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Dario Saltari

Cosa vi siete persi dalla sosta per le Nazionali

10 cose che forse non sapevate dalle qualificazioni ai Mondiali.

Vi siete divertiti con i tiri a giro di Benzema e i dribbling nello stretto di Verratti? Guardando il gioco di posizione di Luis Enrique vi siete finalmente ricreduti sul calcio per Nazionali? Bè, la sbornia della Nations League è finita e la sosta per le Nazionali torna ad essere ciò per cui è stata sempre pensata: una lunga e sfiancante maratona di partite tra squadre e giocatori di cui conosciamo appena l’esistenza, che coinvolge letteralmente tutto il mondo (tranne l’Oceania: ci arriviamo) e che ci terrà per mano fino ai prossimi Mondiali invernali in Qatar. Più o meno un’enorme Conference League, insomma: che c’è di meglio?

 

Il ritorno dei campionati per club ormai è vicino e la prossima sosta per le Nazionali sarà tra circa un mese: tempo di guardarsi un attimo indietro e fare il punto su quello che sta succedendo. Eccovi 10 cose più o meno interessanti dalle qualificazioni ai Mondiali che forse vi siete persi e, chissà, magari vi faranno anche rivalutare queste due settimane maledette in cui guardiamo con nostalgia l’app del Fantacalcio.

 

L’Oceania, quindi

Mentre in Europa si continua a ripetere il mantra del “ritorno alla normalità” la pandemia a livello globale è tutto fuorché finita. Lo sanno bene in Oceania – forse la regione del mondo che più ha preso sul serio la lotta contro la Covid-19. Australia e Nuova Zelanda hanno applicato severissime politiche di eradicazione totale del virus e, chissà, forse è stato proprio il loro esempio a guidare anche la Confederazione di calcio dell’Oceania (di cui però non fa parte l’Australia, dal 2005 all’interno della confederazione asiatica), che ha deciso di sospendere le qualificazioni ai Mondiali ancora prima che iniziassero “in risposta alle sfide logistiche presentate dalla pandemia”. Non è ancora chiaro come farà l’Oceania, che porta una squadra ai playoff interconfederali (e quindi, potenzialmente, una squadra alla fase finale in Qatar), dove per assegnare gli ultimi due posti disponibili alla fase finale del Mondiale si sfiderebbe con una squadra asiatica, una sudamericana e una da Nord America e Caraibi. L’ultima ipotesi è che si giochino tutte in un torneo singolo a marzo, proprio in Qatar. Vedremo: sarebbe una prima finestra sull’assurdità dei prossimi Mondiali guardare Nazionali come le Isole Solomone, Tahiti e Tonga sfidarsi a Doha in questa specie di Trofeo della Barriera Corallina.

La Danimarca è in stato di grazia

Vi ricordate quando la Danimarca era rinata dalle ceneri dello shock dell’attacco cardiaco sofferto da Eriksen per trasformarsi nella squadra rivelazione degli Europei? Era appena tre mesi fa, perché non dovreste ricordarvelo. Quello che forse non sapete, invece, è che il momento d’oro della Danimarca, che era già iniziato prima dell’estate per la verità, è continuato anche dopo Euro2020 e non si è ancora fermato. Dopo la fine degli Europei, la Danimarca ha vinto tutte le partite di qualificazione ai Mondiali a cui ha partecipato (contro Scozia, Isole Faroe, Israele, Moldavia e martedì l’Austria) senza mai subire gol ed è prima nel gruppo F delle qualificazioni UEFA a punteggio pieno. Un’espressione che in realtà non esprime a pieno il momento di grazia assoluta che sta vivendo, dato che ha vinto tutte e otto le partite giocate segnando 27 gol e subendone ZERO.

 

Martedì è arrivata la ciliegina sulla torta: la vittoria per 1-0 sull’Austria che le ha permesso di qualificarsi ai Mondiali con mesi d’anticipo (solo la Germania ci è riuscita prima). Autore del gol qualificazione Joakim Maehle, che nel suo processo di trasformazione in Dejan Savicevic martedì ha spiazzato il portiere avversario incrociando il tiro sul primo palo con una freddezza da predatore dell’area di rigore. Il terzino (trequartista?) dell’Atalanta è capocannoniere della Danimarca con 4 gol segnati, insieme a Skov Olsen. Già.

Occhio all’Arabia Saudita

Del tentativo dell’Arabia Saudita di utilizzare il calcio come arma diplomatica se ne sta parlando molto in questi giorni, in relazione all’acquisto da parte del fondo sovrano di Riyad del Newcastle – un’operazione che ha sollevato una quantità quasi eguale di indignazione (soprattutto di giornalisti e commentatori, per la sua storia di violazioni e di violenze nei confronti dei diritti delle minoranze) ed esaltazione (di gran parte dei tifosi del Newcastle, per la quantità inimmaginabile di soldi che probabilmente accompagnerà questa acquisizione). Meno, invece, si sta parlando della strada che l’Arabia Saudita sta percorrendo con la Nazionale, nonostante riveli ancora di più le ambizioni della monarchia del Golfo Persico. “I figli del deserto” o “i falchi verdi” (scegliete pure il vostro soprannome di Wikipedia preferito) da due anni sono sotto la guida del leggendario allenatore francese Hervé Renard che, dopo aver vinto due Coppe d’Africa con due Nazionali diverse e aver riportato il Marocco ai Mondiali dopo 20 anni d’assenza, ha alzato l’asticella della difficoltà e adesso ha lo scopo di portare l’Arabia Saudita ai Mondiali in Qatar (e possibilmente di farle fare una figura migliore delle precedenti). Il percorso delle qualificazioni lascia ben sperare. Dopo aver stravinto il proprio girone nel secondo turno (sei vittorie e due pareggi su otto partite giocate, con 22 gol fatti e 4 subiti), l’Arabia Saudita è prima anche nel complicatissimo gruppo B del terzo turno, a tre punti dall’Australia e a ben sei punti dal terzo posto occupato dal Giappone e dall’Oman. Martedì è arrivata l’ultima vittoria, contro la Cina, in una sfida tra presente e passato dello sportwashing dei regimi autoritari. La partita, finita 3-2, è stata aperta da questo missile terra aria di Sami Al-Najei.

 

 

 

Oltre ai risultati in sé, stupisce anche il modo in cui l’Arabia Saudita li sta ottenendo. La Nazionale di Renard, infatti, non ha al suo interno nemmeno un naturalizzato (come fa invece spesso il Qatar, tanto per fare un esempio vicino) e tutti i giocatori provengono dal campionato saudita. Tra questi anche Fahad Al-Muwallad – 11 gol in 42 partite ufficiali con la Nazionale ad appena 27 anni – uno dei giocatori più interessanti in assoluto di una squadra che si basa in primo luogo su un’ottima organizzazione difensiva. Al-Muwallad venne addirittura cercato dal Barcellona nei suoi primissimi anni di carriera, scegliendo al suo posto le giovanili dell’Al-Ittihad, dove ha perfezionato il suo gioco di dribbling in progressione da biglia impazzita. Negli anni la sua evoluzione è stata meno esplosiva di quello che ci si attendeva all’inizio, ma un suo approdo in Qatar sarebbe una vittoria clamorosa per l’Arabia Saudita, che proprio poche settimane fa ha presentato un nuovo piano di sviluppo del movimento calcistico nazionale che ha come fine ultimo quello di portarla tra i primi 20 posti del ranking FIFA entro il 2034. Difficile capire oggi se è davvero un obiettivo realizzabile. Di certo, visti i rapporti tesissimi con il Qatar, già un exploit ai Mondiali dell’anno prossimo sarebbe una grande notizia per Riyad. E un’eventualità molto meno improbabile di quanto non sembrasse solo pochi anni fa.

L’incredibile striscia di imbattibilità dell’Algeria

Chiusa mestamente la striscia di imbattibilità dell’Italia, è tempo per una nuova pretendente alla cintura per il titolo che sto inventando in questo momento di undefeated. Una delle pretendenti più valide, che ci crediate o meno, è l’Algeria, che non perde da 18 partite consecutive. Andando ancora più indietro con lo sguardo, ci si rende conto che la Nazionale di Belmadi ha perso appena una partita delle ultime 31. In questa ultima sosta, per qualche ragione, l’Algeria ha incontrato due volte consecutive il Niger, battendolo entrambe le volte e segnandogli 10 gol, di cui tre di Mahrez e due di Slimani. Come avrete capito, non c’è stato grande ricambio nella Nazionale nord-africana, che continua a poggiarsi sicura sui suoi pilastri storici. In ogni caso, non è ancora fatta per la qualificazione al turno successivo delle qualificazioni, visto lo stato di forma eccezionale del Burkina Faso con cui condivide il primo posto del gruppo A. Mantenere la cintura di undefetead, quindi, non sarà solo una sfida statistica, ma sarà necessario per proseguire sulla via delle qualificazioni a Qatar 2022. L’ultima partita del girone, che si giocherà a metà novembre, sarà infatti proprio Algeria-Burkina Faso.

Isak è uno spettacolo a parte

Isak sembra utilizzare la Svezia come la cabina telefonica in cui Clark Kent si trasforma in Superman. Dopo aver passato una prima parte di campionato all’asciutto con la Real Sociedad (se si esclude un misero gol in Europa League), nelle ultime quattro partite giocate con la maglia gialla della Nazionale scandinava ha segnato tre gol, di cui uno alla Spagna. Nelle ultime due partite, contro Kosovo e Grecia, è stato uno spettacolo a parte. Isak prima ha pensato di segnare con un tiro a giro teso come la corda di un violino dopo un tunnel d’esterno.

 

 

Poi, nella partita successiva, su un rilancio di Olsen ha sfruttato un’incertezza della difesa greca per superare il portiere con la punta, fintare il tiro per mettere a terra un difensore sulla linea di porta, e infine umiliarlo con un piccolo pallonetto di sinistro. Che dire, Isak: avevi già la nostra curiosità, adesso hai tutta la nostra attenzione.

Altre cose molto belle viste in questi giorni

 

Qualcuno ha un termine romantico in spagnolo per descrivere questa cosa di Luis Diaz?

 

 

Quando tira Mahrez la porta sembra più grande.

 

 

 

Esiste un modo più assurdo di questo per buttare via un primo controllo e un assist d’esterno fatti d’oro massiccio come questi di De Paul? Questa azione va dritta nel subreddit Yes Yes Yes Yes No.

 

 

Burak Yilmaz continua a tenere in vita le squadre in cui gioca con la pura forza di volontà. Contro la Lettonia, con la Turchia in una situazione di classifica disperata, l’attaccante del Lille ha segnato il gol su rigore più tardivo nella storia delle qualificazioni ai Mondiali permettendo alla Nazionale di Stefan Kuntz di agguantare tre punti fondamentali.

La clamorosa sconfitta degli Stati Uniti a Panama

Per gli Stati Uniti stava andando tutto bene. Una striscia di risultati utili che durava da 13 partite. La testa del girone di qualificazione a pari merito con il Messico. Una nuova generazione di talenti che sembra rinnovare la propria linfa ad ogni partita che passa. A Sergiño Dest, Timothy Weah e Gianluca Busio, nelle ultime partite si è aggiunto infatti anche Ricardo Pepi, attaccante diciottenne di El Paso che viene da una stagione da 13 gol in 27 partite con Dallas e che ha deciso di rappresentare gli Stati Uniti nonostante sia figlio di messicani e sia nato a un passo dal confine. Nelle sue prime due partite con la Nazionale maggiore, contro Honduras e Giamaica, aveva segnato tre gol. Poi, però, è arrivata Panama.

 

Potevano aspettarsi una sconfitta gli Stati Uniti da una Nazionale che può vantare nomi meravigliosi come Anibal Godoy, Rolando Blackburn e Armando Cooper? Forse no, dato che negli otto precedenti nelle qualificazioni ai Mondiali gli Stati Uniti avevano vinto sei volte e pareggiato due. Eppure al 54esimo, contro ogni pronostico, proprio Anibal Casis Godoy Lemus su un calcio d’angolo ha saltato alle spalle di Zardes e ha girato di testa il pallone in rete. Un gol che è valsa non solo una vittoria storica per “Los Canaleros” ma anche il secondo posto temporaneo nel girone, a pari merito proprio con gli Stati Uniti. Panama infatti aveva già battuto la Giamaica e aveva fermato sul pareggio il Messico, dimostrando che il suo exploit non fosse così casuale. Purtroppo per gli uomini di Thomas Christiansen, le cose però si sono complicate già al turno successivo: Panama ha perso malamente con il Canada (4-1), mentre gli Stati Uniti si sono subito (anche se faticosamente) ripresi col Costarica (2-1). Ma, insomma, la classifica è ancora corta e il calendario è ancora lungo: chissà che alla fine non ricorderemo la storica vittoria di Panama come l’incipit di qualcosa di più grande.

Lo strano caso di Marcelo Moreno

Marcelo Martins Moreno ha 34 anni, i capelli corvini liscissimi e lo sguardo affettatamente intenso da soap opera anni ’80. Sul campo i suoi passi sono pesanti come quelli di un soldato medievale, come se ognuno portasse con sé uno dei capitoli della sua carriera. Partito dall’Oriente Petrolero, una delle due squadre principali di Santa Cruz de la Sierra, nella Bolivia orientale, Marcelo Moreno è passato per Brasile (Vitoria, in Serie C, e Cruzeiro), Ucraina (Shakhtar Donetsk), Germania (Werder Brema), Inghilterra (Wigan) e Cina (dove ha giocato anche per il Wuhan Zall, in Serie B), prima di chiudere il cerchio, di nuovo in Brasile (e di nuovo al Cruzeiro). Nonostante non ci abbia praticamente mai giocato, in Bolivia è venerato come un re. In anni e anni di qualificazioni deprimenti e Copa America senza speranza, Marcelo Moreno non è riuscito a risollevare le sorti della sua squadra ma in qualche modo è riuscito comunque ad accumulare presenze e gol come se la Nazionale boliviana fosse diventato il suo videogioco personale. In queste qualificazioni CONMEBOL ai Mondiali del prossimo anno, nonostante la Bolivia sia penultima ad appena due punti dal fondo della classifica, in testa alla classifica marcatori c’è lui. Non Messi, non Neymar (entrambi a 6 gol segnati), ma Marcelo Martins Moreno, che ha segnato 8 dei 13 gol totali de “La Verde”. Otto gol che gli hanno permesso di superare il precedente capocannoniere all-time della storia della Nazionale boliviana (“El Artista” Joaquin Botero) e che lo piazzano al terzo posto tra i capocannonieri sudamericani nella storia delle qualificazioni mondiali, dietro Messi (27 gol) e Luis Suarez (25). Marcelo Martins, come viene chiamato in Bolivia, per adesso ne ha segnati 20, uno in più di Zlatan Ibrahimovic ed Hernan Crespo.

Un video dei gol di Moreno con la Nazionale, quando in totale erano ancora 24 (oggi sono 27).

 

Dopo una striscia di 9 partite senza vittorie e con la qualificazione ai Mondiali ormai sfumata, per i tifosi boliviani non è rimasto che vedere se Moreno riuscirà a rendere i suoi record ancora più assurdi. Dopo l’ultima sorprendente vittoria contro il Perù, stanotte si torna a La Paz. A 3637 metri sul livello del mare il Paraguay si ritroverà ad affrontare la privazione d’ossigeno e la mistica del gol dell’ariete boliviano. Come ha detto lo stesso Moreno qualche giorno fa: «L’altezza non giocherà da sola».

La Spagna se la rischia

Abbiamo ancora tutti negli occhi il calcio avveniristico di Luis Enrique, l’intensità con cui prima è passato sopra all’Italia e poi ha fatto vacillare le certezze della Francia. Purtroppo per la Spagna, però, non è tutto Nations League quel che luccica. Nel girone B delle qualificazioni europee ai Mondiali, infatti, è seconda dietro la Svezia, in un posto che al momento la costringerebbe a un secondo turno. La Nazionale scandinava in questa pausa ha battuto nettamente prima il Kosovo e poi la Grecia e adesso può contare sull’aiuto del calendario. Alla fine del girone, infatti, mancano appena due turni, in cui la Spagna dovrà affrontare prima la Grecia e poi proprio la Svezia, seppur in casa. Forse siamo noi in Italia ad avere i flashback su un trauma che abbiamo superato solo di recente, ma non vi ricorda qualcosa? Quando parliamo di incubi, purtroppo lo sappiamo, c’è sempre di mezzo la Svezia. E chissà questa volta non tocchi a qualcuno che adesso sembra avere il futuro dalla propria parte.

King Memphis

C’è stato un momento di questa sosta per le Nazionali, per Memphis Depay, in cui la palla proprio non voleva saperne di entrare in porta. Prima, contro la Lettonia, in uno stadio circondato da un bosco e con solo gli alberi a guardare, ha provato senza successo a tirare da ogni posizione, vedendo i propri tiri respinti dal portiere o dai cartelloni pubblicitari dietro di lui, e riuscendo “solo” a servire a Klaassen l’assist del decisivo 0-1. Poi, a Rotterdam contro Gibilterra, al 19esimo del primo tempo ha avuto la più semplici delle opportunità per segnare, su calcio di rigore, ma sulla sua strada ha trovato le mani di un portiere semi-professionista – Bradley Banda, che, oltre a giocare per la Nazionale di Gibilterra e per l’Europa FC, nel tempo che gli rimane fa l’assistente di sostegno a scuola. A quel punto, però, si è chiuso un piccolo cerchio. Prima Klaassen gli ha restituito l’assist della partita prima, mettendolo da solo davanti la porta vuota dopo un bel taglio in verticale servito da Lang. Poi, alla fine del primo tempo, è tornato sul dischetto del rigore e a quel punto ha trafitto il povero Banda tirando forte al centro della porta. Dopo aver segnato, Memphis è corso a raccogliere il pallone dalla rete come si fa quando si sta perdendo per accelerare la ripresa del gioco, ma invece di affrettarsi verso il centro del campo l’ha tenuto sotto braccio, come se volesse tenerlo per lui ancora per un po’. In una partita senza storia, quel pallone ha un peso diverso perché gli ha permesso di raggiungere Johan Cruyff nella classifica all-time dei marcatori della Nazionale olandese.

 

Certo, si può dire che oggi si giocano più partite, che i confronti sono inutili, soprattutto con i mostri sacri. Tutto sicuramente vero. Ma anche ritornando sulla terra non si può fare a meno di notare che Depay, con 9 gol e 8 assist, è in testa sia alla classifica marcatori che a quella degli assistman delle qualificazioni europee ai Mondiali. E che, nonostante una situazione disastrosa a Barcellona, in tutto il 2021 solo Lewandowski e Messi hanno contribuito a più gol di lui. Forse anche noi dovremmo prendere più sul serio quel pallone che tiene sotto al braccio.

 

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Dario Saltari nasce a Frascati nel 1989. Laureato in Relazioni Internazionali, scrive storie di finzione su eventi realmente accaduti per passione e storie vere su eventi di finzione per lavoro.