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Emanuele Mongiardo
Tutti gli interrogativi di Conte al Napoli
31 May 2024
31 May 2024
L'allenatore salentino dovrebbe essere la scelta di De Laurentiis per risollevare il club azzurro.
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Emanuele Mongiardo
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IMAGO / Insidefoto
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Esistono pochi allenatori con un’idea di calcio più radicale e identitaria di Antonio Conte, i cui movimenti si potrebbero riconoscere anche se venissero oscurati i volti dei giocatori in campo. La prima volta in cui sperimentò il 3-5-2 che gli ha cambiato la carriera, Antonio Conte si trovava proprio a Napoli. Era la sua prima stagione alla Juventus e il campionato lo aveva iniziato col 4-3-3. Il 29 novembre, però, per la trasferta del San Paolo aveva pensato di cambiare sistema di gioco: la squadra di Hamšik, Lavezzi e Cavani meritava contromisure speciali e così Conte aveva deciso di schierarsi con un 3-5-2 (è la sera in cui nasce la polemica di Mazzarri su Conte che lo avrebbe copiato, anche se in realtà quel Napoli giocava col 3-4-2-1). Decisivo l’inserimento di Marcelo Estigarribia, ala dribblomane del Paraguay nella Copa America dell’estate precedente, e trasformato per l’occasione in un esterno a tutta fascia.

Da quel giorno, Conte non ha quasi mai abbandonato il 3-5-2, tranne alla prima stagione col Chelsea e nella parentesi col Tottenham. Il Napoli, invece, nel corso degli anni è diventato la squadra che, a prescindere dalla guida in panchina, ha proposto sempre un calcio incentrato sulla tecnica, in cui non si prescindeva mai dalla difesa a quattro, tanto da arrivare all’assurdo casting di De Laurentiis che avrebbe ricercato solo allenatori disposti a giocare col 4-3-3. Pare che il Napoli avesse già cercato Conte ad ottobre per sostituire García. Il tecnico, però, non voleva prendere la squadra in corsa e in più, secondo alcune voci, voleva ancora continuare a spendere del tempo con la famiglia. Così, l’ipotesi di Conte al Napoli per qualche mese si è spenta. Il destino incerto di tante panchine in Europa, poi, non faceva che allontanare il tecnico salentino dal San Paolo. Qualche settimana fa, un’intervista di Cristian Stellini, suo vice, suonava persino come una vera e propria candidatura per il Milan. Invece, alla fine, De Laurentiis ha avuto la meglio, o almeno così pare, sappiamo quanto le trattative col Napoli siano delicate. Se dovesse avverarsi sarebbe uno degli esperimenti più interessanti della prossima Serie A, innanzitutto perché sulla carta è difficile immaginare un matrimonio tra un allenatore e una squadra così poco compatibili, su più livelli. Il primo dubbio riguarda il rapporto tra Conte e De Laurentiis, due tra i caratteri più focosi del calcio italiano. Se c’è un presidente che non si fa problemi a criticare in pubblico i suoi allenatori, quello è De Laurentiis. Se c’è un allenatore che non si fa problemi a contestare proprietà e dirigenti ai microfoni, quello è Antonio Conte. Com’è possibile conciliare due personalità del genere? Come pensa De Laurentiis, che quest’anno ha fallito per la smania di dimostrarsi padrone e unico artefice dello Scudetto, di convivere con un allenatore che non si farebbe problemi a tenergli testa e viceversa? Quanto saranno disposti a scendere a compromessi entrambi? Dev’esserci stato senza dubbio un punto di convergenza, uno o più interessi in comune che hanno fatto capire a Conte e De Laurentiis che fosse conveniente per entrambi stringere questo accordo. La motivazione, forse, è che sia l’uno che l’altro hanno bisogno di ricostruire la propria immagine. De Laurentiis, dopo una stagione tanto fallimentare, ha bisogno di riacquistare credibilità. Puntare su Conte significa affidarsi ad un allenatore che pretende di lottare per vincere: un nome come il suo, per una questione economica e di ambizione sportiva, se lo possono permettere solo club di primo livello e De Laurentiis vuole dimostrare di appartenere a quella categoria. Conte, invece, ha bisogno di riaffermarsi come uno dei migliori allenatori al mondo. L’incapacità cronica di gestire impegni su più fronti e le continue lamentele nei confronti della proprietà al Tottenham devono averlo screditato agli occhi delle migliori squadre in Europa. Quale club con l'ambizione di vincere la Champions e affermarsi nell’élite assoluta, oggi, punterebbe su Conte? L’ex allenatore di Juve e Inter ha bisogno di ridare una sterzata verso l’alto alle proprie quotazioni. La Serie A, il suo giardino di casa, è il campionato giusto per farlo e il Napoli è abituato a lottare per vincere. In più, avere successo al Napoli darebbe un nuovo volto all’immagine di Conte. Il Napoli ha fatto della sostenibilità il proprio punto di forza, una società che spende ma in maniera oculata, senza inseguire per forza obiettivi ad ogni costo: una regola che dovrebbe essere valida soprattutto quest’estate, visto che il club non godrà degli introiti della Champions. Negli anni, invece, la nomea di Conte è diventata quella del manager che si impunta su determinati giocatori e che non accetta di andare al ristorante con soli dieci euro in tasca, come disse una volta. Se Conte riuscisse a competere in una società che opera in maniera opposta rispetto a ciò che lui di solito richiede, allora avrebbe dimostrato di essere un allenatore diverso, più malleabile, e quindi migliore, di quanto non si dica. In questo senso, Napoli per lui è un’occasione. Senza considerare che ritroverà quelle che storicamente, per lui, sono le condizioni ideali per costruire stagioni di successo. Il Napoli non è arrivato settimo come Chelsea o Juve prima del suo avvento, si è posizionato addirittura nono in classifica. Conte, quindi, avrà il vantaggio di concentrarsi solo sul campionato e potrà rinfacciare a tutti da quale piazzamento partiva la squadra. L’autostima del gruppo va ricostruita, così come la fiducia dei tifosi nei confronti della squadra: «Chi vuole andare a teatro stia a casa», aveva detto qualche anno fa Conte a proposito di quanto sia importante la spinta del pubblico: il potenziale del Maradona, in questo senso, è paragonabile a pochi stadi. De Laurentiis, da parte sua, può presentarsi come quello che ha dato una sterzata a una situazione difficile. I colpi di teatro per lenire le delusioni non sono una novità per il patron degli “azzurri”, che fece dimenticare alla piazza l’addio di Sarri con l’ingaggio di Ancelotti. La scelta di Conte, poi, potrebbe permettergli di cavalcare il malcontento del pubblico nei confronti dei giocatori. Oltre alle critiche a società e allenatori, infatti, i sostenitori del Napoli hanno contestato più volte con asprezza chi scendeva in campo. A Monza i tifosi sono entrati nel settore ospiti solo a partita in corso; prima del loro ingresso, sopra i seggiolini vuoti, campeggiava l’eloquente striscione “assenti come i vostri coglioni”. La scelta di Conte, allora, responsabilizza ancora di più la rosa, proprio perché il nuovo allenatore, se serve, non si fa scrupoli a elencare le colpe dei calciatori. Al Tottenham, dopo un pareggio in rimonta per 3-3 subito dal Southampton, ha definito i giocatori egoisti, addossando loro la mediocrità della squadra: «Il club ha la responsabilità per il calciomercato, l’allenatore ha le sue responsabilità. Ma i giocatori, dove sono i giocatori? Io vedo solo undici calciatori che giocano per sé stessi», aveva detto.

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De Laurentiis insomma vede in Conte la figura, sempre amata dal calcio italiano, dell’uomo forte al comando. Nessuno più dell'allenatore salentino incarna questa figura, a metà tra Mr Wolf di Pulp Fiction e un caudillo sudamericano. Conte sazia l’appetito dei tifosi perché ha dimostrato di avere soluzioni forti e a presa rapida. L’immagine dei suoi giocatori sofferenti nelle sedute di preparazione atletica solleticano la retorica della maglia sudata che è trasversale a qualsiasi tifoseria. A maggio 2018, quando si discuteva dei possibili sostituti di Sarri, in un’intervista al Corriere della Sera De Laurentiis aveva definito Conte «un colonnello perfetto per far rispettare le regole». Una visione che collima totalmente con quella dell’opinione pubblica: in Italia, per gli addetti ai lavori e per i tifosi di ogni squadra minimamente in crisi, Conte è sempre la soluzione più ovvia. Per lui parlano le vittorie, certo, ma anche lo sguardo spiritato e la voce roca per le urla a bordo campo. Poi ci sono le questioni di campo, con cui la curiosità non può che aumentare. In quest’ultimo anno e mezzo Conte avrà modificato il proprio gioco? Soprattutto, come si adatterà ad una rosa che sembra distante dai suoi principi? Il Napoli dovrà rimpinguare la difesa, perché non ha un numero di centrali adeguato per giocare con la linea a tre e non è un caso che il primo nome accostato agli azzurri sia quello di Buongiorno: il difensore del Toro ha il talento per compiere il salto di qualità e a Conte piace costruire le sue squadre su un nucleo di giocatori italiani. Prima di ragionare sul mercato in entrata, però, c’è da sciogliere il nodo legato a Di Lorenzo. Il capitano sembra intenzionato a partire, ma si dice che Conte lo consideri incedibile. Quale sarà la sua decisione? Di Lorenzo avrebbe le qualità palla al piede e la concentrazione difensiva per agire da terzo centrale di destra. Il tempismo nell’attaccare lo spazio, poi, gli permetterebbe di giocare anche da esterno a tutta fascia, come ai tempi dell’Empoli. Il suo addio, quindi, rischierebbe di scoprire due ruoli. Manca, poi, il profilo del difensore-regista, fondamentale visto il valore della costruzione dal basso nel calcio di Conte: nessuno dei centrali oggi al Napoli possiede doti simili, né il già citato Buongiorno qualora dovesse arrivare. La minacciosità delle squadre di Conte dipende in gran parte da un’uscita pulita della palla e sarà interessante vedere se il Napoli cercherà un profilo del genere. Tra i difensori già in rosa, potrebbe trovare un contesto più favorevole Natan, al quale la difesa a tre fornirebbe maggior protezione. Mario Rui, invece, potrebbe soffrire sia da terzo centrale che da esterno: nel primo caso gli mancherebbero fisicità e qualità difensive, nel secondo la profondità per accompagnare gli attacchi. Ben più adatto, invece, Matías Olivera, dotato di un carattere competitivo che il tecnico salentino di sicuro saprà apprezzare. Per il resto, ci sarà da capire se Conte vorrà adottare il 3-5-2 o il 3-4-2-1. Lobotka sembra destinato ad essere imprescindibile in entrambi i casi. Conte ama i registi capaci di resistere alla pressione, anche se con lui Lobotka dovrebbe ritrovare una verticalità che gli apparteneva ai tempi del Celta Vigo ma che a Napoli ha dovuto stemperare. Zambo Anguissa, invece, tende forse a toccare un po’ troppo il pallone e in maniera un po’ troppo libera per essere una mezzala di Conte: l’impressione è per lui il 3-4-2-1 sia più adeguato, anche se ha dimostrato di possedere un tempismo negli inserimenti che il 3-5-2 potrebbe valorizzare. I dubbi più grandi, però, riguardano gli uomini offensivi. Se il Napoli di Spalletti ha rappresentato una delle espressioni massime del calcio relazionale, con associazioni tra i calciatori mai uguali l’una all’altra e che valorizzavano il talento individuale, Conte si pone al punto opposto dello spettro. I giocatori del Napoli, però, non sembrano adatti a proporre un calcio meccanizzato come quello della sua Juve e della sua Inter. In Premier League, pur rimanendo nel solco dei suoi principi, Conte comunque ha lasciato più libertà ai giocatori estrosi, Hazard e Kulusevski su tutti. Sono loro il motivo per cui in Inghilterra ha usato spesso il 3-4-2-1. È facile immaginare che per Kvaratskhelia abbia in mente un impiego simile, con meno ricezioni sulla fascia e una posizione più centrale, nel mezzo spazio sinistro. Il georgiano avrà la pazienza di aspettare palla in quella zona di campo? Spalle alla porta riuscirà a sopravvivere? Oppure il Napoli, con la costruzione da dietro tipica delle squadre di Conte, riuscirà ad allungare gli avversari e a dare a Kvara lo spazio per girarsi frontalmente e puntare le difese? Difficile dirlo. In Italia le squadre del calibro del Napoli si trovano spesso ad attaccare contro difese schierate e Kvara in situazioni statiche potrebbe soffrire la densità nei corridoi intermedi. In questi giorni, nonostante le offerte, si parla di Kvara come incedibile per Conte, mentre per Osimhen il discorso è diverso, forse per una sua volontà più spinta ad andarsene. Se il nigeriano resterà a Napoli per la sua quinta stagione, Conte si ritroverà a lavorare con una punta radicalmente diversa da quelle su cui ha costruito il proprio gioco in questi anni. L'allenatore salentino ha sempre prediletto punte abili spalle alla porta, che sapessero ricevere le verticalizzazioni con l’uomo addosso per attivare frontalmente i compagni, preferibilmente con il gioco di prima o a due tocchi: tutti fondamentali in cui Osimhen soffre. Forse per questo, qualche giorno fa, era uscita la voce di un interesse del Napoli per Lukaku e addirittura per Lorenzo Lucca. Due anni fa, citando il suo amico e conterraneo Pantaleo Corvino, Conte aveva detto che «puoi sbagliare la moglie, ma non portiere e attaccante». Il tipo di centravanti in rosa determinerà più di tutto quanto Conte dovrà scendere a compromessi. Se alla fine il nuovo allenatore optasse per il 3-5-2, un altro punto di interesse diventerebbe Raspadori, che per la prima volta avrebbe la possibilità di giocare stabilmente nel ruolo per il quale sembra nato: quello di seconda punta, seppur con la concorrenza di Kvara. Insomma, l’arrivo di Conte al Maradona è interessante sotto tutti i punti di vista, ambientali e di campo. Dopo una stagione del genere, l’ingaggio di un allenatore così era il modo migliore che De Laurentiis aveva per rimettere il Napoli al centro delle attenzioni.

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