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Valentino Tola
Coltivare il disordine
23 Mar 2015
23 Mar 2015
Il Barcellona di Luis Enrique vince El Clásico divertendosi a rompere i propri dogmi di gioco.
(di)
Valentino Tola
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5 min
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Ormai è chiaro: il Barça un tempo perfettino, immancabilmente esatto nel gestire tempi e spazi del gioco, quasi matematico nonostante le alzate di genio dei suoi fuoriclasse, ora è una squadra che osa la confusione e coltiva il disordine come chiave per il successo. Di fronte ad automatismi offensivi quasi assenti e una struttura difensiva tenuta su con le pinze, la logica sembra sempre suggerire che prima o poi qualcuno dovrà arrivare a smascherarli, magari la famosa grande-squadra-di-dimensione-europea-che-se-la-gioca-alla-pari, e invece i culé resistono, e loro per primi credono sempre di più a questa bugia raccontata sempre meglio.

 

Anche il Real Madrid, che a un certo punto sembrava quasi passeggiare, alla fine ha rischiato di perdere con più di un gol di scarto, trascinato nel Caos predicato da Messi e compagnia. Ora sono quattro punti di vantaggio: è difficile che questo Barça possa entrare nei manuali, ma è probabile che alla fine entri negli almanacchi, alla voce “Albo d’oro”.

 

A dire il vero, in omaggio all’importanza di questa partita, il Barça ha anche puntato a contenere i suoi slanci, trovando risposta in un Madrid molto paziente. Dopo l’indescrivibile dimostrazione di classe di Messi contro il Manchester City, molte attenzioni erano concentrate sulla risposta difensiva del Real Madrid all’argentino.

 

Nessuna sorpresa alla fine, perché la strategia non cambia sin dai tempi degli ultimi derby con Mourinho, ma sempre grande apprezzamento per l’esecuzione. Il Madrid conosce bene Messi, e sa che non bisogna provocarlo in nessun modo: mai andarlo a cercare o marcare direttamente per sottrargli la palla. La squadra di Ancelotti così semplicemente “fluttua” (non si chiude nella sua area e nemmeno va a pressare, semplicemente accorcia in avanti o ripiega a seconda della direzione in cui si muove il pallone) nella zona di Messi quando riceve palla: si dispone di fatto con un 4-4-2 perché Ronaldo va a fare la seconda punta totalmente sollevata da compiti di copertura, mentre Bale ripiega molto più del solito sulla destra. Isco conferma una buona capacità di concentrazione in fase difensiva quando chiamato al sacrificio, e così sulla sinistra chiude lateralmente e al tempo stesso non si allontana mai da Kroos, che all’andata nel primo tempo soffrì parecchio i movimenti di Messi alle spalle e ai lati.

 

Messi non viene braccato direttamente ma vengono sorvegliate le sue opzioni di passaggio: finché la zona è presidiata non può trovare il taglio dentro-fuori tipico di Rakitic, e al tempo stesso quando il Madrid lo lascia ricevere è sufficientemente lontano da non minacciare con la giocata offensiva più ricorrente e pericolosa in questo Barça, cioè il lancio in diagonale verso Neymar o Jordi Alba.

 


Il Real Madrid segue sì Messi (per non lasciargli mai l’opzione di giocare “a palla scoperta” il lancio diagonale verso Neymar) ma rimane attento alle distanze fra un giocatore e l’altro. Non si fa mai risucchiare fuori zona da Leo. Alves rimane dietro praticamente per tutta la partita.



 

Nessuno del Barça può ricevere tra le linee, e perciò i padroni di casa non possono far leva su alcun vantaggio tattico. Se devono creare qualcosa, può essere solo frutto dell’ispirazione e della tecnica. Nulla che non sia abituale negli ultimi mesi, peraltro.

 

Va detto in ogni caso che i blaugrana ora dispongono di un’individualità a cui il sistema difensivo “fluttuante” iniziato da Mourinho non ha ancora preso le misure, e cioè Suárez. Senza l’uruguaiano, anche nei suoi momenti peggiori sotto porta, questo sistema, basato sulla felicità di Messi e Neymar, senza guinzaglio non sarebbe possibile. Il gioco su Suárez spalle alla porta, sgomitante e spesso vincente fra Pepe e Ramos, è una delle poche possibilità di guadagnare metri. Metri, cartellini gialli (Pepe) e punizioni, come quella che sblocca il risultato, incornata da Mathieu.

 

In ogni caso, il pur fragile sistema difensivo del Barça non offre al Real Madrid gli stessi vantaggi dell’andata. Nel nuovo sistema di Luis Enrique Alves rimane dietro e accentrato per iniziare l’azione e lasciar ricevere largo Messi, in questo caso ci rimane anche per avere l’uomo in più in transizione difensiva e non fare andare in parità numerica Piqué e Mathieu contro Ronaldo e Benzema. Inoltre rispetto all’andata non gioca più Xavi mezzala, ma il più dinamico Rakitic, che allargandosi in fase di non possesso compone un 4-4-2 non dissimile da quello madridista (Bale da una parte e Neymar dall’altra si sacrificano per Ronaldo e Messi).

 


Il lato sinistro è chiaramente il lato forte del Real Madrid, con Marcelo a portare palla e Isco e Ronaldo ad alternarsi in appoggio fra trequarti e linea laterale. Luis Enrique si adatta con un 4-4-2 in fase difensiva.



 

Nonostante chiare sbavature del Barcellona nei movimenti dei reparti, anche il Real Madrid è costretto a costruire poggiandosi sul talento individuale. E qui, a brillare sono gli attori secondari più che le stelle. Secondari solo perché le stelle sono Messi e Cristiano, ma Marcelo resta un genio, pazzoide e incontrollabile. Serve a poco che Luis Enrique copra di più ai lati col 4-4-2, il brasiliano è un giocatore capace di irridere qualsiasi schema, con il fegato per dribblare nella sua metà campo e la qualità per creare a partire da questo gesto così anticonformista per un terzino vantaggi che si estendono a catena fino alla porta avversaria. Da lui (e da una copertura di Messi un po’ rilassata, diciamo così) parte l’azione che finisce con la traversa di Ronaldo, e tutta una serie di iniziative che fanno progressivamente perdere il controllo (nervoso, perché quello tattico non ce l’ha quasi mai) al Barça.

 

Oltre al terzino-fantasista è determinante l’altro attore secondario, il centravanti con il cervello da regista: Karim Benzema, sublime in appoggio, anche a surrogare un Modric ancora un po’ timido dopo il ritorno dall’infortunio (sempre sulla stessa linea di Kroos senza rischiare troppo). L’azione del pareggio nasce da un ripiegamento un po’ disordinato del Barça dopo un calcio d’angolo e un’occasionissima fallita da Neymar, ma la rifinitura di Benzema vale più di metà del gol di Ronaldo: un capolavoro tattico per l’intelligenza del taglio che costringe Piqué (che comunque conferma l’eccellente periodo di forma) a seguirlo e creare lo spazio per Ronaldo, un’opera d’arte per l’eleganza e precisione millimetrica del colpo di tacco che serve Cristiano.

 

La partita sembra francamente tutta del Real Madrid, che ha dalla sua l’ordine e ora anche il morale, avvicinandosi al vantaggio ad inizio ripresa proprio con Benzema. Però il Barça la ribalta con un gol che rispecchia fedelmente ciò che è oggi la squadra di Luis Enrique. Alves prende palla dietro la linea di centrocampo, il Real Madrid ha preso tutte le posizioni difensive, Messi se riceve è comunque lontanissimo, non ci sono possibilità di giocate fra le linee: in quale altro modo può creare un’occasione il Barça se non con un lancio millimetrico di Alves che casca proprio in quel punto lì, l’unico che consenta di arrivare alla conclusione prima che Casillas prenda vantaggio sull’uscita? E in quale altro modo può segnare Suárez se non con un controllo perfetto in corsa che gli consenta di giocare sull’ultimo decimo di secondo disponibile per anticipare Casillas e non consentire a Pepe e Ramos di recuperare? Perfezione tecnica e ispirazione: sembrano basi fragili, ma non lo sono più tanto se ne disponi in quantità sovrabbondante.

 


Forse Pepe e Ramos dovrebbero stare più stretti, ma è difficile pensare a tante squadre che tirino fuori un’occasione da una situazione tattica come questa.



 

Dopo il gol il Barça chiude ancora di più il suo 4-4-2 in fase difensiva (Busquets addirittura prende il posto di Rakitic a destra prima dell’ingresso di Xavi e Rafinha, che saranno gli esterni alla fine della partita) e sembra divertirsi da matti nel nuovo mondo che sta pian piano scoprendo, quello del Contropiede. Cosa che ai tempi di Guardiola avrebbe attirato le attenzioni del Tribunale della Santa Inquisizione, ora nei secondi tempi la squadra di Luis Enrique sembra a momenti volersi volontariamente allungare, sfidando l’avversario a venire fuori con la pistola del suo tridente offensivo puntata alla tempia. Recuperata la palla, in più di un momento il primo passaggio è direttamente lungo per le galoppate di Neymar o Suárez, e le azioni pericolose fioccano.

 

A questo si aggiunge un Real Madrid più portato ad aggredire dopo i cambi (dentro Jesé per Isco) e anche non più abbastanza paziente da tenere i reparti ordinati, trascinato dall’ansia di recuperare il pallone: contesto che offre a Messi l’occasione di entrare davvero in partita. L’argentino era andato a cercare spesso il centro già sul pareggio, demoralizzato dalla mancanza di opportunità sulla destra, ma nei venti minuti finali appena riceve sulla trequarti crea occasioni in serie. Neymar soprattutto però difetta di mira e sangue freddo, e non è un dettaglio di poco conto, visto che così la differenza reti negli scontri diretti rimane favorevole al Real Madrid. In caso di arrivo a pari punti, sarebbero così i "merengues" a vincere la Liga.

 
 

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