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Antonio Moschella
Arda Turan è diventato mainstream?
13 Jan 2016
13 Jan 2016
L'ardaturanismo raccontato da Juan Esteban Rodríguez Garrido, biografo di Arda.
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Antonio Moschella
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Oggigiorno è piuttosto complicato definirsi amici veri e propri dei calciatori, soprattutto se si parla di quelli più conosciuti. Se poi parliamo di Arda Turan, il "Beckham turco", allora entriamo in un mondo ancora più particolare: per conoscere meglio chi è il calciatore turco più famoso del momento, ho deciso di fare colazione con qualcuno che ha condiviso più di un momento con lui: Juan Esteban Rodríguez Garrido, il biografo ufficiale del calciatore che ha da poco debuttato con il Barcellona.

 

Rodríguez, per tutti Juanes, è “colchonero” fino al midollo e condivide la passione calcistica con le incombenze da professore di storia nell’Università di Madrid. Tra una lezione e l’altra ha scritto tre libri:

,

, e, ovviamente,

. Ci siamo incontrati a Madrid, in un bar abbastanza standard, con davanti le classiche

e un

, il classico pomodoro triturato fresco con olio d’oliva...

 

Se ci fossimo visti a ora di pranzo avremmo dovuto farlo nel ristorante turco “Hisar casa turca”, vicino al parco del Retiro, dove negli anni madrileni il calciatore, ormai del Barça, aveva dato vita a quello che è conosciuto come

(che si può tradurre come “collettivo kekab”), la prima pietra del fenomeno chiamato

.

 



Diciamo che non era così difficile incontrarlo... Io stesso sono arrivato a lui tramite Ata, il suo fedele traduttore e amico che fa parte del

, che poi è un gruppo di ragazzi turchi che si riuniva spesso anche a casa dello stesso Arda, nel complesso edilizio de

, appena fuori Madrid.

 



È stato durante la stagione 2013-14. Ero già conosciuto nell’ambiente letterario per il mio libro

uscito un anno prima e mi è stato proposto di realizzarne uno solamente su Arda Turan, uno dei personaggi più eccentrici del mio Atlético. Sapevano della mia passione biancorossa e per me è stato un onore.

 



Sono stato aiutato da un amico giornalista che mi ha presentato ad Ata, che prima di conoscere Arda lavorava in Germania come traduttore. Fu contattato per fare da interprete ad Arda, ma ha finito col diventare suo grande amico e assistente personale, dato che qui a Madrid viveva in un appartamento vicino al suo.

 



Arda si sente più comodo parlando in turco. Un giorno, al campo di allenamento, l'amministratore delegato dell’Atlético, Miguel Ángel Gil Marín, ha chiesto ad Arda quando avrebbe iniziato a parlare spagnolo. Arda ha risposto, tra il tono scherzoso e quello serio, che se lui avesse imparato lo spagnolo Ata non avrebbe avuto un lavoro.

 



Ricordavo le sue grandi prestazioni nell’Europeo del 2008 con la Turchia. L’anno dopo lo vidi fare faville con il Galatasaray sia in Süper Lig sia in Champions, e la stagione successiva il Galatasaray venne a giocare al Calderón contro l’Atlético, in Europa League: quello che fece in campo mi entusiasmò moltissimo. L’aneddoto più interessante forse è quello della partita di ritorno: l’Atlético vinse per 2 a 1 a Istanbul e passò il turno, ma l’arbitro non vide un nettissimo fallo di mano del nostro difensore Perea, qualcosa che avrebbe potuto cambiare la partita. E appena arrivò a Madrid Arda lo ricordò un po’ a tutti, scherzando.

 



Sì, quando appena sbarcato a Barajas (l’aeroporto di Madrid,

) dichiarò: «Sono qui a Madrid per giocare nell’Atlético, se mi avesse chiamato il Real non avrei firmato». Magari in quel momento si trattò di dichiarazioni di circostanza, ma la sua identificazione con lo spirito guerriero della squadra fu quasi immediata.

 



Tieni presente che Arda in Turchia è una sorta di Beckham. Durante i suoi anni al Galatasaray stava con una modella e ogni volta che i due uscivano fuori a cena venivano assaltati da paparazzi e fan. Arda era una star mediatica a tutto tondo in Turchia. Così, José Luis Caminero (direttore sportivo) e Miguel Ángel Gil Marín, affittarono un furgone nel quale Arda si nascose fino a quando non raggiunsero un garage fuori Istanbul. Dove firmarono il contratto, neanche fosse un film di spionaggio.

 



In primis la comunicazione: Arda non parlava una parola di spagnolo e fu praticamente costretto a portarsi dietro Ata in ogni occasione, pratica che poi divenne tradizionale fino a quando Simeone non disse basta. Ma in realtà Manzano voleva imporre un ritmo di gioco molto più alto di quello a cui Arda era abituato al Galatasaray e fu piuttosto duro adattarsi al contesto sociale e sportivo, nonostante giocasse sempre come titolare.

 



Sì, anche se al debutto di Simeone come allenatore dell’Atlético, nella trasferta contro il Málaga, Arda iniziò dalla panchina. Qualche giorno prima Simeone aveva chiesto ai titolari di arrivare all’allenamento alle 9, mentre i panchinari dovevano farlo alle 10: Arda, abituato a essere titolare, dimenticò l’indicazione e si presentò al centro sportivo alle 9, ma Simeone fu inflessibile e lo lasciò un’ora seduto a guardare i compagni allenarsi, fino a quando non arrivarono anche i panchinari. Credo che in quel momento scoccò una scintilla tra i due, perché Arda si fortificò interiormente e Simeone gli fece capire che doveva correre e sudare.

 



Principalmente a livello tattico. Se si visionano le partite delle ultime due stagioni si nota come da esterno d’attacco tornava spesso dietro a dare una mano in difesa, raddoppiando sull’avversario e permettendo alla squadra di essere più corta. In effetti non è un caso che uno dei suoi migliori amici in squadra è stato Filipe Luís, con il quale si divideva i compiti sulla fascia sinistra. In effetti fu Ata a dirmi che Arda rimase immediatamente sorpreso dal terzino brasiliano, e questo anche se in squadra c’era gente come Diego Ribas, Radamel Falcao e José Antonio Reyes!

 



In effetti la maggior parte delle azioni dell’Atlético partivano da sinistra, con Arda che teneva palla e Filipe Luís che si sganciava e si portava via l’uomo. Fu lo stesso Arda ad ammettere che il brasiliano faceva la metà del suo gioco. E i due erano talmente amici che una volta Filipe Luís raggiunse Arda in vacanza in Turchia, insieme ad Adrián López, un altro grande amico del turco.

 



Solo quando era già stato pubblicato il libro, per darglielo. Fu una grande emozione, ma anche la conferma della sua grande umiltà. Non dimenticherò mai quello che mi disse, in un ottimo spagnolo, ma con forte accento turco, quando mi strinse la mano: «Grazie per questo libro, la mia famiglia è molto emozionata per quello che hai scritto». Quasi non riuscivo a credere che Arda Turan stesse ringraziando me, e non il contrario. Fu un giorno di fine marzo 2014 molto particolare, perché pochi minuti dopo il sorteggio di Champions League ci assegnò il Chelsea come rivale in semifinale.

 



Il ritorno a Stamford Bridge fu indimenticabile: aveva pareggiato Adrián López, poi Diego Costa ci portò in vantaggio e a chiudere la partita fu proprio Arda, che prima aveva colpito la traversa di testa e poi si era gettato sul rimpallo. Ma l’immagine migliore di quella partita è del giorno prima: i giocatori passeggiavano in giacca e cravatta sul terreno di gioco e Arda era lì, in camicia bianca e in bretelle, che degustava un caffè comodo e rilassato, come se nulla stesse accadendo. Quella foto è puro

.

 



Lo leggevo nelle cronache di Iñako Díaz Guerra, allora giornalista del quotidiano sportivo

che si occupava dell’Atlético. Pensai che era un termine simpatico e lo vidi ripetuto anche nei tweet di Quique Peinado (autore del libro

) che è del Rayo. Quindi, quando iniziai a scrivere il libro contattai Iñako perché volevo parlare con lui di

. Ci siamo visti, ovviamente, all’Hisar Kebab, dove mi spiegò che quando cenava con Peinado ed Emilio Sotana, un altro amico suo giornalista, nacque per gioco l’idea di fondare una rivista chiamata

(Ardaturanismo, cose fighe). E da lì iniziò a diffondersi questo termine grazioso, al quale ho dedicato anche un capitolo del libro su Arda dove non dico nulla, ma lascio parlare gli stessi giornalisti e scrittori che esprimono la loro opinione sull’

, qualcosa che indica una bellezza alternativa, lontana dal mainstream.

 



Effettivamente.

significa presentarsi in campo con un barbone vecchio stile (ora rivalutato dalla moda hipster) a maniche corte, ma con guanti, ma anche giocare al contrario degli altri. Intendo: quando la partita è frenetica Arda frena, mentre quando il ritmo è basso accelera. In generale Arda è un calciatore che gioca sorridendo e non si può negare questa realtà, anche ora che è passato al Barça.

 



È innegabile che adesso che è passato al Barcellona Arda abbia perso un po’ di quella sua componente alternativa, perché fa parte di una società mediatica che rappresenta in qualche modo il potere. L’

sarebbe continuato se lui fosse andato al Liverpool o al Napoli.

 



Esatto. Il concetto di fare gruppo e di essere circondato dal

, questo è

. Stiamo parlando di un calciatore d’élite che, accompagnato da persone qualsiasi—tra le quali anche degli studenti turchi che passavano un anno a Madrid per il progetto Erasmus—che invece di andare in discoteca va in un ristorante dove si sente a casa, chiude la saracinesca dall’interno e ascolta musica turca fino a tarda notte. Il tutto ovviamente senza una goccia d’alcol, perché Arda è un musulmano molto osservante e segue questa regola senza eccezioni. Ma l’

è anche pagare le spese di luce e acqua di tutti i condomini del palazzo dove è cresciuto a Istanbul, nell’umile quartiere di Bayrampasa.

 
 

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