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Daniele Manusia

Eric Cantona: niente da giustificare

Un estratto dal libro "Cantona" di Daniele Manusia, edito da add, sul celebre calcio del…

Ad aprile del 1995 lo United gli fa firmare un nuovo contratto. Eric si presenta con una giacca a righe rosse e bianche, una t-shirt rossa e dei jeans chiari. Firma e poi dice: «Adesso vado, mi devo allenare perché a ottobre ho una partita», mettendosi la mano sulla fronte come per guardare lontano.

 

La pressione resta alta e Ferguson comincia a temere che Cantona non possa più tornare a certi livelli in Inghilterra. «Vogliamo che resti, insieme possiamo uscire da questa situazione.»

 

A luglio lo fanno giocare in una partita d’allenamento a porte chiuse, senza pubblico, ma si viene a sapere e la Federazione inglese pretende spiegazioni. Cantona, tramite l’avvocato Bertrand, minaccia di lasciare il Paese. La FA accetta le spiegazioni del Manchester ma ormai Eric ha chiesto di andarsene e ad agosto sembra impossibile evitare il suo passaggio all’Inter (da pochi mesi nelle mani di Massimo Moratti, che tra l’altro aveva già convinto Ince a trasferirsi da Manchester a Milano), ma Ferguson riesce a trattenerlo inseguendolo fino a Parigi. «Non avrei potuto lasciare il Manchester United dopo quello che hanno fatto per me», commenta Eric.

 

Tutto sommato non sembra un periodo così brutto per Cantona. Scontare la pena passando del tempo coi bambini si rivela una bella esperienza: «Non è stata una punizione, ma un regalo. Grazie», dice nel Dvd prodotto un anno dopo dal club: Cantona Speaks. (Rispetto a quello precedente Eric sembra invecchiato di dieci anni: è completamente rasato, indossa un completo blu elettrico e l’inquadratura ravvicinata gli taglia la fronte. Parla sotto voce, in inglese, non benissimo, ma si fa capire.)

 

Secondo Ferguson quell’esperienza era servita a renderlo più umile. Durante i sei mesi di inattività Eric si allena da solo, corre in un parco, fa pesi in palestra e tira di boxe con una maglietta rossa con il logo nero della Nike, passeggia con l’aria pensosa e le mani dietro la schiena in mezzo a un campo da calcio vuoto, palleggia con le scarpe da ginnastica.

 

Si mette a suonare la tromba: «Non credo di essere molto bravo, ma è stato divertente. Mi ha aiutato, come molte altre cose». Gira il suo primo film (Le bonheur est dans le pré, in cui interpreta un giocatore di rugby) e va a vedere uno spettacolo teatrale a lui ispirato, Ode à Cantò, in cui un attore con la maglia rossa dello United fuori dai pantaloncini e il colletto alzato recita la battuta: «Cantò. Decaduto. E nel frattempo ricominciano i bombardamenti, una centrale nucleare fa venire il cancro a dieci milione di persone, e sui cartelloni dell’Affront National c’è un bambino morto». («Affront National» è un gioco di parole con il partito di estrema destra Front National.) A Eric piace e all’uscita dichiara che è incredibile quante cose possono fare gli attori, mentre i calciatori possono solo giocare a calcio. Il suo personaggio ha detto cose che lui non può permettersi di dire ma che condivide.

 

La Nike realizza tre pubblicità diverse sfruttando la sua nuova aura da martire ribelle. Nella prima Cantona divide le battute con l’attaccante nero del Newcastle, Les Ferdinand. «Cosa vedi? Un nero? Un francese? O un calciatore?», dicono. «Io so che la violenza è inaccettabile. Quindi perché dovrei accettare l’odio? Perché litigare sulle differenze? Io preferisco giocare a calcio.» Nella seconda Cantona con faccia contrita dice: «Ho commesso errori terribili. Lo scorso anno in certe partite ho segnato solo un gol. Contro il Newcastle sono andato a tre centimetri dal palo. E a Wembley non sono riuscito a realizzare una tripletta. Mi rendo conto che questo comportamento è inaccettabile. E prometto di non ripetere questi errori in futuro». Nella terza Eric è appoggiato a un muro e riepiloga altri suoi errori: «Sono stato punito per aver sputato a un tifoso – smorfia – per aver tirato la maglia addosso a un arbitro – sgrana gli occhi – e per aver dato al mio allenatore del “sacco di merda” – scuote la testa pentito – poi ho dato degli “idioti” alla giuria. Pensavo che avrei avuto difficoltà a trovare uno sponsor».

 

Prima della fine della squalifica viene affisso un cartellone con la frase: «Ha pagato per i suoi errori. Ora tocca a qualcun altro».

 

In Cantona Speaks, Eric spiega così il suo apparente distacco: «Sapevo che molta gente si aspettava le mie scuse. Non le ho fatte perché non mi piace dire quello che la gente vuole che io dica».

 

Anche se non si è mai direttamente scusato per il suo Più Brutto Gesto, per forza di cose si è ritrovato a doverne parlare più volte nel corso degli anni. È stata una grande esperienza per noi, figuriamoci per lui: «Prima di quella notte mi comportavo come un bambino. Ero pronto a ripetere lo stesso errore ma ho realizzato quanto fosse da irresponsabili».

 

Non ha mai avuto intenzione di difendersi ma ha comunque specificato che non era una sua pretesa quella di essere un esempio: «Anzi, ho sempre rifiutato di esserlo. È questo che mi dà la libertà di fare e dire ciò che voglio. Non proprio tutto. Fortunatamente. Solo un po’ più degli altri». Oppure, con altre parole: «Ero solo un calciatore e un uomo. Non voglio essere una persona superiore. Voglio poter fare quello che mi va di fare. Se voglio prendere a calci un tifoso, lo faccio. Non sono un modello di comportamento. Non sono una specie di professore che ti dice come devi comportarti. Più vai avanti, più ti rendi conto che la vita è un circo».

 

Ha sempre vissuto seguendo il proprio istinto, perché avrebbe dovuto smettere in quel momento? «La cosa importante per me è che sono stato me stesso!» E aggiunge che quando hai fatto una cosa che neanche tu capisci, «La cosa migliore è fare un passo indietro e ridere di se stessi». In prospettiva quella scena si può anche vedere così: «Era un dramma e io ero l’attore principale. Faccio le cose seriamente senza prendermi sul serio».

 

 

Per quanto si fosse trattato di un momento spettacolare, e Cantona si rende conto che quel suo gesto sembra fatto per diventare un’icona, non gli va dato un significato particolare. Non gli piace neanche che si parli di kung fu kick: «C’era una barriera tra di noi. Tutto qui. Altrimenti avrei usato direttamente i pugni. Sai, di tipi così se ne incontrano migliaia. Ma come andranno le cose lo puoi sapere solo nel momento stesso in cui ti capitano davanti. Se avessi incontrato quello stesso tipo e avesse detto quelle stesse cose un altro giorno magari le cose sarebbero andate diversamente. La vita è strana».

 

Anche se a pensarci bene non è detto che non abbia avuto un effetto catartico sugli spettatori. «Magari le persone sognano di dare un calcio a un tipo come quello. L’ho fatto per tutti loro. Per renderli felici. Le persone a volte sono sotto pressione al lavoro, nella vita, e non possono farci niente.»

 

Pochi anni dopo, in una trasmissione Tv francese Cantona ha attaccato i giornalisti che lo avevano definito «indifendibile». «È peggio di un insulto perché significa: questo tizio qui voi lo mettete da una parte, nessuno lo difende, non c’è un cazzo da fare [poi dice qualcosa che non ho capito] e non se ne parla più perché ha già dato troppo fastidio.»

 

Uno dei due giornalisti davanti a lui era quel Patrick Urbini che sull’«Équipe» aveva parlato di «un’opportunità» per la Francia di liberarsi di lui, come leader in campo e spirituale. Un Cantona monumentale, in maglietta rossa, con pochi millimetri di capelli, punta il dito contro di lui e fa: «A giornalisti come questi due io gli piscio in culo». Scandendo bene: «Io. Gli. Piscio. In. Culo».

 

 

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Daniele Manusia, direttore e cofondatore dell'Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto: "Cantona. Come è diventato leggenda" (Add, 2013) e "Daniele De Rossi o dell'amore reciproco" (66th & 2nd, 2020).