• Calcio
Elena Marinelli

La realizzazione di Alexia Putellas

La ricetta per il successo della campionessa del Barcellona.

Secondo Alexia Putellas la ricetta per il successo è molto banale: allenamento, dedizione, sacrificio in parti uguali, una quota di talento e un’altra di fortuna, che si traduce con essere nel posto giusto al momento giusto. Non ha mai voluto essere niente altro che una calciatrice, nonostante una famiglia che aveva eletto il basket come sport prediletto, e ha sempre avuto in testa obiettivi ambiziosi, prima taciuti, in virtù di un carattere schivo, poi sempre più espliciti, man mano che la timidezza si è sciolta in un po’ più di sicurezza.

 

La parola realizzazione ha assunto un peso specifico sempre più alto, man mano che, crescendo, la centrocampista spagnola è arrivata alla Youth Academy del Barcellona. Ha creduto di poter diventare esattamente ciò che immaginava, di avere talento, il tanto che bastava per giocare tutti i giorni, guardare le partite di calcio quando possibile, migliorare, affinare il tiro in porta, poi il dribbling, la capacità balistica, infine aiutare il suo corpo a svilupparsi in una direzione precisa.

 

Le gambe veloci, le articolazioni flessibili, l’attenzione che calamita il pallone sono arrivate con il tempo, con l’allenamento, la dedizione e i sacrifici della sua ricetta semplice e mai davvero banale che continuava a ripetersi in testa e ad applicare come un rito, mentre palleggiava palla al piede durante il riscaldamento.

 

Maggio 2021

In quasi dieci anni di carriera ad altissimi livelli, più o meno da quando è tornata al Barcellona, Alexia ha affrontato già dei bassi – il Barça che arriva secondo in campionato per quattro anni di fila, dal 2015 al 2019, l’ultimo Mondiale non brillante – che hanno costruito un pezzo alla volta la determinazione del Barcellona a prendersi tutto il possibile nell’ultimo anno.

 

Campionesse d’Europa, della Primera Division, della Copa de la Reina e con 5 elementi nella lista del Pallone d’Oro (a parte Alexia sono rientrate anche Lieke Martens, Jennifer Hermoso, Sandra Paños e Irene Paredes), la squadra catalana è il meglio che possa esserci nel calcio femminile europeo oggi e Alexia è il suo esempio più fulgido, la capitana di una squadra che pare quasi l’idea platonica del compimento.

 


Nella finale di Champions League contro il Chelsea, il Barcellona vince 4-0, conquistando il trofeo per la prima volta nella sua storia e diventando il primo club spagnolo a vincere la competizione, un risultato che grida grandezza a cui Alexia ha lavorato tutta la sua carriera.

 

In quella partita, la centrocampista gioca molto per la squadra, Lieke Mertens e Jennifer Hermoso sono più scintillanti in campo, mettono in crisi la squadra inglese con accelerazioni continue e la difesa della porta di Sandra Paños soprattutto grazie a Irene Paredes ha chiuso ogni possibilità al Chelsea di tornare in gioco.

 

Il terzo gol del Barcellona è di squadra: al 21’ del primo tempo l’azione nasce dalla sinistra con Lieke Mertens che scende sulla fascia e lascia il pallone a Jennifer Hermoso che spalle alla porta passa a Alexia Putellas la quale a sua volta fa un assist di prima per Aitana Bonmati: l’attaccante non sbaglia a tu per tu con Ann-Katrin Berger.

 

Nell’orchestra del centrocampo del Barcellona, Alexia si trova ora a dirigere ora a dare gli attacchi giusti e quella partita non è solo il termine di una stagione speciale, in cui il Barcellona è come se finalmente, tutta a un tratto, esplodesse, ma l’inizio di mesi di dominio in cui la formazione catalana è sembrata inarrestabile: dai tornei estivi alle fasi a girone della Champions League, passando per il campionato, la squadra da battere è sempre lei.

 

Il 29 novembre verso tarda sera, mentre realizza di avere vinto il Pallone d’Oro sull’aereo che sta tornando a Siviglia al ritiro della Nazionale, le fanno una fotografia: Alexia è felice, orgogliosa e si accorge di quanto quel globo luccichi. Ci si specchia, lo tiene in mano come altre volte altri trofei ma fa un pensiero per la prima volta: ci saranno pochissime calciatrici che proveranno la medesima gioia e prima di lei è toccato solo Ada Hegerberg e Megan Rapinoe, un binomio piccolo rispetto al movimento intero del calcio femminile. Il suo idolo, Louisa Nécib, non lo ha mai vinto.

 

La superficie dorata che sta toccando ha un valore nuovo. Nessuna di loro rappresenta le altre in senso quantitativo, eppure da quel momento tutte e tre condividono una sensazione tattile, un peso, un filo rosso che non potrà essere tradito.

 

Il successo, forse pensa Alexia, a volte è elitario, cuce dei confini precisi, si veste di lustrini e paillettes, anche per una calciatrice. Persino per una calciatrice.

 

All’inizio

Le prime volte in cui il talento di Alexia è stato visibile al mondo, almeno quello spagnolo, era più o meno dieci anni fa, tra le fila dell’Espanyol. Arriva in prima squadra a 16 anni e si trova nel posto giusto al momento giusto: in quel momento storico l’Espanyol aveva una delle migliori scuole calcio di Spagna e raggiungeva un terzo posto nel campionato di Primera Division nella stagione 2011-2012 e vinceva la Copa de La Reina per la sesta volta. L’anno successivo Alexia si trasferiva al Levante, per completare un biennio di passaggio, in cui ha fatto esperienza utile da mettere a servizio di casa.

 

Alexia, fin da adolescente, aveva talento, e lo si vedeva facilmente in campo: con la palla tra i piedi riusciva a esprimersi con tocchi calibrati e pensati, aveva occhio per le compagne, sapeva occupare lo spazio a centrocampo, eppure la prima volta al Barça, ancora nelle giovanili, non era stata memorabile: era la sua squadra del cuore, perché era cresciuta a Mollet de Vallès, in Catalogna con negli occhi il mito di Andrés Iniesta, ma appena arrivata alla corte blaugrana a 12 anni si era scoperta impreparata.

 

Non sapeva prendersi il suo spazio, era impacciata e la fantasia di indossare la maglia della sua squadra ha preso forma solo a 18 anni, quando è tornata a casa ed è stata subito un’altra sensazione: non più un dato di fatto, quasi un colpo di fortuna della sua vita di ragazzina, ma un punto guadagnato con un po’ di esperienza altrove e come tale da preservare per anni.

 

Alla porta del Barcellona la centrocampista spagnola non ha visto trofei e successo o la tradizione, ma solo il desiderio più duraturo della sua vita che si fa spogliatoio, muri, erba, tutto insieme e tutto d’un colpo.

 

Da quel momento in poi farà parte della squadra più forte del mondo, non per la storia ma solo per ogni volta che è andata al Camp Nou da bambina e ha provato a immaginarsi indossare quella maglia.

Minuto 1:12. Putellas fa il 2-0 ed è un gol facile, per lei: il Pallone le viene servito dalla destra e indietro da Asisat Oshoala.

 

Alexia arriva dalle zone centrali del campo, seguendo l’azione della compagna. Lo sguardo è attento a cosa le accade, confida in un cross dalla fascia, ma il suo corpo sta analizzando la situazione. Non si precipita verso l’area, mentre le avversarie accelerano per disporsi in difesa e sono tutte concentrate su Oshoala. Alexia ritarda, si prende il tempo e si ritrova isolata il tanto che basta per spingere la palla in rete con il sinistro: un gol che sembra facilissimo, composto e mostra la capacità della centrocampista spagnola di posizionarsi correttamente nello spazio e scegliendo anche il tempo più corretto.

 

In un modo simile, nella partita della Spagna contro l’Ucraina valida per le Qualificazioni al Mondiale 2023, disputata lo scorso 26 ottobre, Alexia si fa trovare pronta sul secondo palo su un cross che arriva dalla destra e che è irraggiungibile per molte sue compagne. Di nuovo, Alexia aspetta, in qualche modo si costruisce il tempo giusto.

 

Il talento di Putellas nel controllare lo spazio del centrocampo e le linee di attacco è una delle sue qualità migliori, di certo quella che le permette di segnare spesso e di dialogare al meglio con le sue compagne. Due esempi recenti su tutti: in campionato e con la Nazionale spagnola.

 


Il primo, minuto 0:23. Nella partita di Liga contro il Valencia, l’azione del secondo gol del Barcellona parte proprio dalla numero 11 del Barça.

 

Alexia stoppa un rinvio sbagliato e smista subito il pallone a destra per Marta Torrejon che di prima gliela restituisce. Il passaggio è repentino, Torrejon sa che la compagna cercherà di farsi largo e con fiducia le affida quel pallone.

 

È già incandescente, l’azione è veloce. Putellas va sulla sinistra e lì trova l’angolo giusto e con un sinistro preciso infila la palla in rete.

 

Il secondo: la Spagna gioca una partita di qualificazione contro le Isole Faroer valida per le qualificazioni al Mondiale del 2023.

 

Alexia riceve palla appena fuori dall’area di rigore, la porta sulla sinistra e la lascia scivolare più al centro per preparare il tiro e mandarlo direttamente in porta, sull’angolo più lontano, con un effetto e un rimbalzo difficili da intercettare.

 

Alexia Putellas orchestra il centrocampo con le sue corse e i suoi passaggi e in più sa calciare in molti modi, con invidiabile tecnica e la trequarti è spesso la sua zona di elezione, da cui fa partire il gioco e da cui prova spesso a segnare.

 

In un articolo-intervista pubblicato sul sito del Barcellona Alexia ha dichiarato che la mentalità di un atleta è prendere ogni giorno come viene, non accorgersi dei propri successi individuali fino al ritiro dal gioco, fino a quando, con la teca piena e la possibilità di compiere un passo indietro, il puzzle è incasellato e ogni trofeo diventa, quasi come una rivelazione, solo una cosa da raccontare.

 

Mentre si sta ancora sul campo a giocare, invece, non contano niente altro che le partite, i gol, i risultati, fare il miglior lavoro possibile per la squadra e contribuire alla storia del Barcellona femminile.

Tags :

Elena Marinelli è nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ha studiato a Bologna, ma da diversi anni vive a Milano. Scrive di sport per l'Ultimo Uomo e dei libri degli altri per ilLibraio.it. È autrice di "Steffi Graf. Passione e perfezione (66thand2nd)", di "Il terzo incomodo (Baldini+Castoldi)" e di racconti pubblicati su alcune riviste online. Voleva essere una sintesi fra Steffi Graf e Roger Federer.