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Dario Saltari
Come la Roma ha distrutto il Villarreal
17 Feb 2017
17 Feb 2017
Ampiezza, profondità, cambi, Dzeko. A Spalletti ieri è andato tutto per il verso giusto.
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Dario Saltari
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In questa stagione il Villarreal aveva subito più di due gol solo una volta, contro la Real Sociedad a gennaio. È la migliore difesa della Liga e uno dei migliori assetti difensivi d’Europa. D’altra parte, un sistema difensivo perfetto non esiste e già ieri Emiliano Battazzi aveva ben

i limiti del “Sottomarino Giallo” utilizzando la metafora della ceramica, che “fornisce l’illusione di avere un prodotto solido e raffinato al tempo stesso: eppure si può rompere con una facilità estrema”.

 

Ieri sera, il vaso di ceramica di Escribà è stato distrutto dalla palla demolitrice di Spalletti, che ha utilizzato tutte le armi a sua disposizione per mandare in mille pezzi quello che sembrava un bunker indistruttibile. Ne ho evidenziate quattro, con cui il tecnico della Roma ha trasformato le piccole crepe del sistema difensivo del Villarreal in fratture insanabili.

 



Nonostante abbiano iniziato la partita in maniera molto simile, aggredendo il primo possesso in maniera intensa, in realtà le due squadre avevano un approccio tattico decisamente diverso, quasi opposto. Sia col pallone che senza il 4-4-2 il Villarreal tendeva a sovraccaricare il centro: quando attaccava, la squadra di Escribà portava le due ali al centro, tra le linee, a formare un 4-2-2-2 in cui, almeno inizialmente, i terzini erano piuttosto bloccati; in fase difensiva, invece, le ali tornavano ad occupare gli esterni, formando due linee molto strette di fronte alla propria area di rigore, con lo scopo di schermare il centro e indirizzare il possesso avversario sull’esterno, dove la linea del fallo laterale dimezza le linee di passaggio agevolando il pressing.

 

Mentre il sempre più ortodosso 3-5-2 di Spalletti, quando attaccava posizionalmente nella metà campo avversaria si prendeva tutta l’orizzontalità del campo, occupando tutti i corridoi verticali; per poi ripiegare senza palla in un 5-4-1 copertissimo, che permetteva ai centrali di uscire in maniera molto aggressiva sugli uomini tra le linee senza avere il patema di lasciare troppo spazio alle proprie spalle.

 



 

Tra queste due strategie, nel primo tempo ha prevalso quella del tecnico toscano. Il Villarreal non riusciva a togliere il pallone agli avversari in zone alte del campo, soprattutto perché la Roma lo faceva uscire quasi sempre pulito: o attraverso il rombo di costruzione Fazio-Rüdiger-Manolas-De Rossi, che mandava in inferiorità il pressing spagnolo; o attraverso i lanci lunghi per il petto di Dzeko, che nei duelli aerei ha annichilito Musacchio.

 

In questo modo la Roma riusciva a risalire il campo organicamente, occupando quasi con tutti gli effettivi la metà campo avversaria.

 

E qui iniziavano i problemi per il Villarreal. Di solito la squadra di Escribà, pur di difendere in modo compatto il centro concede spazio sugli esterni permettendo i cross dalle fasce. Ieri, però, la superiorità fisica della Roma era talmente netta che Escribà ha chiesto agli esterni di centrocampo di seguire Palmieri e Bruno Peres.

 

La mossa ha accentuato ulteriormente i problemi difensivi del Villarreal: la squadra di Escribà ha iniziato a difendere con un 6-2-2 di fatto, che non permetteva alla squadra di risalire il campo in transizione e allargava a dismisura gli spazi di mezzo, in cui potevano banchettare Strootman, El Shaarawy e Nainggolan.

 



 

La situazione per il Villarreal è diventata particolarmente drammatica sulla catena di sinistra, dove Castillejo è stato fatto a pezzi fisicamente e tecnicamente da Emerson Palmieri, e dove spesso persino

per cercare di sfruttare i movimenti asincroni tra il terzino sinistro della Roma e El Shaarawy, che invece veniva incontro.

 

La situazione si è ovviamente palesata nel gol dell’1-0 che, al netto della grandissima giocata di Emerson Palmieri, nasce da una palla persa ingenuamente da Castillejo che stava proprio coprendo l’avanzata del terzino sinistro della Roma.

 



All’inizio del secondo tempo il Villarreal ha tentato di recuperare il risultato: ha alzato l’intensità del pressing e ha iniziato a far salire i terzini, che occupavano lo spazio liberato dai tagli esterno-interno delle ali di Escribà. La Roma ha diminuito la presa mentale sulla partita e ha iniziato anche a sbagliare tecnicamente, facendosi schiacciare nella propria trequarti e appiattendo il proprio gioco sulla palla lunga per Dzeko.

 

Le cose sono radicalmente cambiate con l’ingresso al 62esimo di Salah e il conseguente spostamento di Nainggolan dalla destra alla sinistra. Con l’egiziano in campo la Roma ha aumentato ulteriormente la ricchezza offensiva a sua disposizione: Salah ha un set di movimenti diversissimo e più ampio di quello di El Shaarawy, con un istinto alla profondità che all’italiano manca quasi del tutto e un’esplosività che non è replicabile (e che alla Roma è mancata molto quando Salah era impegnato in Coppa d’Africa).

 

La Roma ha acquisito, così, un’ulteriore possibilità che nel primo tempo non era stata mai sfruttata. Adesso poteva passare per la catena di sinistra, con Nainggolan che si proponeva tra le linee e Palmieri che contemporaneamente attaccava la profondità in ampiezza; oppure poteva muovere il pallone in orizzontale da una parte all’altra per liberare Bruno Peres, che poteva poi servire

tra il terzino e il centrale avversario.

 

Di Salah si sottolinea spesso la sua superiorità fisica, con cui mette costantemente in imbarazzo gli avversari, ma raramente si parla del tempismo con cui attacca la profondità.

 

L’egiziano

, e cioè un attimo prima che la palla arrivi al compagno che lo sta per servire, in modo che il difensore che lo marca resti in ritardo di quella frazione di secondo necessaria per valutare la traiettoria del pallone e reagire. L’esplosività fisica, poi, fa il resto.

 

Salah è l’arma perfetta per attaccare quello che Spalletti chiama “lato cieco”, cioè quello spazio che il difensore è costretto a lasciare libero perché, come ha spiegato Daniele Manusia in

, non può guardare al tempo stesso la palla e l’avversario in movimento.

 



Per il Villarreal le brutte notizie non sono finite con l’ingresso di Salah. Con il cambio tra Juan Jesus e Rüdiger la Roma acquisiva un’ulteriore possibilità offensiva. Al netto di valutazioni tecniche individuali, avere un difensore destrorso sul centrosinistra rallenta il gioco della Roma, con il centrale tedesco costretto sempre a spostarsi il pallone dal sinistro al destro, limitando le sue scelte tecniche in impostazione nell’ultima trequarti a filtranti verso l’esterno e cross dalla trequarti.

 

Con Juan Jesus, mancino naturale, la Roma poteva invece servire finalmente delle palle dall’esterno all’interno. Il terzo gol è un manifesto di cosa significa: il centrale brasiliano avanza fino ad oltre il centrocampo e in prima battuta serve Nainggolan tra le linee che gli restituisce il pallone. Poi, di prima,

tra i due centrali avversari di Dzeko.

 

Con l’ingresso di Salah e Juan Jesus, il Villarreal non aveva praticamente più punti di riferimento difensivi. Se accorciava sulle mezzali tra le linee, lasciava spazio in profondità a Dzeko a Salah. Se copriva la profondità, lasciava la ricezione tra le linee a Nainggolan e Strootman. Se cercava di coprire il campo in orizzontale, lasciava in due contro due i centrali. Se si stringeva al centro, lasciava campo libero ai terzini sulle fasce.

 



Non si può chiudere questa analisi se non parlando della tripletta di Dzeko. L’attaccante bosniaco sta vivendo una stagione surreale, e non solo per l’abnorme mole di gol che ha già messo a segno in stagione (28 in 34 partite).

 

Dzeko è di gran lunga il primo attaccante in Europa per Expected Goals fatti, sia in termini assoluti che pesati sui 90 minuti. Per dire, ne ha totalizzati in campionato quasi 20, mentre Lewandowski, secondo, supera appena i 13.

 

Questa disponibilità offensiva enorme gli ha permesso di arrivare alle cifre che dicevamo prima, nonostante abbia ancora un’efficienza realizzativa piuttosto bassa (è attualmente 34esimo tra i quattro principali campionati europei).

 

Ma il dato sugli Expected Goals è in realtà solo apparentemente neutro, perché non chiarisce fino in fondo quanto sia merito dell’effettiva bravura della punta nel trovarsi le occasioni migliori per calciare a rete.

 

I tre gol di ieri, forse, hanno chiarito questo discorso per quanto riguarda Dzeko. In tutti i tre i casi la Roma è la punta bosniaca a costruirsi l’occasione con un movimento: nel primo inganna Musacchio con un passo di taranta e si spalanca la porta per il tiro; nel secondo mette il suo corpo tra la traiettoria del cross e Ruiz, prima che questo si accorga che la palla è effettivamente pericolosa; nel terzo riesce a girarsi verso la porta

controllando il pallone con entrambi i piedi.

 

Una fetta della varietà offensiva della Roma si poggia sulle spalle della grande ricchezza tecnica di Dzeko che, da solo, è un’incognita per le difese avversarie: è inattaccabile nel gioco aereo, ha una fisicità dominante, sa destreggiarsi nello stretto e ha un grande tempismo nei movimenti senza palla. A volte la migliore strategia per difenderlo e

.

 

Non si può dire con certezza quanto sia la Roma a permettere a Dzeko di segnare così tanto e quanto sia invece l’attaccante bosniaco a rendere la squadra di Spalletti così ricca offensivamente: di certo le due storie sono inestricabilmente legate.

 

 

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