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Il capitano rinnegato
29 ago 2025
Florenzi si ritira dopo una carriera bella e un po' triste.
(articolo)
15 min
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IMAGO / AFLOSPORT
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Allo stadio, chi c’era, ricorda distintamente il suono del pallone. Il rumore di uno schiaffo: un colpo secco e pieno su una superficie piatta. Un colpo del palmo della mano sul dorso dell’acqua. Allo stadio, chi c’era, ricorda distintamente il rumore del palo, più freddo e metallico. Ter Stegen che guarda la palla andare in rete disorientato. E poi il boato profondo di un intero stadio: senza alcun brusio preparatorio, nessuna sensazione d’attesa. Una gioia dilaniante e improvvisa. Un commento sotto al video su YouTube dice: «L’ho guardato tipo 100 volte solo per sentire la reazione dei tifosi ancora e ancora».

*

È impossibile, parlando di Florenzi, non ricordare quel gol da centrocampo segnato contro il Barcellona, nominato ai Puskas Awards del 2015. Un gol che oggi riguardiamo, a poche ore dall’annuncio del ritiro dal calcio di Alessandro Florenzi, e che non sembra appartenere davvero alla sua carriera. Lo citiamo come qualcosa che gli è capitato, non come qualcosa che ha fatto. Un colpo di fortuna, il gol della domenica, qualcosa di puramente casuale, un fatto curioso. Del resto anche il premio a cui è stato candidato, il Puskas Awards, sembra riservato agli eroi per un giorno più che ai campioni consolidati.

L’annuncio del ritiro è arrivato a campionato già cominciato, e non si può nemmeno dire che sia arrivato all’improvviso perché non pensavamo più ad Alessandro Florenzi da tempo. Nel nostro cervello era finito in un limbo indefinito tra un giocatore in attività e uno non in attività. Da quant’è che non sentivamo notizie su di lui? Che fine aveva fatto?

La sua carriera si interrompe a 34 anni; Florenzi ha 6 anni meno di Modric, 2 meno di Mkhitaryan, 5 meno di Dzeko. Si interrompe quindi in un momento inusuale: senza tradizionale svernatura monetaria in Arabia o in Turchia, senza nemmeno una romantica discesa tra le categorie. Stando alle fonti aveva ricevuto alcune offerte dall’estero, e non ne ha accettata nessuna. Forse ha faticato a immaginarsi in squadre come il Siviglia o il Valencia, dove pure aveva già giocato e dove pare si fosse trovato benissimo. Forse, l’infortunio al ginocchio destro, sofferto nella tournée americana della scorsa estate, era di quelli irreversibili, da cui non si torna più. Forse, semplicemente, Florenzi non aveva più le energie per continuare a pensarsi come un calciatore.

Il video che ha pubblicato sui social è un po’ retorico ma in linea col personaggio. Florenzi con la stessa faccia da ragazzino birbante, la barba puberale sparsa sulla faccia, le rughe che si piegano attorno al suo sorriso. Va su un campo di terra in mezzo ai palazzi a giocare con dei bambini, parla al calcio come fosse una persona, sullo stile di Kobe Bryant ma senza quell’intensità. È pur sempre Florenzi. Però si capisce che è una persona buona, una persona per bene, anche se in modo semplice. Non uno con grandi ideali o con un pensiero elaborato su se stesso e su quello che fa, ma una persona comune. Uno che quando è andato ad abbracciare sua nonna lo ha fatto perché è un puro, anche se dietro gli hanno detto che in realtà è un paraculo.

Una cosa colpisce, tra quelle che dice: «Giocate sempre per lo stemma che portate davanti, non per il nome che portate dietro».

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Ho fatto l’errore di aprire i commenti al post con cui la Roma ringrazia Alessandro Florenzi. Sotto si scrivono cattiverie pure: “Chi se lo incula”, “mai stato il mio capitano”, “Mister 30 denari”, “l’inizio della fine dei capitani romani e romanisti”. Viene postato un video in cui Kolarov lo richiama e si commenta: “Meno romanista di Kolarov”.

Florenzi è stato capitano della Roma e ha messo insieme 279 presenze. È il venticinquesimo essere umano che ha vestito più volte quella maglia in tutta la sua storia.

Giocando queste quasi trecento partite Florenzi si è rotto due volte il legamento crociato del ginocchio. È sfortuna, certo, ma è difficile pensare che non sia in qualche modo collegata alla generosità con cui Florenzi giocava, divorandosi la fascia su e giù un numero infinito di volte. Forse qualcuno ricorderà lo strampalato elogio di Spalletti, secondo cui Florenzi «ha donato un pezzetto di se stesso a tutti noi».

A inizio carriera si diceva persino che il problema di Florenzi fosse l’eccessiva generosità.

E allora da dove viene il livore che gli riservano i tifosi della Roma?

Bisogna mettersi a raccogliere dicerie a strascico. Si dice che Florenzi fosse una “talpa”, e che quindi rivelasse notizie interne allo spogliatoio alla stampa. È una voce vaga e impossibile da confermare. Si dice che i tifosi non abbiano gradito il fatto che non si sia presentato sotto la curva dopo una sconfitta contro la Sampdoria (rischiava la squalifica). Qualcuno sostiene che si fosse addirittura montato la testa proprio dopo quel gol al Barcellona, che si credesse troppo.

A Roma ci sono diversi detti che cercano di rimettere a posto, con un certo cinismo, l’uomo che si crede troppo; quello che trovo più violento recita: “A volte pure ‘e purci c’hanno la tosse”, e cioè che anche chi non conta nulla ogni tanto alza la voce ed è piuttosto ridicolo, veder protestare uno che non conta nulla. Insomma: stai al tuo posto. Invece Florenzi a quanto pare s’è fatto pretenzioso, dopo quel gol, è andato da Monchi - direttore sportivo della Roma - ad avanzare pretese. Nel 2018 il suo rinnovo di contratto diventa oggetto di dibattito pubblico e la versione pubblica è che Florenzi faccia “il prezioso”. C’è distanza tra le parti. Una distanza “siderale” secondo qualcuno; Monchi ammette le difficoltà, non esclude l’addio. Sulle cifre precise si sa poco, ma si può immaginare che Florenzi chiedesse uno stipendio vicino ai 4 milioni - che a quanto pare gli veniva offerta in quel momento da squadre come la Juventus e l’Inter. In quei mesi compare in Curva Sud uno striscione con scritto “30 denari”. A Roma è sempre tutto teatrale e si fa presto a citare Gesù Cristo. Alla fine Florenzi rinnova per circa 3 milioni, quindi forse guadagnando meno di quanto avrebbe potuto, ma una parte della tifoseria continua a sopportarlo poco, a far circolare voci strane e antipatiche nei suoi confronti. Al rinnovo Monchi era stato trionfale: «Oggi rinnova un figlio di Roma»; lui aveva commentato: «So di non piacere a molti tifosi ma non si può piacere a tutti».

Dopo un derby perso 3-0 dalla Roma, Florenzi avrebbe sorriso insieme all’avversario Lucas Leiva. Invece di essere cupo e torvo dopo l’umiliazione, si era permesso di scherzare. Bisogna segnare anche questo momento tra i “peccati imperdonabili” di Alessandro Florenzi. È un episodio specifico che fa parte di un atteggiamento buono, simpatico di Florenzi, che i tifosi della Roma hanno odiato con tutto il cuore. Florenzi che ride e scherza con gli avversari, gli dà il cinque dopo un fallo, non litiga mai: ma come si permette? Il capitano della Roma deve essere ruvido, litigioso, non deve piacere agli avversari. La Roma va difesa ripetono sempre i tifosi più intransigenti, e Florenzi invece non la difendeva, si faceva fregare, fraternizzava col nemico.

È possibile che tutto questo livore venga esattamente dal fatto che Florenzi è una persona semplice, una persona buona? È difficile accettare che nel calcio esistano persone convenzionali e per bene. Persone che fanno figli giovani, sono simpatiche, sempre di buon umore, vanno a letto presto, in campo danno tutto ma non sono particolarmente dotate; non hanno voglia di litigare, ci tengono alla sportività. Tutto questo senza un grande piano simbolico sopra: senza alcun carisma, senza nemmeno l'epica della vita da mediano. Se sei sportivo, poi, nel calcio, rischi di passare per inautentico - se non fai in tempo a guadagnarti lo status di leggenda.

Florenzi era davvero un ragazzo comune, per questo è stato scelto ambasciatore Telethon e per questo i The Pills ci hanno girato un video promozionale insieme a PlayStation. Uno spot molto ben scritto in cui Florenzi offre forse una delle migliori interpretazioni di un calciatore davanti a una telecamera.

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Florenzi ha avuto un inizio da sogno con la Roma. A San Siro, contro l’Inter, si è inserito in area e ha segnato di testa su assist di Totti. Era la Roma di Zeman II e Florenzi giocava mezzala. Chi seguiva la Roma non era davvero sorpreso da quel momento: era esattamente ciò che ci si aspettava da Florenzi da anni.

Florenzi ha più o meno la mia età e a Roma i gradi di separazione tra te e un calciatore del settore giovanile giallorosso non sono mai troppi. Si fa presto a raccogliere aneddoti. Ho parlato con almeno un paio di persone che ci avevano giocato insieme a calcetto, perché Florenzi giocava sempre a calcetto, e lo descrivevano semplicemente come il più forte di tutti. Uno che partiva dalla sua porta, infilava 4 dribbling di fila e segnava nei più svariati modi.

In Primavera giocava da centrocampista incursore, con la fascia da capitano, tirava i rigori, segnava una caterva di gol. Al Crotone, in prestito, ha segnato 11 gol in un anno giocando a centrocampo. In Serie B era del tutto fuori scala. Con la faccia piccola, le lentiggini, il corpo che faticava a stare dentro la maglia, sembrava pure più piccolo della sua età; uno di quei giocatori immaginari cantati da De Gregori.

Florenzi era quindi una mezzala; un centrocampista con ottimi tempi di inserimento e una capacità non banale di finalizzare il gioco. Solo che si diceva fosse troppo piccolo per giocare a centrocampo, in un calcio sempre più di duelli; quindi è stato dirottato sulla fascia, dove poteva ammazzarsi di corse ed essere al riparo dai duelli più fisici. Rudi Garcia lo impiega da attaccante ombra, sull’esterno, pronto a sfruttare i lanci col terzo occhio di Totti e le attenzioni richiamate da Gervinho sull’altro lato. Il suo punto più alto è il gol contro l’Inter a San Siro dopo una giocata paradimensionale di Totti. Col tempo il suo raggio d’azione arretra, Florenzi diventa un terzino, ma è uno strano terzino. Disciplinato, generoso, incredibilmente atletico, ma ovviamente predisposto a cali di concentrazione; un po’ confusionario nella gestione del possesso, non sempre preciso nei cross. Ha dovuto imparare un altro mestiere, lo ha fatto discretamente grazie soprattutto alla sua mentalità e a una condizione atletica diversa dagli altri.

Un terzino con qualche lampo di follia ogni tanto, una scintilla, come nella rovesciata al Cagliari o il gol al Barcellona o un altro gesto tecnico che sta circolando molto in queste ore, fatto con la Nazionale e quindi ricordato con serenità: il salvataggio sulla riga contro la Germania col tacco.

Dopo la doppia rottura del legamento crociato Florenzi non è stato più lo stesso lo stesso giocatore. Perso quell’atletismo è diventato meno affidabile e gli allenatori della Roma hanno cominciato a metterne in discussione l’importanza. Fonseca è il primo a metterlo in panchina, e a quanto pare lui non sembra molto felice di giocarsi il posto. Comincia a girare in prestito. Quando torna si dice che a Mourinho piaccia ma che lui voglia andare al Milan. Il tecnico dice di averci parlato una sola volta, e che era chiaro dal colloquio che volesse andarsene al Milan. È la morte definitiva di Florenzi agli occhi dei tifosi della Roma. Una volta rossonero Florenzi parla da amante ferito, e peggiora la sua percezione. Dice che il suo addio dalla Roma non è stato una scelta tecnica. Racconta che la società lo ha scaricato come ha fatto prima con Totti e poi con De Rossi, che i Friedkin gli hanno detto che «Roma non ha bisogno di eroi». «Lì avevo capito che era arrivato il mio turno».

L’impressione è che Florenzi non abbia accettato di essere messo in discussione non solo più dai tifosi, ma anche dal club. Era un calciatore dalle possibilità ridotte, dopo l’infortunio, ma per accettarsi Florenzi aveva forse bisogno di andare fuori da Roma. Una volta che la rottura si è consumata, lui è andato avanti per la sua strada un po’ offeso, portandosi dentro questo piccolo dolore come schegge di legno sotto alle unghie. Nelle altre squadre si è messo in disparte più volentieri, non si vedeva più come il simbolo che non è mai stato. I tifosi della Roma non gli perdonano il video girato, alticcio, durante la festa Scudetto, in cui Florenzi chiede di essere riscattato.

*

Mentre scrivo la Roma ha appena fatto fuori un altro capitano romano e romanista, Lorenzo Pellegrini. Viene facile associare le due situazioni ma sarebbe pigro. Pellegrini è un giocatore completamente diverso, più discontinuo ma anche più geniale. È stato spesso contestato, soprattutto quando ha cominciato a circolare la voce che fosse l’artefice dell’esonero di Mourinho. Un aneddoto biforcuto classico da Ambiente Romano. Venne esposto lo striscione “Anello debole” (per la storia, di fonte dubbia, secondo cui Mourinho, dopo l'esonero, restituì un anello celebrativo che gli aveva regalato la squadra, facendolo trovare proprio nell'armadietto di Pellegrini).

C’è da dire però che il tifo organizzato della Roma, e in generale il cuore più profondo del tifo, non ha mai davvero abbandonato Pellegrini. La Curva Sud ha esposto vari striscioni di conforto: “Chi tocca il nostro capitano ha contro tutti i romanisti” o “Nel bene o nel male il capitano resta tale”. Forse anche per il suo profilo basso, Pellegrini non è stato trattato con la violenza inequivocabile con cui è stato scaricato Florenzi, almeno dai tifosi. Pellegrini è stato messo sul mercato pubblicamente dall’allenatore e dalla società.

Pellegrini ha avuto il conforto del tempo mentre Florenzi è arrivato forse troppo presto. Ha giocato insieme a Totti e a De Rossi, ha esultato con loro dopo i gol, li ha indicati come esempi. È stato il loro diretto discendente, eppure così diverso da loro. È una tesi diffusa tra molti romanisti che provano a difendere Florenzi, e mi sembra difficile da contestare: più che per tutti i piccoli episodi citati sopra, i romanisti non hanno mai perdonato a Florenzi di non essere né Totti né De Rossi. Il suo non esserlo lo ha trasformato in un potente simbolo negativo: la rappresentazione della decadenza della stirpe dei capitani romanisti - quindi il simbolo della decadenza della Roma stessa. Florenzi non aveva la classe universale di Totti, di cui andare fieri per il mondo; non aveva il carisma di Daniele De Rossi, il primo dei tifosi, il centrocampista strappacuore. Non era bello come loro, non era forte come loro, non era carismatico come loro. E i romanisti, che per vent’anni hanno potuto specchiarsi in Totti e De Rossi, ricevendo l’illusione di essere grandi, ora dovevano invece trovare il proprio riflesso in Florenzi, una persona normale, un terzino, un modello di maschio poco alpha. Uno con le gambe a parentesi che manco era nato a Roma ma a Vitinia (una frazione che a livello tecnico è sempre comune di Roma, ma che essendo fuori dal Grande Raccordo Anulare non viene percepita come tale dai romani).

Florenzi era un giocatore eccezionale, a modo suo, ma i due infortuni e la generale usura atletica lo hanno normalizzato. Per molti tifosi della Roma è stato inaccettabile.

I tifosi ripetono spesso che non vogliono per forza giocatori forti ma maglie sudate, umiltà, lavoro. È quasi sempre vero, ma a Florenzi non era concesso. Non poteva essere solo quello. I tifosi della Roma erano abituati a specchiarsi in qualcuno che era molto meglio di loro e non in uno come loro. Era inaccettabile un ragazzo normale, una persona semplice, senza l’intensità emotiva di De Rossi e la postura monarchica di Totti. Una persona reale, che esiste veramente, che ha un linguaggio e un'ironia comune e riconoscibile. Forse i tifosi trovano poco appagante proiettarsi su una persona così reale: il calcio è pur sempre illusione.

La Roma è un esempio istruttivo per capire la relazione simbolica tra i tifosi e i propri idoli, ma quello di Florenzi per molti aspetti non è un esempio che riguarda solamente Roma.

Alessandro, giovane tifoso giallorosso, mi ha detto di essere nato troppo presto per aver vissuto pienamente Totti e De Rossi e che Florenzi è il suo capitano mancato. Quello che avrebbe voluto e che gli hanno tolto. È il suo punto di vista e vale quel che vale, ma mi sembra interessante per la questione generazionale, che ha riguardato sia Florenzi che i suoi tifosi.

C’è un’immagine a cui ogni tanto ripenso. La Roma vince un torneo estivo battendo il Real Madrid in amichevole e il trofeo consiste in un bonsai - che tecnicamente non è nemmeno un albero ma un albero in miniatura. Il club non vinceva trofei da anni e sui social gli stessi tifosi giallorossi ironizzano sul bonsai. C’è un’immagine in cui Florenzi, in procinto di alzare la pianta, ride con i suoi compagni che si portano la mano alla bocca. Sembra genuinamente divertito come lo era la maggior parte dei tifosi a casa; eppure di sicuro qualcuno non gli perdonava quel tipo di ironia, quella leggerezza che sdrammatizzava qualcosa che doveva rimanere del tutto serio. Florenzi sembrava parte di un mondo Roma auto-ironico e in memificazione, che sarebbe stato spazzato via dall'epica mourinhana.

(Questa storia ha un epilogo grottesco. Il bonsai verrà danneggiato a calci dal padre di Scamacca durante la sua celebre irruzione a Trigoria qualche anno dopo).

*

C’è un lato completamente opposto da cui guardare Florenzi, e cioè il punto di vista dei tifosi del Milan. Ho parlato con qualcuno di loro per farmi un’idea e il sentimento va dalla tiepida simpatia al sincero affetto. Si riconosce il suo contributo immateriale allo Scudetto del Milan di Pioli, la sua influenza nello spogliatoio. Ci si ricordano dei momenti specifici in cui Florenzi è stato importante. Per esempio quando ha segnato il gol nella complicata trasferta di Verona, nell’anno dello Scudetto.

Un soldato semplice che fa il suo lavoro e anche qualcosa in più. Nello spogliatoio c’erano troppi Alessandro e allora lo chiamavano, affettuosamente, “Spizzingrillo” (“Spizzi”). Quando è rientrato a marzo dal suo lungo infortunio Rafael Leão lo ha celebrato su Instagram; quando gli chiedono in cosa consista, precisamente, questo suo ruolo nello spogliatoio lui dice che si tratta di parlare: «Ho portato la chiacchiera, mi dicono che parlo troppo… Ma io sono fatto così». Nessuno dei tifosi del Milan lo considera “una pippa”, uno negato, anzi, se ne riconosce una certa intelligenza e una confidenza col pallone non banale. La normalità di Florenzi per i tifosi del Milan non è stata un problema ma una qualità da riconoscere e apprezzare.

Al Milan non ci si aspettava già più nulla da Florenzi, aveva già concluso il suo ciclo di consunzione calcistica e simbolica, e quindi gli era concesso il lusso di stupire. Lui sembrava finalmente sereno, anche se tra i tifosi del Milan qualcuno se ne era accorto, che forse era strano per lui diventare un simbolo - pur piccolo - di una squadra italiana diversa dalla Roma. Forse Florenzi viveva questa leggera dissonanza interiore, anche se sembrava genuinamente felice. Accanto ai commenti acidi, nel post di ringraziamento della Roma, più di qualcuno ricorda Florenzi con affetto. Magari la distanza del tempo ha addolcito il ricordo, e continuerà a farlo.

Forse sarà possibile, un giorno, per Florenzi, riconciliarsi con la Roma.

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