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Alex Belinger

Come si pressa in Serie A

Le marcature a uomo sono sempre più diffuse, ma non è detto che siano sinonimo…

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con NOW TV.

 

Pur con una lentezza che rende difficile distinguere le sue fasi, il calcio continua a evolvere. Uno degli aspetti del gioco maggiormente cambiati negli ultimi anni è la gestione della fase di possesso palla avversaria, dove il pressing sta assumendo un’importanza sempre maggiore. Soprattutto in Bundesliga, con allenatori come Jürgen Klopp o Roger Schmidt, il pressing è diventato centrale per squadre che hanno puntato molto sulla transizione positiva. Ma sarebbe ingiusto ridurre questa situazione di gioco alla scuola tedesca. Anche in Spagna il pressing (e il Gegenpressing) è diventato importante: per squadre che vogliono sempre il pallone per attaccare è diventato fondamentale avere un sistema di riconquista rapida ed efficace.

 

La Premier League sembra essere più indietro nell’evoluzione. La poca organizzazione nella fase difensiva è uno dei motivi alla base degli scarsi risultati degli ultimi anni, nonostante i vantaggi finanziari. Solo da quest’anno, e con l’imprescindibile aiuto degli allenatori stranieri (Klopp, Pochettino, Guardiola più che altro, ma anche Conte per aspetti diversi), il campionato inglese sembra essersi rimesso in carreggiata sulla strada dell’evoluzione.

 

E la Serie A? In Italia le squadre sono rimaste un po’ indietro. In generale si punta molto su una buona organizzazione, ma le formazioni tendono a difendere basse e a pensare troppo poco alla riconquista del pallone. La fase di possesso avversaria viene studiata in modo molto analitico, e questo genera come effetto collaterale un livello di intensità meno alto, che rende difficile un pressing alto.

 

Questo non significa che molte squadre italiane non vogliano pressare alto, è solo che lo fanno in modo più cerebrale e meno agonistico. In questo senso, l’espediente che molti hanno trovato per pressare senza ricorrere a troppa intensità è l’impiego delle marcature a uomo, spesso utilizzate in tutte le zone del campo.

 

Un sistema di gestione della fase di non possesso con vantaggi e svantaggi molto marcati, ma che in generale aumenta l’attitudine difensiva delle squadre italiane. Le marcature a uomo, rispetto a quelle a zona, sono infatti un ottimo strumento di distruzione del gioco avversario, ma si rivelano meno efficaci nel recupero palla, e quindi nelle premesse per una transizione positiva. Attualmente le marcature a uomo rappresentano uno dei tratti più peculiari della scuola tattica italiana, ma qual è il motivo di questa tendenza?

 

 

L’esigenza di marcare a uomo

 

L’esigenza di marcare a uomo è nata in Italia anche per risolvere rebus tattici particolarmente complessi. Quello posto, ad esempio, da Paulo Sousa e dal suo arrivo in Italia. Il suo 3-2-4-1 alla ricerca della superiorità posizionale, della massima ampiezza e di un intelligente gioco tra le linee ha messo in crisi molte squadre italiane. Contro un sistema del genere è difficile difendere e molte squadre hanno virato verso una difesa più orientata all’uomo, che ha finito per funzionare soprattutto grazie alla staticità della Fiorentina.

 

Lo scorso anno la Roma ha vinto entrambe le partite contro la Fiorentina, giocando con marcature a uomo diverse. Prima, con Rudi Garcia, è arrivata una vittoria fortunata con un 6-3-1 con i terzini sui trequartisti; al ritorno, con Spalletti in panchina, il 4-2-2-2 ha marcato il centrocampo della squadra di Sousa.

 

 

Marcatura con orientamento sull’uomo e sistemi misti

 

Guardando la Roma è evidente come ci siano vari modi di marcare a uomo. Anzi, in questo caso, più che di marcatura a uomo sarebbe più corretto parlare di orientamento sull’uomo. Le differenze da notare diventano allora il grado di questo orientamento e su quali reparti e avversari c’è più attenzione. Bisogna subito dire che la marcatura a uomo, rigorosa e a tutto campo, – la forma più classica delle marcature a uomo, ogni giocatore ha un suo avversario, che deve seguire per tutto il terreno di gioco – si vede poco nel calcio moderno.

 

In passato era normale che ogni giocatore prendesse in consegna un avversario, usando come riferimento il suo numero di maglia. Una prassi che gli ungheresi hanno sfruttato nel “Match of the Century”: la storia vittoria ottenuta a Wembley contro l’Inghilterra. In quel caso i “magiari” giocarono smontando il classico sistema dei numeri e schierando in avanti Nandor Hideguti da falso nove. Di fatto furono i primi a mettere in crisi il sistema delle marcature a uomo. Il grande movimento senza palla di Hideguti, che veniva incontro verso il centrocampo, o si defilava sulle fasce, portava fuori posizione i difensori inglesi, aprendo spazi dove si inserivano per concludere Ferenc Puskás e Sándor Kocsis.

 

Di solito un sistema orientato all’uomo ha bisogno di sfruttare la superiorità numerica nell’ultima linea. Marcelo Bielsa, un allenatore che punta molto sulle marcature a uomo, gioca sempre con un difensore in più rispetto al numero degli attaccanti avversari (quindi contro un attaccante si gioca con due difensori centrali, contro due attaccanti con tre).

 

L’Atalanta di Gasperini e il Genoa di Juric, pupillo di Gasperini, sono (erano nel caso di Juric) molto vicine a questo sistema di difendere. Entrambe le squadre si schierano con un 5-4-1 in fase difensiva, ma le marcature tendono a cambiare in base al sistema dell’avversario. Non tutti i giocatori devono sempre essere vicini all’avversario di riferimento, lontani dal pallone basta avere un occhio sull’avversario e prendere vantaggio rispetto al movimento della palla. Le marcature a uomo, insomma, sono meno rigorose: se gli avversari cambiano posizione, i difensori non seguono i loro movimenti per tutto il campo.

 

Le marcature a uomo del Genoa contro il Milan. Simeone pressa contro i due difensori centrali. In questo caso, Bonaventura nel mezzo-spazio viene marcato da Rincon, però con Bonaventura sulla fascia è stato spesso Edenilson a marcarlo.

 

Un altro sistema difensivo decisamente orientato sull’uomo è ad esempio quello del Bologna di Donadoni. Nel 4-1-4-1 i giocatori inizialmente rimangono nella loro zona, ma poi tendono a staccarsi seguendo i movimenti degli avversari. Gli esterni non si accentrano per aumentare la compattezza, ma preferiscono orientarsi sui terzini avversari: se un terzino avversario avanza, l’esterno segue il suo movimento fino ad affiancare il terzino della propria squadra. Spesso i movimenti possono allora scambiarsi: con il terzino che sale per seguire i movimenti di un esterno. Anche i centrocampisti, nel Bologna, provano a rimanere vicini all’uomo.

 

Il gioco del Napoli contro le marcature a uomo del Bologna.

 

Donadoni fa spesso ricorso anche a marcature a uomo individuali. Contro il Napoli i rossoblù hanno messo un centrocampo a tre, avanzando Nagy davanti alle due mezzali in marcatura su Jorginho. La squadra di Sarri non ha avuto in realtà grandi problemi e ha aggirato la marcatura sfruttando in impostazione la grande qualità dei suoi difensori, oltre ad Hamsik.

 

La soluzione che molte squadre di Serie A hanno scelto è quella di un compromesso: un sistema equilibrato tra marcature a zona e marcature a uomo. Si difende con la difesa a zona, ma se un avversario entra in una zona particolare, allora il difensore lo prende in consegna e gli resta vicino. Quando l’avversario lascia quella zona, il marcatore non lo segue.

 

È il sistema utilizzato dalla Juventus, ad esempio. I bianconeri nominalmente difendono a zona, ma è una zona meno pura di quella di altre squadre. Una differenza spiegata bene da Daniele Rugani: «Con Sarri era il pallone a determinare i movimenti della linea difensiva, mentre con Allegri si lavora molto di più sull’uomo».

 

 

I vantaggi della marcatura a uomo

 

Le marcature a uomo offrono un paio di vantaggi. Il primo è la semplicità: i difensori hanno sempre un riferimento molto preciso. Soprattutto nei sistema di marcatura più rigorosi, ognuno è responsabile del suo uomo, e questo alleggerisce la loro intensità mentale durante i 90 minuti. Quando le marcature a uomo diventano flessibili diventano anche più difficili: soprattutto quando gli avversari si muovono molto la fase difensiva diventa più complicata da coordinare.

 

Allargando il discorso a un tema più generale, le marcature a uomo attribuiscono maggiore importanza ai singoli rispetto al collettivo: ci si muove come 10 individui e non come un corpo solo.

 

Al contrario nella difesa a zona le posizioni dei compagni non sono determinanti. Se almeno tutti i giocatori vicino al pallone sono marcati, non c’è l’uomo libero. Contro una difesa a zona è importante avere giocatori bravi a giocare tra le linee, che aumentino la verticalità e tengano occupato più di un avversario alla volta.

 

Atalanta e Genoa sono brave proprio a non aprire nessuno spazio tra le linee. Altre squadre inizialmente lo lasciano, e deve essere poi bravo un difensore a uscire dalla linea e a togliere respiro all’attaccante: non permettergli di girarsi e di far guadagnare campo alla squadra.

 

Essere troppo orientati all’uomo però porta anche degli svantaggi. Un giocatore che segue il movimento di un avversario, lascia la sua posizione e apre degli spazi. Gli spazi che si possono aprire all’interno di sistemi difensivi come quelli di Atalanta e Genoa sono davvero grandi. Ma anche dentro sistemi semplicemente orientati sull’uomo i rischi sono comunque considerevoli: lo abbiamo visto proprio in Bologna – Napoli, dove i partenopei sono stati chirurgici nello sfruttare lo spazio aperto incoscientemente dai rossoblù. Le linee difensive a 5 – come quelle di Genoa e Atalanta – sono più brave a chiudere questi spazi, mentre una difesa a quattro molto orientata sull’uomo è intrinsecamente più esposta. Mescolare troppo uomo e zona, insomma, può generare confusione.

 

L’Inter con un brutto pressing contro la Lazio. Candreva si orienta al terzino e apre il mezzo-spazio. Brozovic non può andare a pressare il difensore centrale, che avanza, perché lui segue il movimenti di Murgia (che in questa partita ha fatto un ottimo lavoro nel manipolare la posizione di Brozovic per aprire spazi per i suoi compagni). Manca anche Kondogbia, che si ritrova nella ultima linea, insieme con Parolo. Tutta la difesa a quattro dell’Inter marca a uomo.

 

L’apertura degli spazi nei sistemi che marcano a uomo non è per forza di cose un problema. Quando un avversario prova a occupare lo spazio libero in teoria ci dovrebbe sempre essere un difensore pronto a prenderlo in consegna. I problemi cominciano quando un attaccante riesce a superare un difensore, quando, cioè, chi marca a uomo perde un duello individuale. A quel punto a chi tocca uscire per pressare l’avversario?

 

Chiunque esca aprirà degli spazi per un altro attaccante. Di solito è un difensore a uscire per bloccare la linea di passaggio, ma alla squadra in possesso basterà cercare una triangolazione per approfittare della situazione. Un duello perso può generare gravi conseguenze nei sistemi a uomo, mentre in quelli a zona ci si può sempre rifugiare nella copertura e nella pressione di altri compagni.

 

Come si difende con marcature a uomo contro Adem Ljajic? Il serbo ha messo in grave difficoltà l’Atalanta, muovendosi per tutto il campo. In questa situazione l’esterno sinistro sovraccarica il lato destro e si posiziona benissimo nello spazio libero tra le linee.

 

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Alex Belinger è nato nel 1994 nella periferia di Vienna e segue il calcio italiano dall’Austria. Studia media management, scrive analisi tattiche sul sito tedesco “Konzeptfussball” e fa anche l’allenatore.