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Dario Vismara
Beli 30 for 30
25 Mar 2016
25 Mar 2016
I 30 momenti più importanti della carriera di Marco Belinelli commentati da Marco Belinelli, che oggi compie 30 anni.
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Dario Vismara
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Se c’è una cosa che accomuna la stragrande maggioranza degli atleti professionisti, è che la loro memoria è impressionante: riescono a ricordare dettagli di 5, 10, 15 o anche 20 anni prima, come se fossero appena successi. Come se fossero iscritti nel loro stesso codice genetico per l’eternità.

 

Per questo non mi sono per niente sorpreso quando ieri sera, ripercorrendo insieme a Marco Belinelli i 30 momenti più importanti della sua carriera, la sua memoria non ha vacillato nemmeno per un secondo — ricordando immediatamente i passaggi fondamentali, le squadre, le partite, i compagni, le vittorie, le sconfitte o anche solo le singole giocate che hanno costellato la sua carriera.

 

È un po’ strano pensarci, perché siamo abituati a immaginarci gli atleti come “giovani per sempre”, ma Marco oggi compie 30 anni e sta per completare la sua

stagione in NBA. Sembra solo ieri che posava sbarbato su una Harley Davidson per la

, con in testa quell’America che poi è andato a conquistare coronando anche il sogno di vincere il titolo NBA. E invece sono passati più di dieci anni.

 

Il pezzo che state per leggere si inserisce un po’ a metà strada tra una cronistoria, un’intervista e un bilancio del giocatore e dell’uomo Marco Belinelli arrivato a trent’anni. Kendrick Lamar in m.A.A.d City diceva “

”: fate conto che queste parole le abbia dette il Beli per raccontarvi la storia della sua carriera.

 





 

La carriera di Marco Belinelli parte, come quella di molti altri, nella squadra della sua città: «La Vis Persiceto rappresenta l’inizio della mia avventura: tutti sanno quanto ami la mia San Giovanni in Persiceto, per me è ancora il posto che chiamo ‘casa’». E dove torna ogni estate, cascasse il mondo, per stare con i suoi amici e la sua famiglia prima di rituffarsi in un’altra esperienza legata al basket, che sia con la Nazionale o una franchigia NBA.

 





 

Il talento di Marco, però, viene notato presto dalla Virtus Bologna, delle quale entra a far parte delle giovanili: “Lì ho provato le prime vere grandi emozioni. È lì che ho visto i primi veri campioni dal vivo: mi ricordo di Danilovic, di Zoran Savic, anche Ettore Messina… E poi è lì che ho incontrato il mio allenatore storico, Marco Sanguettoli, con cui lavoro ancora adesso”.

 



Marco fa in tempo anche a esordire in Serie A con la maglia della Virtus, alla 14esima di ritorno della stagione 2001-02, una facile vittoria casalinga contro la Snaidero Udine nella quale gli viene concessa una “passerella” finale: «Indimenticabile. Sono entrato al posto di Antoine Rigaudeau e ho messo subito un tiro da tre: mi ricordo tutto il Palamalaguti in piedi impazzito per un ragazzo di Bologna giovane che esordisce in Serie A e segna subito».

 



Le difficili condizioni economiche della Virtus lo convincono a cambiare aria, e la scelta ricade a sorpresa sui rivali cittadini, la Fortitudo Bologna: «Quelle per me rappresentano le prime vere partite da professionista. Nonostante avessi comunque giocato in Virtus, con la Fortitudo sono cresciuto come giocatore grazie a Jasmin Repesa e a compagni come Basile, Mancinelli, Pozzecco, Robert Fultz… Eravamo una squadra in crescita».

 





 

Talmente in crescita che nel 2003-04, quando Marco ha solo 18 anni, quella Fortitudo si fa strada anche in Europa: «Alla Fortitudo sono arrivate le prime partite di Eurolega, culminate con la finale del 2004 contro il Maccabi. L’atmosfera era allucinante: era la mia prima Final Four, ero veramente molto giovane e anche se non è finita bene, rappresenta comunque qualcosa di straordinario. Purtroppo ho iniziato in panchina quella partita che abbiamo perso di 44, ma ho finito per giocare 14 minuti, segnando anche un canestro da tre».

 



Un anno dopo, però, arriva la più grande soddisfazione in Italia: la conquista dello Scudetto. «Ricordo lo sguardo di tutti i miei compagni di squadra, l’ansia nell’attesa della decisione sul canestro di Ruben Douglas, che a sensazione mi sembrava buono».

 



 

«Mi piace sottolineare però anche la giocata pazzesca di Basile, che evidentemente aveva il cronometro nel cervello, perché si era reso conto di avere qualche palleggio a disposizione prima di passarla a Ruben. Quando siamo tornati in pullman a Bologna ricordo la gente che c’era, che rappresenta ancora oggi un’emozione fortissima».

 



Un anno dopo, però, la squadra inizia a diventare “sua”, come si capisce dalla Supercoppa Italiana vinta da MVP in cui però, a farla da padrone, è un altro “scontro”: «Quella è stata la prima grande sfida tra Belinelli e Bargnani, che era una sfida un po’ sulla bocca di tutti perché c’era grande attesa attorno a noi due già al tempo. Quel giorno ero davvero carico per fare una grande partita, per dimostrare il mio talento e vincere qualcosa da protagonista con la Fortitudo».

 



Nei playoff di quell’anno arriva forse la partita più memorabile della sua esperienza italiana: 34 punti con 8/14 da tre in una tesissima gara-5 di semifinale Scudetto: «Serie incredibile, una delle più belle che abbia mai vissuto».

 


Dopo la quarta tripla di serata, Belinelli grida “DANCE NOW! DANCE NOW!” in faccia a Michel Morandais, reo di aver danzato per provocarlo nella precedente gara-4.


 

«Di quella partita ricordo la rabbia che avevo dentro. Probabilmente in quell’occasione le persone hanno iniziato a capire che tipo di persona io sia, che motivazioni abbia dentro e la mia passione per questo gioco».

 


Da notare a 4:23 un imbarazzato Peja Stojakovic che cerca di dire che Belinelli gli piace (e ci mancherebbe, visti i canestri assurdi che ha segnato) “anche se è la prima volta che lo vedo”. Poi Peja è diventato uno dei suoi migliori amici agli Hornets ed è oggi nella dirigenza dei Sacramento Kings.


 



Nell’estate del 2006, dopo aver perso lo Scudetto contro la Benetton di Bargnani, Marco partecipa ai Mondiali con la maglia della Nazionale e, nella partita più importante, ha il suo “coming out party” ufficiale: 25 punti contro Team USA, tra cui questa schiacciata in contropiede

per il +12:

 



 

Il massimo vantaggio azzurro sveglia poi gli americani che rimontano e vincono, ma per Marco è appena l’inizio: «È quella partita che mi ha lanciato nel mondo americano. Ricordo la paura prima di scendere in campo, ma anche l’entusiasmo di giocare contro stelle come LeBron James, Chris Paul, Carmelo Anthony, gente che fino a quel momento vedevi solamente alla tv. Poi dopo il primo canestro mi sono tranquillizzato e alla fine quella partita mi ha aperto le porte per arrivare in NBA».

 


Come sottolineato da Buffa, il rilascio della palla del giovane Beli era velocissimo e morbidissimo, pur con la tendenza a “buttarsi all’indietro” che è riuscito a migliorare con il tempo


 



Un anno dopo quelle porte si aprono per davvero, perché Marco vola a New York per partecipare alla cerimonia del Draft: «Ricordo le telecamere che si avvicinano a me prima che David Stern annunci la diciottesima scelta del Draft 2007. Per l’emozione non avevo dormito la notte prima».

 


Ovviamente la partita vs Team USA è la prima cosa che viene fatta notare su di lui, definito da Fran Fraschilla come “un incrocio tra Vinny Del Negro e Brent Barry”.


 





 

Il suo esordio nella Summer League di Las Vegas fa girare un bel po’ di teste: 37 punti, a uno solo dal record della manifestazione. «Quella è stata veramente una partita giocata ‘con la faccia come il culo’, come diceva Basile. Io, magrolino, dall’Italia, mai stato in America prima, per la prima volta a Las Vegas, insieme a ragazzi che non conoscevo bene perché ero arrivato da pochissimi giorni… ho cercato di giocare solo a basket, facendomi trasportare da questo mondo americano che stavo iniziando a conoscere». Don Nelson dice che “

”, ma Marco imparerà presto la lezione: mai fidarsi di quello che dice Don Nelson.

 



Nella Baia, infatti, Marco al primo anno colleziona solo 33 presenze e 241 minuti

: «Quel periodo è stato difficile, ma mi ha fatto crescere veramente tanto come persona». Poi, un anno dopo, complici un po’ di infortuni inizia a giocare di più, conquistandosi il quintetto e facendo una serie di 14 partite a quasi 14 punti di media sfiorando il 40% da tre. Il canestro più bello però è un altro, e arriva contro Milwaukee in casa:

 

https://youtu.be/XBY1cbW7YLs?t=1m22s

 

«Mi ricordo tutta la Oracle Arena in piedi, pazzesca, con i tifosi che cantavano il coro “ROCKY! ROCKY! ROCKY!” per la mia somiglianza con Sylvester Stallone…»

 



Golden State però non ha spazio per farlo giocare, e per questo Marco va a Toronto in cambio di Devean George. Beli è convinto di poter fare bene, ma l’esperienza coi Raptors si può riassumere in una parola che lui stesso usa: delusione. «Io nelle difficoltà provo sempre a trovare qualcosa di positivo per poter crescere mentalmente e come persona, ma a Toronto proprio non mi sono trovato bene dal punto di vista sportivo. E dire che invece in città mi sono veramente divertito, perché Toronto è uno dei posti più belli in cui ho giocato. Ma da un punto di vista cestistico è stata una grande delusione».

 



La svolta arriva dopo un solo anno, con il trasferimento a New Orleans in cambio di Julian Wright (sì, quello che oggi gioca a Trento): «Gli Hornets hanno rappresentato l’inizio della mia vera carriera NBA. New Orleans mi ha dato la carica di sentirmi per la prima volta un giocatore NBA — partivo in quintetto, giocavo ai playoff, avevo grandissima fiducia da parte di tutto lo staff guidato da Monty Williams, e poi c’era Chris Paul…».

 



Già, Chris Paul merita un momento a parte. Perché nel corso dell’anno il playmaker degli Hornets gli dice in privato e poi ribadisce pubblicamente che “ogni volta che passo la palla a Marco, io sono convinto che segnerà”: «Quella frase ha rappresentato un’enorme iniezione di fiducia riposta in me da parte della stella della squadra. Mi ha dato quella consapevolezza che forse negli anni precedenti avevo un po’ perso, specialmente a Toronto, ma da lì in poi non mi sono più fermato, perché sapevo di avere CP3 alle mie spalle. Ovunque io sia andato mi sono trovato bene con i miei compagni di squadra, ma con Chris ho proprio un grandissimo rapporto: siamo amici, ci sentiamo sempre, ci vediamo quando possiamo. Lui è la prima superstar NBA con cui sono entrato in confidenza, è stato qualcosa di particolare fin da subito. Non so se si possa definire così, ma tra di noi è stata ‘amicizia a prima vista’: ci bastava un’occhiata per giocare bene assieme».

 



Al fianco di Paul, Beli disputa anche i suoi primi playoff in carriera, contro i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant. Solo che… «Più che di Kobe, di quella serie ho il ricordo di Ron Artest, che dovetti marcare fin dall’inizio. Io penso che così tante botte in vita mia non le ho mai prese, neanche nelle serie contro LeBron. Dal punto di vista fisico era qualcosa di inimmaginabile». Nonostante il dazio fisico da dover devolvere alla futura Pace Nel Mondo, in gara-5 Marco ne segna 21: «Mi ricordo che in quella partita iniziai con una penetrazione e mi presi subito una gomitata sul naso da Artest. Quella botta però mi diede una motivazione in più per rispondere e dare il meglio nel resto della gara: io gioco sicuramente meglio da arrabbiato, perché l’incazzatura ti fa tirare fuori qualcosa in più».

 



Dopo due anni a New Orleans, arriva la chiamata dei Bulls. Quando gli dico anche solo il nome della città, Beli risponde così: «Chicago… Chicago… veramente clamorosa. Mi ricordo la presentazione di ogni partita, tutti i titoli vinti da Michael Jordan, gli anelli, i trofei… È stata la mia prima vera squadra di alto livello, con vere ambizioni da titolo. Da lì è nata la mia voglia matta di vincere questo maledetto anello: nasce tutto da quella stagione».

 



 

L’annata gli riserva anche la soddisfazione di segnare diversi canestri decisivi:

,

,

e

. «Quell’anno è stato veramente pazzo, pieno di alti e bassi, anche al di là di quei canestri. Nella serie contro Brooklyn, nelle prime tre o quattro partite non avevo giocato molto. Poi si sono fatti male Kirk Hinrich e Luol Deng e sono passato a giocare 30-35 minuti a partita. Mi ricordo Thibodeau che prima di gara-7, dopo aver perso in casa, ci dice ‘Adesso fate le valigie che andiamo a Brooklyn, ma mettete dentro anche i vestiti per Miami’. Quella frase ci diede una carica pazzesca non solo per vincere gara-7, ma anche per sbancare l’American Airlines Arena in gara-1 contro gli Heat».

 


Gara-7, però, è ricordata soprattutto per un’altra cosa…


 





 

«I soldi meglio spesi della mia vita. Io non sono un giocatore che esterna molto le proprie emozioni: la mia faccia rimane sempre la stessa, nonostante il mio amore per questo sport sia enorme. Proprio per questo però quella rimane storica, perché è stata una delle poche volte che ho dimostrato la passione, la carica e la voglia di vincere che ho dentro».

 



Quell’estate va agli Europei in una Nazionale dimezzata dalle assenze di Gallinari e Bargnani e ne segna 23 contro la Grecia: «Mi ricordo che lì è scattato qualcosa di particolare attorno a quella Nazionale, non solo dentro lo spogliatoio ma anche dall’Italia, come poi è successo anche lo scorso anno agli Europei. Senza il Gallo e senza il Mago abbiamo fatto cose incredibili: eravamo partiti benissimo vincendo cinque partite su cinque contro squadre di alta categoria e contro ogni pronostico. Poi, stanchi morti, non siamo riusciti a portare a casa la qualificazione ai Mondiali, ma in quegli Europei abbiamo iniziato a crescere anno dopo anno, dando vita a un bellissimo periodo con la Nazionale».

 


Contro la Grecia, oltre a segnarne 23, ci sono questi di un certo peso


 



Quell’estate però è anche quella del passaggio agli Spurs, reduci dalla tremenda sconfitta contro Miami nella finale del tiro di Ray Allen: «Ero a San Giovanni e stavamo decidendo quale potesse essere la squadra giusta e adatta per me. Quando ha chiamato San Antonio non ci ho pensato un attimo: non ho pensato ai soldi, al minutaggio o alle rotazioni, non ho pensato a nulla, ho deciso subito di andare là e ho parlato subito al telefono con Popovich. La stagione che ne è seguita è stata ovviamente indimenticabile, sia dal punto di vista individuale che di squadra, ma anche in tantissime altre cose: quell’anno sono cresciuto mentalmente grazie ai compagni di squadra che prendevo come esempio, al maestro di vita che è Gregg Popovich».

 



Durante la stagione Belinelli fa registrare il suo massimo in carriera, 32 punti in casa contro i Knicks: «Mi ricordo che quella partita l’abbiamo persa contro New York, ed è stato un po’ anche per colpa mia perché avevamo preso un canestro pesante per un mio mancato tagliafuori. Ed ero molto incazzato per quella sconfitta, anche perché poi nelle interviste Pop disse ‘Sì, Belinelli 32 punti, ma abbiamo perso e deve difendere meglio’ o una cosa di questo tipo».

 



 

«Come sanno tutti ormai io voglio sempre dare il mio contributo per vincere, perciò i punti sono importanti, sì, ma solo fino a un certo punto. Ricordo molto più volentieri gara-6 e gara-7 ai Bulls contro Brooklyn come miei personali ‘career-high’, perché vincere una serie di playoff in trasferta non è uno scherzo”.

 


Ad ogni modo, 32 punti restano 32 punti


 





 

Alla gara del tiro da tre punti di New Orleans, Beli partecipa sulle ali della miglior stagione al tiro da quando è nella Lega (44.8% da tre fino all’All-Star Game): «Ero molto nervoso perché sapevo di essere da solo, senza il supporto della squadra, davanti a tante persone, tante telecamere, tante tv da tutto il mondo, tanta attenzione rivolta solo ed esclusivamente su di me. L’emozione c’era, e si è anche visto perché feci anche un air-ball nel primo carrello, ma dopo il primo canestro mi sono veramente tranquillizzato». La cosa strana è che Beli ha dovuto vincere quella gara e poi rivincerla un’altra volta, perché Bradley Beal aveva pareggiato il suo 19 con un ultimo carrello perfetto, costringendo un Marco già con le braccia alzate allo spareggio. «Arrivati a quel punto però volevo solamente vincere, ci credevo con tutto me stesso e poi l’ho dimostrato nell’ultimo turno mettendone 24. Prima della gara tra me e me pensavo anche che volevo diventare il primo italiano a vincere qualcosa di importante per i miei tifosi e per l’Italia. Dal punto di vista individuale, il momento più bello della mia carriera».

 





 

Individuale, certo, perché dal punto di vista della squadra come si batte la vittoria di un titolo NBA? Nella serie finale contro i Miami Heat Marco non gioca molto, ma arrivati a un certo punto conta solo vincere, e come dice lui davanti al microfono di Alessandro Mamoli… “Alla fine ho vinto”. «Ci sarebbe tanto da dire su quel momento. Mi ricordo i festeggiamenti, gli abbracci con tutti i compagni di squadra, con Popovich, con i miei cari, le lacrime al telefono con mia madre… In quel momento mi è passata davanti tutta la mia carriera, i periodi brutti e i periodi belli, le cose giuste e le critiche che sono state dette sul mio conto… talmente tante emozioni che alla fine non ce l’ho più fatta a tenermele dentro, ma è stato bello così. Poi tornare a casa a San Giovanni e vedere i festeggiamenti di tutta la città è stato incredibile, e spero veramente prima o poi di poterne vincere un altro per riassaporare quelle sensazioni».

 



Alla tradizionale cerimonia alla Casa Bianca con i campioni NBA, Barack Obama durante il suo discorso lo cita e

: “manca ai miei Bulls”. «Ero incredulo. Sapevo che aveva questa passione enorme per i Bulls e aveva già detto delle belle cose su di me quando ero a Chicago, ma quando il presidente degli Stati Uniti, una delle persone più importanti del mondo, dice una frase così scandendo bene il tuo cognome… significa che sei riuscito a trasmettere la tua passione, il tuo talento e la tua voglia di vincere anche a uno come

. Ho anche la foto con lui in casa mia. Indimenticabile».

 



La seconda stagione di Beli non va bene quanto la prima, ma ciononostante a Indianapolis segna il canestro decisivo per la vittoria, la numero 1000 in regular season per Gregg Popovich: «Pop è uno che vuole vincere solamente le cose che contano, quindi il titolo NBA. Però è anche un personaggio fantastico: dopo la partita ha detto solamente ‘Quindi avete visto come si fa una finta con palleggio-arresto-tiro?’. Credo fosse il suo modo per dirmi grazie. Sono stato veramente contento di poter dire, anche solo in minima parte, di aver dato il mio contributo per la sua leggendaria carriera».

 



 



Il minutaggio scende da 25.2 a 22.4 nel secondo anno, e ai playoff contro i Clippers la cosa si ripete. Marco però ne segna 23 in gara-6.

 



 

«Lì ero veramente incazzato, perché in gara-1 e 2 non avevo giocato tanti minuti, e non avevamo nemmeno giocato un bel basket a dirla tutta — nonostante la serie sia stata bellissima, una delle migliori degli ultimi anni. Per questo volevo dimostrare che le cose con me potevano andare meglio. Ricordo che Duncan, prima di gara-5, parlò con Popovich dicendogli che c’era bisogno di qualcosa in più e che dovevano farmi giocare di più, che è una cosa che ho saputo poi tramite Messina. Mi sono detto: ‘Cazzo, Tim Duncan, una leggenda, va a dire a Pop che devo giocare di più…’. La cosa ovviamente mi ha dato tantissima carica per fare poi quella partita in gara-6 in cui ho provato a fare di tutto per chiudere la serie lì, perché sapevo che sarebbe stato difficile vincere una gara-7 in trasferta ai playoff — e infatti poi è stato così”.

 



Il secondo tempo contro la Spagna agli ultimi Europei, in cui Beli segna 7/7 da tre per i 27 punti finali, rappresenta non solo il suo career-high con la maglia della Nazionale, ma anche l’epitome del giocatore “

”: «In quei momenti hai la mente libera, non hai pensieri, fai le cose che ti riescono meglio in maniera spontanea. Il tiro che feci senza equilibrio è una di quelle cose che io ho dentro, e che come il talento e la passione provo sempre a far vedere quando mi trovo in quei momenti. Poi segnare, sentire il rumore della retina, portare la tua squadra alla vittoria… sono le sensazioni per cui giochiamo a basket». Solo che l’Italia era reduce da due prestazioni tutt’altro che convincenti: «Di quella partita con la Spagna mi ricordo la voglia pazzesca di vincere. Avevamo perso una brutta partita con la Turchia e anche in quella dopo, con l’Islanda, avevamo sofferto pur vincendo con tanti protagonisti diversi, come un rimbalzo offensivo e canestro di Aradori. Da lì si è creato qualcosa di speciale in un gruppo veramente unito, che è andato a poca distanza dal fare qualcosa di storico: forse ci mancava qualcosa a livello di esperienza, ma come individualità e soprattutto come gruppo potevamo arrivare fino in fondo. Anche dopo le prime due partite io ero convinto che potessimo vincere. Perdere con la Lituania è stato un dispiacere enorme, ma quest’estate col pre-olimpico ripartiamo da dove abbiamo lasciato a Lille, cercando di fare meglio».

 



L’estate 2015 è anche quella della scelta dei Sacramento Kings, una decisione che Marco ha preso in meno di un’ora. Quando gli chiedo se si ricorda quei momenti, mi dice: «Io ero free agent e l’offerta di Sacramento era molto importante, da 19 milioni di dollari in tre anni. Dopo sette-otto stagioni NBA volevo anche firmare un contratto di quel tipo, ed è stata una delle motivazioni che mi hanno convinto a firmare — dopotutto era una sfida nuova, e poi c’erano Vlade Divac, Peja Stojakovic, la presenza di Rajon Rondo… C’erano tante cose positive, ma poi in campo non siamo riusciti a trasformarle in qualcosa di concreto, e probabilmente ci vorrà qualche anno per tornare a fare bene, perché questa stagione è stata una delusione. Non pensavo che le cose potessero essere così ‘negative’, sotto tutti i punti di vista. C’è troppo egoismo, ci si passa poco la palla, non c’è un bel gioco, e poi l’allenatore, gli assistenti, l’organizzazione… ci sono tante cose negative che spero possano migliorare, perché fino a questo momento la stagione è stata abbastanza vergognosa. Però la vita non è sempre rose e fiori, ed è in questi momenti che bisogna cercare di ritrovare la positività e di crescere, e cercheremo di farlo. Bisogna sempre cercare di rialzarsi”.

 





 

C’è spazio per un ultimo ricordo: ma quella schiacciata in 360 ai tempi della Fortitudo? «Eccome se me la ricordo, era contro Napoli. Riesco ancora a farla eh, nonostante abbia raggiunto i trent’anni! Certo, avevo un’esplosività un po’ diversa, ma salto ancora, non preoccupatevi…».

 

 

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