tutte di liceali all'esordio, P-Patterson a parte!). Puntualmente l'infilzata è arrivata contro squadre meno forti, ma con gerarchie ben definite, e almeno uno (o due) senior a farla da padrone. West Virginia con Mazzulla e compagnia nel 2010 (LACRIME), UConn con Kemba nel 2011, UConn con Shabazz nel 2014. E i Badgers. Può sembrare banale concludere una cosa così, ma quello che abbiamo visto a UK (Memphis caso a parte) è che c'è differenza tra arrivare in F4 e fare "l'Ultimo Salto". Ammassare talento può essere garanzia del primo, ma non del secondo. Il che non significa che sia un metodo destinato a fallire, ma solo che, anche nel 2015, a spostare gli equilibri nel college basket sono sempre i senior più dei freshmen. (Ok, ora vincerà Duke e questa cosa la cancelliamo). Che dici Lore?

 



Sono totalmente d’accordo con quanto hai scritto su tutto. Quello che ho visto di diverso rispetto alle annate da te elencate—e simile alla favolosa squadra che arrivò al titolo nel 2012, quella di Anthony Davis e Michael Kidd-Gilchrist—è proprio la coesione e la capacità di uscire dalle brutte situazioni con la forza del gruppo. Nelle vittorie sofferte, seppur con squadre mediocri, sono venuti fuori tutti insieme, non ci sono stati scatti di egoismo o di

, ma una volontà comune che dimostra il lavoro mentale eccellente da parte di Calipari. Sempre Cauley-Stein nell’intervista post-sconfitta si è detto affranto di non poter più rivivere quel gruppo in campo. Ho letto molta sincerità in quelle parole, anche perché lo dimostravano in campo.

 

Di contro però non si può non puntare il dito sulla gestione tattica. Oltre a quello che hai già fatto notare tu, con Wisconsin alla ricerca continua della migliore situazione per attaccarli, che molte volte prevedeva proprio un Cauley-Stein—il loro barometro difensivo—nella peggior posizione per dare una mano al resto della squadra, c’è stata anche una notevole povertà nel cambiare la storia della partita con aggiustamenti adeguati alle caratteristiche dei giocatori.

 

Era chiaro sin dal principio che Wisconsin puntasse a toglier loro ritmo e transizioni semplici, aspetti su cui non potevano controbattere in maniera continuativa, ma nonostante ciò il loro attacco è rimasto piatto e prevedibile, portato avanti a fatica dal talento di Towns in post—prima però che Kaminsky realizzasse quanto faccia affidamento solo sulla mano destra—e sull’ “ignoranza" dei gemelli.

 

Mi ha ricordato molto la Elite Eight del 2010 contro West Virginia: quella era, a mio modo di vedere, la squadra con più talento in assoluto passata per le mani dell’italo-americano (per rinfrescare la memoria, in quintetto c'erano Wall, Bledsoe, Cousins e Patterson) ma che si piegò ai colpi di Joe Mazzulla, uno che il professionismo non lo ha visto neanche in cartolina. Questi Badgers sono una squadra molto migliore di quei Mountaineers, ovviamente, ma ho rivisto la stessa incapacità di rispondere ai colpi avversari, nonostante fossero una stagione in piena e totale fiducia dei propri mezzi.

 

Gli Harrison a me non sono mai piaciuti, l’atteggiamento con cui calcano il campo da quando sono arrivati a Lexington è di una supponenza che difficilmente è stata supportata dai fatti, quanto appunto da situazioni estemporanee ma decisive come nel Torneo dello scorso anno. E come dici giustamente te, si sono sempre adagiati sulle loro qualità e in due anni non hanno fatto un miglioramento che sia uno: Andrew ha sempre spinto sulla componente fisica maggiore rispetto ai pari ruolo e Aaron si è accontentato del tiro da fuori, quando è ad anni luce di distanza da essere un tiratore naturale come Devin Booker. Non a caso ho molti dubbi sul loro futuro al piano di sopra—anche perché, se non migliori con un allenatore come Calipari, come puoi pensare di farlo anche in NBA?

 

Loro due non torneranno, e non lo faranno neanche altri cinque elementi del roster, come

che non ha aspettato neanche che si raffreddasse il cadavere prima di piombarci sopra come un avvoltoio. Calipari riparte da capo, come sempre.

 



 



E poi c'è che coach K è uno dei migliori allenatori al mondo. Per come sa tirare fuori il massimo da squadre diverse, giocatori diversi, storie diverse. Se tutti i coach di cui abbiamo parlato hanno un loro modello, un loro "Formato Ideale" su cui basano reclutamento e scelte, coach K ha dimostrato di saper fare tutto, con tutti i tipi di giocatori. La varietà di gente che ha reclutato negli anni per costruire le sue squadre è pazzesca. Pazzesco è anche il successo che ha avuto.

 

Mi ricordo questa cosa. Ero a Duke per Duke-Clemson, unica mia puntata a Durham. Anno 2010, quello del titolo. Duke domina. Avanti di 25. Scheyer forza un'infrazione di 10 secondi per superare la metà campo con una gran pressione. K entra in campo, urla, sbraita, fa andare i pugni. Avanti di 25 contro Clemson. Questa si chiama motivazione. Si chiama non essere mai sazi. Si chiama

, con qualunque tipo di squadra a disposizione.

 

Tyus Jones è stato monumentale, e non so che altro dire. Per come ha preso in mano la partita, per la maturità, per la freddezza, o per i punti nelle mani. Ogni partita fa storia a sé, ma la differenza rispetto agli Harrison Twins, termine di paragone immediato, è stata imbarazzante.

 

A Wisconsin è mancato killer instinct. Era da vincere, in quelle condizioni. E invece sul più bello hanno avuto paura. Anche in difesa, come mostrato dai rimbalzi in attacco concessi a Okafor nel finale. Con Kentucky non era successo. Peccato davvero.

 

Ah, Okafor appunto. Piedi mostruosi, ancora prima delle mani. Mai visto uno così potente

coordinato al tempo stesso. Eppure Duke l'ha vinta anche senza di lui. Come una vera squadra.

 



Non faccio fatica a considerare Coach K il miglior allenatore collegiale di sempre. So che posso sembrare blasfemo considerando i Wooden e i Knight, ma nella sua carriera è

riuscito a capire come si evolveva il gioco, le regole e gli interpreti, e con grande umiltà ha rivisto i suoi principi, li ha modificati ad hoc e ha sempre fatto uscire grandi squadre.

 

Duke è ricordata per l’animo bianco del roster: Christian Laettner ne era l’emblema, così come il dimenticato Greg Paulus e in tempi più recenti Jon Scheyer, che ora siede al suo fianco in panchina. Questa vittoria invece è la dimostrazione del suo adattamento a un gioco nuovo, all’accettare tre "one & done" come Okafor, Jones e Winslow ma senza metter da parte il concetto di coesione, anzi cercando di elevarlo di pari passo con la crescita del talento individuale.

 

Il lavoro difensivo ne è la miglior dimostrazione: prima delle Final Four avevo grossi dubbi perché avevano sì fatto vedere buone cose al Torneo rispetto a inizio anno, ma sempre con squadre non particolarmente offensive, ad eccezione di Gonzaga... e invece sono stati perfetti in entrambe le partite.

 

Infine ci tengo a sottolineare quanto sia romantico per Coach K che la Finale l’abbia svoltata Grayson Allen, il "Bianco Poco Simpatico Agli Avversari" che porta intensità, grinta e totale abnegazione per il raggiungimento del risultato. Un profilo che potrebbe ricordare uno degli elementi delle sue squadre di fine anni ’80-inizio ’90... se non fosse un 5-star recruit atletico e particolarmente talentuoso. Perché i tempi cambiano, e Coach K ha dimostrato di saperlo bene.

 

http://www.dailymotion.com/video/x2lxm2e_one-shining-moment-2015-ncaa-march-madness_sport

Non si può che chiudere così.



 
 

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