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Emanuele Mongiardo
Non è vero che Ancelotti non fa niente
05 Jun 2024
05 Jun 2024
Le intuizioni con cui ha guidato il Real Madrid alla conquista di Liga e Champions.
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Emanuele Mongiardo
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IMAGO / NurPhoto
(foto) IMAGO / NurPhoto
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Sono passati pochi giorni dalla vittoria del Real Madrid contro il Borussia Dortmund, la quindicesima coppa per il club spagnolo. Quasi la metà delle Champions vinte dal Real Madrid sono arrivate dopo il 2014, sei nel giro di undici anni, tre delle quali con Carlo Ancelotti in panchina. Il tecnico di Reggiolo ci ha tenuto a sottolineare, in questi giorni, di aver vinto sette volte la competizione, non cinque, quasi a invitarci a non dimenticare il suo passato come uno dei centrocampisti migliori della sua epoca. Alla storia, però, Ancelotti passerà soprattutto per l’impareggiabile quantità di Champions vinte da allenatore. C'è chiaramente una connessione speciale tra il tecnico del Real Madrid e il torneo, che si manifesta di tanto in tanto nei modi rocamboleschi in cui le sue squadre riescono a superare gli incroci più difficili. I successi del Madrid di Ancelotti sembrano trascendere il campo e così, di volta in volta, proviamo a spiegarceli facendo riferimento a concetti poco tangibili come la mistica, il DNA, il miedo escenico o il peso della maglia. Tutti quei dettagli che non si rifanno mai a una dimensione di campo, quanto piuttosto all’aspetto emotivo del lavoro di Ancelotti, alla sua abilità da gestore e alla sua capacità di creare un ambiente familiare, in cui le pareti dello spogliatoio diventano mura domestiche. È lui stesso, del resto, a portare avanti questa narrazione, in cui rifugge qualsiasi merito relativo a ciò che accade in partita. «Ci sono due tipi di allenatore: quelli che non fanno niente, e quelli che combinano molti danni. Quindi io cerco sempre di stare nel gruppo dei primi, tra quelli che non fanno niente», ha detto in maniera iperbolica alla vigilia della semifinale contro il Bayern Monaco. È un discorso di comodo, perché piace all’informazione generalista e, in un’ottica di contrapposizione all’immagine fortemente identitaria del Barcellona, anche alla tifoseria, i target che Ancelotti vuole compiacere con le sue parole e con i quali ha interesse a mantenere un buon rapporto. Se è vero che per il tecnico emiliano i giocatori vengono prima di qualunque principio, è vero anche, però, che organizzare il talento ai livelli più alti non è facile: c’è chi riesce a farlo entro un sistema più riconoscibile, che determina i binari entro cui muoversi (il Manchester City, il Bayer Leverkusen, l’Arsenal) e chi, come il Madrid, lo fa lasciando libertà quasi totale ai suoi interpreti. La libertà, però, non sarebbe sostenibile senza un’idea di come approfittare del talento a disposizione. Quell’idea, spesso, coincide con una grande intuizione di Ancelotti a livello tattico. Sminuirne l’influenza, limitarla alla gestione dello spogliatoio, come se davvero gli bastasse aggrottare il sopracciglio per vincere le partite, significherebbe fare un torto a uno dei più grandi allenatori della storia. Nel corso di tutta la stagione lui e il suo staff hanno trovato soluzioni sempre diverse per reinventare il Real Madrid, incidendo nel modo di stare in campo e di relazionarsi dei suoi campioni. A inizio campionato, ad esempio, sembrava che Ancelotti fosse intenzionato ad affrontare la stagione con un 4-3-1-2 che potenziasse al massimo le qualità da incursore di Bellingham. L’inglese si era piazzato da trequartista del rombo, alle spalle delle punte Vinicius e Joselu. Il centravanti spagnolo, da rincalzo, si era ritrovato titolare col compito di calamitare l’attenzione delle difese, così da favorire gli inserimenti di Bellingham: in questo modo, il nuovo acquisto del Madrid aveva segnato cinque gol nelle prime cinque giornate. Del ruolo di Joselu nel valorizzare Bellingham aveva parlato Diego Pablo Simeone, a margine del derby vinto 3-1 dall’Atleti alla sesta giornata, unica sconfitta in Liga del Real Madrid quest’anno. Joselu quella sera era partito dalla panchina e "il Cholo" aveva sottolineato come la sua assenza avesse tolto a Bellingham «possibilità di attaccare, perché spesso lui si avvantaggia del gioco aereo di Joselu». La presenza dell’attaccante spagnolo non era utile solo a creare occasioni per Bellingham, ma era anche un modo più canonico di sostituire Benzema. Il tetto di rendimento con lui in campo, però, si era abbassato. Rodrygo era finito in panchina e il gioco associativo del Real era diventato più povero e meno fluido, una cattiva notizia anche per Vinicius. Così, nel corso delle settimane Ancelotti ha trovato un modo di far coesistere i due brasiliani e Bellingham. Joselu, ovviamente, è finito in panchina, mentre l’allenatore e lo staff hanno trovato spunti sempre diversi per esaltare le tre stelle offensive. Non si poteva prescindere, però, dallo spirito di sacrificio senza palla, ciò che Ancelotti ha chiesto loro in cambio della coesistenza in attacco: così il Real Madrid ha iniziato a difendere con il 4-4-2, con le tre stelle ad occupare posizioni diverse a seconda delle necessità. Bellingham poteva abbassarsi da esterno sinistro di centrocampo, lasciando i due brasiliani da punte. Oppure, come nel caso della partita contro il Manchester City in cui Ancelotti voleva attaccare con Rodrygo già sulla sinistra e Vinicius che gli si avvicinava da una posizione più centrale, poteva essere Rodrygo a scalare da esterno di centrocampo, con Vini e Bellingham che restavano davanti. Per sfruttare il loro potenziale in ripartenza e per non chiedergli troppo dispendio in pressing, poi, il Real Madrid preferiva abbassare il blocco nella propria metà campo. Le linee diventavano strette, ma non era una zona pura. All’interno della propria area di competenza i giocatori del Real Madrid dovevano uscire in maniera aggressiva sull’avversario, protetti dalla compattezza in zona palla: un modo di difendere che ha esaltato Rüdiger, il quale ha potuto spezzare la linea e uscire sull’uomo nonostante il baricentro fosse basso. Il difensore tedesco, così, ha sostituito in maniera superba gli infortunati Alaba e Militão e si è affermato come protagonista di questa stagione. La scelta di ripiegare per difendere in spazi stretti ha favorito anche Kroos, soprattutto in Champions League. Il tedesco ha offerto il solito dominio del pallone, ma è stato impeccabile anche in fase difensiva. Lo ha fatto spesso, oltretutto, con Camavinga accanto, non con Tchouameni, cioè con un centrocampista meno difensivo e più libero nelle scelte. Gli aggiustamenti di Ancelotti hanno fatto sì che Kroos, all’ultima stagione della carriera, si riscoprisse quasi centrocampista posizionale, funzione che dieci anni fa non si pensava potesse svolgere e motivo per cui col tempo era emerso Casemiro.

La capacità di lavorare sulle caratteristiche dei singoli per invitarli a sperimentare qualcosa di diverso, del resto, ha sempre fatto parte della storia di Ancelotti. Si pensi anche alla trasformazione di Vinicius, a come abbia fatto a diventare il miglior giocatore al mondo. Ancelotti lo ha stimolato ad uscire dalla propria zona di comfort, gli isolamenti in fascia, e gli ha aperto un nuovo scenario: gli ha fatto capire che in posizione più centrale poteva diventare ancora più determinante. Il suo percorso è la dimostrazione di quanto pesi la mano di Ancelotti, ed è stato il tecnico stesso a raccontarlo qualche giorno fa: «Abbiamo lavorato molto con lui. Credo sia migliorato negli smarcamenti. All’inizio giocava sempre largo, ora si è adattato anche a giocare più al centro. Dentro al campo è molto pericoloso, perché gli basta uno smarcamento per arrivare al gol. Ora gli pesa un po’ giocare sulla sinistra. Contro il Betis ha giocato tutto il tempo all’interno e allora gli ho detto di allargarsi ogni tanto, perché la mobilità è molto importante». Muovendosi in zone più interne, Vinicius ha affinato qualità che sembravano secondarie nel suo repertorio. Ad esempio, si è rivelato un giocatore più associativo: un attaccante che dà il meglio con tanto compagni vicino, perché può abbassarsi per ricevere, girarsi, scaricare e muoversi in avanti per ricevere il passaggio di ritorno. La capacità di non perdere mai il pallone nello stretto, di scambiarlo e, contemporaneamente, di minacciare la profondità senza palla, lo hanno trasformato in un enigma irrisolvibile in questa campagna di Champions League. Quando è servito, poi, Ancelotti lo ha fatto tornare sulla fascia. Contro il Bayern al Bernabeu, ad esempio, Vinicius aveva iniziato sul centro sinistra, nel corridoio intermedio. Laimer e de Ligt, però, erano riusciti a limitarlo. Così, dopo la ripresa, Vinicius si è allargato per ricevere aperto. In quella posizione ha potuto massacrare Kimmich, che da terzino non fa di certo dell’uno contro uno difensivo il suo punto di forza; sulla fascia, il contributo in raddoppio di Sané era trascurabile o non arrivava proprio, mentre Laimer, da centrocampo, aveva più metri da coprire per poter aiutare Kimmich. È così che Vinicius è diventato padrone della partita e solo Neuer ha potuto negargli il gol.

È facile pensare che l’indicazione di allagarsi, di tornare a giocare da ala di isolamenti come il Vinicius delle origini, sia arrivata da Ancelotti o da qualcuno del suo staff. Lungo questa edizione della Champions, infatti, sono stati numerosi gli aggiustamenti con cui l’allenatore ha raddrizzato le partite, non ultimo il cambio contro il Borussia Dortmund nel secondo tempo, quando il Real ha abbandonato il 4-4-2 con cui stava coprendo male il campo: «Abbiamo discusso della disposizione, perché loro [i giocatori, nda] si trovano più comodi col 4-4-2, ma dovevamo cambiare. Ho solo detto loro che dovevamo cambiare e sono stati d’accordo», ha raccontato Ancelotti a proposito di ciò che è successo all’intervallo, sempre attento a sottolineare l’interlocuzione con i calciatori dietro ogni su scelta. Insomma, per la vittoria finale gli episodi sono stati decisivi, certo, ma in ogni eliminatoria Ancelotti ha trovato sempre qualche dettaglio con cui incidere. Contro il Manchester City, ad esempio, ha fatto la differenza la possibilità di avvicinare Vinicius e Rodygo. Tutti e due sono destrorsi e tendono a muoversi verso il centro sinistra per rientrare sul piede forte? Il Madrid, allora, con Rodrygo ala e Vinicius che da punta si allargava verso sinistra, sovraccaricava la corsia mancina e creava un nugolo di tecnica impossibile da leggere persino per un avversario del calibro del City. Sovraccaricare un lato forte è una costante per il Madrid, ma non è il solo modo che conosce per attaccare. Contro il Girona, nella partita che difatti ha consegnato la Liga ai “blancos”, Vinicius e Rodrygo, infatti, si sono comportati in modo radicalmente diverso. Il Girona aveva difficoltà a difendere contemporaneamente ampiezza e profondità. Il Real, allora, ha preparato la partita con i due brasiliani che hanno trascorso più tempo del solito da ali pure. Con loro in ampiezza, Bellingham partendo dal centro, da falso nove, aveva spazio per attaccare la profondità. In quella stessa gara, vinta per 4-0, Ancelotti ha sgravato l’inglese, Rodrygo e Vini di lavoro difensivo: confidando nella resistenza di difensori e centrocampisti, ha accettato di difendere solo con i quattro dietro e con il terzetto di centrocampo. Così, ogni volta che il Girona non riusciva a concludere un’azione, Vini, Rodrygo e Bellingham si ritrovavano sopra la linea della palla pronti a divorare il campo in contropiede.

Un modo di difendere diverso rispetto a quello dell’andata, in casa del Girona, dove Tchouameni o Valverde spesso si schiacciavano così tanto sulla linea arretrata da determinare il passaggio alla difesa a cinque nel tentativo di difendere contemporaneamente ampiezza e corridoi intermedi. Un atteggiamento osservato anche in casa del Barcellona, squadra che come il Girona occupava tutti i corridoi verticali del campo, dove difatti Carvajal ha giocato da terzo centrale e Valverde da quinto. La stagione appena conclusa è stata piena di insidie per il Real Madrid. Il caso, che secondo i detrattori sorride troppo spesso ad Ancelotti, in realtà ha messo alla prova il tecnico di Reggiolo. Ancelotti non solo si è ritrovato senza un sostituto di Benzema – perché Bellingham, per sua ammissione, arrivava come centrocampista – ma a metà agosto ha perso anche l’ossatura difensiva della sua squadra: in pochi giorni si sono rotti il crociato prima Courtois, poi la coppia titolare di centrali Alaba e Militão. Gli infortuni e i cambi nella rosa lo hanno costretto a ripensare di continuo il modo di stare in campo. Lo ha raccontato il figlio Davide, suo vice. «Quest’anno abbiamo iniziato con un 4-3-1-2 ma poi abbiamo visto che concedevamo troppi cross e lo abbiamo cambiato. La squadra cambia, per questo serve allenare per trovare soluzioni», ha detto con parole che smontano ogni stereotipo dell’Ancelotti gestore. Per descrivere il lavoro del padre e dello staff, invece, ha utilizzato una metafora col mondo del giardinaggio, un tipo di attività che richiede la stessa calma che Ancelotti padre trasmette nel suo rapporto con i calciatori: «Quando arrivi in una squadra, la priorità è studiare attentamente i giocatori a disposizione. Bisogna sviluppare idee e adattarsi continuamente. È come veder crescere un bonsai».

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