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Il mito dei bomber di quartiere

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Parole di Emanuele Atturo
Illustrazioni di Andrea Chronopoulos

Realizzato con il supporto di
Now TV

Genesi

Comparivano in Serie A dal niente già vecchi. Attaccanti di piccole squadre con l’aria di cacciatori di taglie. Si portavano dietro un soprannome immaginifico, aneddoti poco credibili e la capacità misteriosa di segnare contro difese di qualsiasi livello. Specializzati in poche specifiche situazioni di gioco, assoldati da squadre alla disperata ricerca di quel pugno di gol che facesse la differenza tra salvezza e retrocessione. Conoscevano la linea del fuorigioco come una regola del cosmo, i segreti del tiro sporco, dell’“incornata”, del “gol di rapina”. Senza un talento larger than life, costruivano la loro reputazione tramite l’estremo pragmatismo del gol e il loro culto si è alimentato nel tempo, gonfiandone la leggenda, confondendo l’immaginario al piano reale.

Guardando indietro, verso quel profondo abisso di nostalgia che sono gli anni ’90, poche cose brillano nella loro inattualità come i centravanti di provincia. In quest’epoca di universalizzazione dei compiti, dove i centravanti devono possedere doti quasi sovrannaturali per non essere sostituiti da forme più raffinate di attaccante - o di distruttori della costruzione bassa degli avversari - il loro ricordo ci sembra appartenere a un’era calcistica più innocente. Per questo oggi li rievochiamo con una quantità imprecisata di pagine Facebook e video ironici. Anche se è difficile ricordare il loro reale valore e il motivo preciso per cui li amiamo ancora tanto. 

C’entra solo il meccanismo basilare della nostalgia, il rimpianto della nostra infanzia; o lo stereotipo italiano dell’arte di arrangiarsi, il nostro gusto per una particolare forma di cinismo calcistico?

Probabilmente nella figura del centravanti di provincia entrano in azione due idiosincrasie degli italiani: la passione per i centravanti “veri” e quella per le divinità minori. Idiosincrasie di un paese che ha fondato il proprio gusto calcistico sull’ideologia breriana della praticità, che alla genialità del “10” ha sempre preferito il realismo del “9”. Un’espressione di quella estetica della praticità tipicamente italiana, un apparato ideologico dal quale rivestire di mitologia alcuni ruoli in particolare: il difensore centrale che “spazza in tribuna”; il terzino operaio che “ara la fascia”; il gregario che “fa la legna”; il bomber che “spacca la porta”.

A fronte di questa idea di praticità, per il numero “9” si usa spesso il concetto di “vocazione”, come se il gol fosse un dono religioso e la capacità di farne una specie di inclinazione mistica, che quindi non appartiene a tutti ma solo a pochi eletti. Centravanti, insomma, si è per elezione e bisogna possedere un talento invisibile che ha più a che fare con l’istinto che con la razionalità. La porta si “sente” o si “vede”, come se fosse un’entità parzialmente sovrannaturale. In questo senso, il centravanti di provincia incarna ancora più pienamente la nostra idea di centravanti perché a doti tecniche visibili apparentemente modeste, fanno da contraltare doti realizzative eccezionali, misteriose. Non è un caso che il centravanti è il ruolo che prevede più varianti, spesso oscure, a livello etimologico: goleador, bomber, punta, cannoniere, marcatore, fromboliere. La lingua si estende quanto l’immaginario di quella cultura, diceva Wittgenstein.

Quale provincia? Quali attaccanti?

Il termine “provincia” non si usa, qui, come indicazione geografica, piuttosto come un concetto culturale. L’enciclopedia Treccani la definisce «L’insieme dei piccoli centri, dei paesi di una provincia, in contrapp. al capoluogo (spesso con partic. allusione al loro modo di vita, caratterizzato da un maggior attaccamento alle tradizioni e alle abitudini e, in genere, dalla minor varietà di attività culturali generalm. offerte dalle grandi città): venire dalla provincia abitare in provincia ritirarsi a vivere in provincia la monotonia, la tranquillità della provincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia (Francesco Guccini); di provincia, contraddistinto da mentalità, abitudini, gusti, costumi più semplici, meno evoluti: città, gente di provincia vita di p.».

Bisogna anche specificare che si sta parlando di provincia calcistica, che quindi se Venezia non può essere considerata “provincia” nella geografia reale, lo è senz’altro in quella pallonara. Spero nessuno si offenda.

Ho scelto sette centravanti italiani, perché sono i soli in grado di permettere quel meccanismo di identificazione fondamentale: il centravanti di provincia si ama soprattutto perché potrebbe essere nostro zio, o l’amico forte mezzo matto del bar. Gli stranieri non solo sono esotici, ma hanno quasi tutti hanno una carriera in Nazionale che ne ha elevato la dimensione (Kennet Anderson, ad esempio).

Da questa mia galleria sono esclusi i centravanti appartenenti a prima o a dopo gli anni ’90, quelli che hanno avuto contratti da un milione l’anno (chiedo scusa a Cristiano Lucarelli) e quelli rimasti nelle categorie inferiori del calcio, perché il mito del centravanti di provincia si costruisce sulla sua efficacia fuori contesto, in un calcio d’alto livello: un vero bomber di provincia deve aver avuto almeno una stagione giocata in modo formidabile, in grado di generare più di un dubbio sul suo reale valore. Questo elimina dal pezzo tanti monumenti dei nostri album Panini. Roberto Murgita ha perso lo sliding doors contro Pasquale Luiso con cui è stato scambiato nel 1997: uno ha segnato 5 gol al Piacenza, l’altro è diventato capocannoniere della Coppa delle Coppe. Luca Saudati ha avuto una buona stagione all’Empoli senza mai dare l’impressione di essere forte. Paolo Poggi era un grande faticatore, ma giocava fondamentalmente in funzione di Hubner (bomber di provincia). È sono stati esclusi “Nick” Amoruso - tre stagioni alla Juventus - e Maurizio Ganz - quattro stagioni tra Milan e Inter - perché hanno prolungato la loro magia fino al punto di fare il salto di livello nel calcio “che conta”.

Sono stati esclusi giocatori dal talento cristallino che hanno passato la carriera in provincia per un problema di potenzialità inespresse: Arturo Di Napoli, che pure avrebbe un curriculum di grande provincia anni ’90 (Vicenza, Messina, Venezia, Piacenza), aveva un talento calcistico superiore alla media e sarà fuori da questa classifica. Stesso discorso per Roberto Muzzi, David Di Michele, Claudio Bellucci e Francesco Flachi, che hanno avuto una carriera inferiore alle proprie possibilità. Altri sono stati esclusi senza una ragione eclatante, ma solo perché non erano abbastanza buoni come centravanti di provincia. Sono rimasti esclusi per poco Sandro “Il Cobra” Tovalieri e Simone “Tir” Tiribocchi, a pieno titolo “centravanti di provincia”. Come piccola compensazione, ho provato a classificare tutti i centravanti di provincia dagli anni ’90 ad oggi nella mappa sui centravanti di provincia.

TIFOSO
Mappa statistiche bomber

Ho provato a classificare i centravanti di provincia utilizzando dei parametri scientifici. Questi valori non vogliono definire quanto erano forti questi calciatori, ma quanto aderiranno al mito del centravanti di provincia. Eccoli spiegati in sintesi.

  • Attitudine ai gol pazzeschi: È la capacità classica di un bomber di provincia di segnare reti inimmaginabili ed estremamente ambiziose.
  • Fiuto per il gol: Abbastanza chiaro. Dove non possono arrivare con la tecnica, il fisico e l’atletismo i centravanti arrivano con l’astuzia e la telecinesi.
  • Iconicità: A livello molto elementare: quanto un centravanti di provincia sembra un centravanti di provincia. Ma anche quanto il suo stile sia riuscito a rimanere immortale nella nostra memoria.
  • Narrativa provinciale: Le storie dei centravanti di provincia hanno una sintassi precisa, una narrazione fatta di prove eroiche realizzate dentro contesti poveri, artigiani, un po’ ridicoli. Con questo parametro misuriamo quanto fedelmente un centravanti di provincia ha rispettato questa narrazione.
  • Rapporto talento / lavoro: In buona sostanza, quanto il bomber ha dovuto lavorare sul proprio talento per ricavare una carriera decente e un buono stipendio.

Pasquale Luiso

  • Attitudine ai gol pazzeschi
  • Fiuto del gol
  • Narrativa provinciale
  • Iconicità
  • Rapporto talento/lavoro

Per i centravanti di provincia le doti invisibili sono spesso più importanti di quelle visibili. Luiso è l’archetipo del centravanti sovrano indiscusso delle doti immateriali: la fame, l’istinto, il mestiere. «La tecnica puoi sempre migliorarla, ma la grinta, quella devi averla dentro, non si compra al mercato. Tu ce l’hai, si tratta di un tesoro che devi sfruttare al massimo» gli diceva Corrado Orrico.

Luiso è entrato per la prima volta in una scuola calcio a 15 anni, nell’Afragolese, ma prima aveva giocato nei vicoli di Napoli: «Ero un giocatore grezzo, ruspante. Non c’era tempo per raffinare i fondamentali». Nel gioco del calcio di Luiso l’uso dei piedi ha un’importanza relativa, e se era efficace è perché giocava davvero come se avesse qualcosa che gli bruciasse dentro.

A inizio carriera giocava come ala destra, ruolo di cui ha conservato l’attitudine a puntare i difensori in accelerazione con la testa bassa, come un toro in un’arena. Poi quando si è trasferito al Sora l’allenatore lo ha spostato punta centrale: «Ti ho visto giocare, sei molto forte. Ma là in fascia non mi servi, la tua forza e la tua tenacia mi servono là in mezzo, davanti al portiere. Lì puoi fare molto male». Come per i migliori bomber di provincia, Luiso si è guadagnato il posto più per la sua attitudine mentale che per le sue doti tecniche. Per la sua capacità di usare i “trucchi”, di creare i contesti. È stato il mister Di Pucchio a spostarlo lì, che ricorda come suo mentore in un modo tutto suo: «Mi voleva bene, programmava le liti. Diceva: giovedì faccio incazzare Pasquale. Veniva lì, mi offendeva, me ne diceva di tutti i colori: “Fetente, tu non vali niente, non hai coraggio, non hai le palle”. Cercava la reazione e io alla domenica davo tutto».

Nel Sora, Luiso segna 22 gol in 30 partite, e Calleri, il presidente del Torino, ha l’intuizione di portarlo in Serie A. Alla presentazione lo descrive così: «È come Romario, solo che è più forte di testa». Davanti però aveva Silenzi e Rizzitelli e dopo qualche mese di panchina chiede al presidente di scendere di categoria, andando al Pescara. È solo il primo episodio in cui Luiso dà prova di una grande consapevolezza dei propri limiti.

Nella carriera di Luiso è inutile scavare alla ricerca di un talento inespresso: Luiso era tutto lì, ha ottenuto il massimo possibile, anzi molto molto di più, dal suo talento. E Luiso è anche quel tipo di persona che ha fatto di questo traguardo un vanto personale, un modo di stare al mondo. Lo si capisce quando, da nuovo allenatore della Triestina, dice: «Ho cercato una squadra in Lega Pro ma non l’ho trovata perché devi portare lo sponsor. E io non sono uno che porta lo sponsor. Io sono uno che deve allenare». Ma l’umiltà di Luiso, la sua straordinaria dedizione al lavoro, è così profonda da diventare disturbante per gli altri, come se il mondo non fosse abbastanza pronto per Pasquale Luiso: «Con Roma, Lazio, Milan e Napoli ci sono sempre stati dei contatti. È che in giro si diceva che Luiso fosse un po’ una testa calda, ed è vero».

Un altro aneddoto tipico della scalata del centravanti di provincia è quello risalente ai tempi dell’Avellino, quando il presidente promette a Pasquale Luiso una Mercedes a fronte di 15 gol. Per Luiso quel regalo diventa una trappola, o al limite una nuova possibilità per dimostrare una nobiltà di spirito ancora superiore: «Non l’ho voluta, ed è stato giusto così. Avrei meritato il regalo se i miei gol fossero serviti a salvare l’Avellino, invece la retrocessione in C1 rovinò tutto quanto. Non sarebbe stato corretto festeggiare le mie prodezze mentre la squadra era costretta a scendere di categoria».

Dopo l’Avellino, Luiso viene acquistato dal Piacenza, in Serie A, dove il suo mito si mescola a quello del Piacenza Tutto Italiano. Quando arriva gioca ancora con la medaglietta di Padre Pio sotto la maglia e una grossa cicatrice sulla guancia destra. In panchina c’è Bortolo Mutti che pare abbia detto alla squadra: «Giocate tutti per Luiso» e a lui non pare vero: «Cosa devi fare? Vai in campo e cerchi di spaccare il mondo».

A riguardare le compilation dei suoi gol viene il sospetto che Luiso sia stato il più grande colpitore di testa della storia del campionato italiano. Non esistono statistiche da consultare, ma sono quasi certo che Luiso abbia segnato più gol di testa che di piede. Riusciva quasi sempre a sovrastare il marcatore, in tempi in cui la protezione arbitrale dei difensori era più blanda, e a dare una forza al pallone che violava le leggi della fisica. A meno che Luiso non avesse dei muscoli supplementari sul collo, che gli permettevano di “frustrare” la palla con più forza.

Il colpo di testa di Pasquale Luiso era il simbolo più forte della sua voglia di distruggere la realtà, di non avere paura di niente, di essere disposto a piegare tutti i limiti pur di segnare. Forse per questo colpire di testa per lui era più naturale che colpire di piede: ci sono alcuni suoi gol in cui effettua dei movimenti innaturali, abbassandosi fino a terra, pur di prenderla con la testa: «Una volta ne ho fatto uno di testa con il pallone a cinque centimetri da terra, ho strisciato sulla ghiaietta con naso e pallone». Il suo gol più famoso è una rovesciata contro il Milan: «Dopo quella prodezza i miei compagni e Mutti dalla panchina mi urlavano “sei un pazzo! sei un pazzo!”: è stata l’apoteosi». Dargli del ‘“pazzo”, nella scala di valori di Luiso, è il migliore dei complimenti.

Avere a che fare con Pasquale Luiso doveva essere un vero incubo. Litigava con tutti, in qualunque momento, e ne faceva una condizione esistenziale, necessaria a tenerlo in vita: «Un sabato pomeriggio l’allenatore mi fece veramente andare fuori di testa, il giorno dopo segnai tre gol». Ribaltando l’assunto di Cartesio, per Luiso valeva il principio: “Litigo, quindi sono”. Ma se i rapporti con Luiso erano difficili sempre, quando non segnava diventavano davvero impossibili. Luiso ha vissuto periodi di digiuno sia a Piacenza che a Vicenza, e gli aneddoti che circolano su quei momenti sono quelli di un uomo da internare: Luiso durante gli allenamenti che resta a bordo campo a parlare da solo; Luiso che strilla in faccia alla gente; Luiso che insulta gli allenatori e poi si giustifica: «Scusi mister, mi è partita una scheggia di ignoranza».

Il rapporto tra Luiso e il gol era qualcosa di malato. Racconta che sua nonna teneva un santino della Madonna con dietro la sua foto, una cosa che persino Luiso trovava esagerata. Al che la nonna rispondeva: «Tu devi segnare sempre». E il rapporto tra Luiso e il gol si può leggere tutto nel modo in cui esultava. Le esultanze di Luiso sono una vera e propria sospensione della partita: durano diversi minuti, sembra sempre un disperato che vuole menare qualcuno.

Luiso viene spesso ricordato per la Macarena ai tempi del Piacenza Tutto Italiano, ma le sue migliori esultanze sono le più disperate. Tra le migliori, questa in cui si aggrappa alla recinzione e ci rimane sospeso, a fare il pazzo, per un tempo che sembra infinito. Ma anche questa vagamente iconoclasta, in cui diventa improvvisamente freddo e cita Platini sdraiandosi sul cartellone pubblicitario. Le mie preferite in assoluto sono però quelle in cui si toglie la maglia e sotto tiene la maglia della salute, ed è sempre bello vedere il modo in cui tratta le maglie che si toglie. Qui per esempio la fa roteare in aria dopo essersela tolta come se stesse facendo un vero e proprio spogliarello; qui invece la lancia in aria con una rabbia incomprensibile. Qui invece la tira in un punto qualunque del campo come fosse uno straccio bagnato (era il 70esimo e su quella maglia c’erano probabilmente almeno 3 dei 4 chili che Luiso perde ogni partita): dopo partono 3 minuti di esultanza e puro delirio.

Forse l’esultanza più iconica di Luiso è quella all’apice esatto della sua carriera, che corrisponde con la vetta del dominio del calcio italiano nel mondo. Dopo il gol dell’1 a 0 del Vicenza in trasferta a Stamford Bridge, nel ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe, zittisce tutto lo stadio da vero mitomane, ma con la consapevolezza di chi sa che ha appena dipinto uno scorcio surrealista nella realtà quotidiana del calcio che sta diventando moderno.

Nella Coppa delle Coppe del ’98 Luiso non ha solo segnato in finale (due gol, uno annullato ingiustamente), ma ha anche conquistato la classifica marcatori. Ma invece di finire in una grande squadra è rimasto al Vicenza, persino dopo la retrocessione in Serie B, due stagioni dopo. Quando gli chiedono perché non è mai andato in una grande squadra dice che è stata solo colpa sua, «Me lo dice sempre mio padre», del fatto che avesse «un carattere di merda». Ma quando lo dice lo fa con addosso il sorriso del pazzo, o di qualcuno totalmente consapevole della propria retorica. Così consapevole da essere riuscito ad elevarla a forma d’arte.

Riccardo Zampagna

  • Attitudine ai gol pazzeschi
  • Fiuto del gol
  • Narrativa provinciale
  • Iconicità
  • Rapporto talento/lavoro

Cose belle esportate da Terni nel mondo: il panpepato, la scenografia de "La Vita è bella" e Riccardo Zampagna, un centravanti comunista di 90 chili che possedeva tutte le qualità richieste a un vero bomber di provincia:

  • Passato operaio
  • Stagioni da doppia cifra in Serie A
  • Fisico anti-agonistico
  • Gol pazzeschi
  • Fede socialista
  • Amore folle e incondizionato delle piazze in cui ha giocato

Appena arrivati a Terni, fuori dalla stazione, il monumento al centro della piazza è una dura dichiarazione d’intenti: una pressa da dodicimila tonnellate usata negli anni ’30 dalle acciaierie della città, che per decenni hanno dato da mangiare ai ternani. Il padre di Riccardo Zampagna, Ettore, a forza di lavorarci e di respirare amianto si è preso un tumore ai polmoni.

Fino a 23 anni, invece, Zampagna ha lavorato come tappezziere e non aveva praticamente mai fatto una scuola calcio. Il che lo rende uno dei bomber di provincia con la narrativa più pura: «Guadagnavo 800 mila lire al mese come lavorante nella tappezzeria di Giampiero Riciutelli e altrettanti me ne dava il presidente dell’Amerina». Quando nel 1996 viene ingaggiato in Interregionale, con il Pontevecchio, il padre gli regala una Fiat Tipo per muoversi dalla tappezzeria agli allenamenti, ma Zampagna era nella morsa delle contraddizioni di un lavoratore sottopagato: «La trasformammo a metano per consumare meno. Crescevo di categoria ma ci rimettevo economicamente, 100 mila lire al mese in meno come calciatore e gli spostamenti a mie spese».

Da lì forse lo sviluppo ancora più profondo della propria coscienza di classe. Se il comunismo è, in sintesi estrema, stare dalla parte dei deboli, e se l’idea del bomber di provincia è soprattutto fare l’ambasciatore dei sogni degli ultimi, Bomber Zampagna è una sintesi ideale dei due concetti. Anche perché poche cose sono meglio di un centravanti di provincia che esulta sotto la propria curva a pugno chiuso (nella categoria Bomber che esultano a pugno chiuso Zampagna batte Lucarelli).

A renderlo professionista è stato un VHS recapitato a Walter Sabatini, all’epoca ds della Triestina, quando Zampagna era ancora all’Amerina. È arrivato in Serie A con il Messina, a 30 anni, e all’esordio (Messina - Roma 4 a 3) segna il suo primo gol con un pallonetto solo davanti al portiere. Un gesto che uno come Zampagna, sempre attentissimo a voler dare l’immagine di un uomo anti-conformista, rivendica con un forte simbolismo: «Quando ero all'Atalanta mi cercarono club del blasone di PSG, Monaco e Fulham. Mi offrirono molti soldi, ma io stavo bene all'Atalanta, mi trovavo con la società e accettare sarebbe stato contro i miei valori fondamentali. Fu una scelta un po' come quella del pallonetto in Messina-Atalanta: dettata dalla follia».

Zampagna ha legato la sua carriera a due città: Bergamo e Terni, peraltro gemellate. Alla Ternana ha giocato un solo anno, in Serie B, e non avergli fatto guadagnare la promozione per Zampagna è ancora il maggior rimpianto della carriera (mentre il suo sogno è portarcela da allenatore). «Quando mi hanno detto “Sarai un giocatore della Ternana”, mi sono venuti i brividi. Sono andato sotto la curva per togliermi la maglia. Guardo la curva per vedere chi conoscevo, e conoscevo un po’ tutti. Ad un certo punto, vedo mio cugino che piange». All’Atalanta ci è arrivato due anni dopo l’esordio in Serie A, nel pieno della maturità calcistica, decidendo di tornare nella serie cadetta, legandosi per due anni alla squadra lombarda. E quando nel 2010, con la maglia del Sassuolo, Zampagna è tornato in provincia di Bergamo per la trasferta con l’Albinoleffe, i tifosi bergamaschi bloccarono il pullman in autostrada per dedicargli una festa. Alla sua partita d’addio allo stadio Liberati di Terni, erano presenti entrambe le tifoserie e Zampagna ha sventolato la bandiera della Ternana sotto la curva indossando la maglia degli “orobici”.

Come un vero bomber di provincia, avendo cominciato molto tardi la scuola calcio, Zampagna si è costruito il proprio bagaglio tecnico in maniera artigianale, da auto-didatta («Il calciatore cresce passando attraverso i settori giovanili, con gente che gli spiega cosa fare, io non sono nato calciatore» diceva), ma non per questo senza attenzione allo stile. Nel gioco di Zampagna ci sono degli estemporanei picchi di classe operaia: pallonetti senza dolcezza, rovesciate troppo violente o stiracchiate per essere eleganti, dribbling troppo secchi e pragmatici per essere belli. Una "coolness" grezza che possiamo considerare lo stile di gioco più puro di un centravanti di provincia. L’equivalente di andare a rimorchiare a bordo di un’apetta modificata. 

Zampagna ha segnato parecchi gol incredibili, che spesso colpiscono soprattutto per l’intuizione mentale improvvisa che li ha preceduti. Zampagna ad esempio era un mago delle rovesciate, a dispetto di un corpo che sembrava fare fatica a coordinarsi in movimenti complessi. Ma le sue rovesciate raramente erano un gesto tecnico realizzato su cross alti dietro al corpo, quei momenti in cui un corpo umano sembra scomporsi per tendere al cielo, mentre più spesso erano colpi di pura astuzia. Semplicemente un modo per prendere alla sprovvista i difensori: in questa ad esempio è in una posizione in cui un attaccante di solito protegge palla e cerca di costruirsi un tiro, mentre Zampagna si gira all’improvviso e rovescia la palla da pazzo; stessa cosa qui, dove si gira con la goffaggine di un insetto ribaltato. Zampagna era un maestro nell’anticipare i tempi della conclusione. Zampagna sapeva che se era girato spalle alla porta la cosa che meno poteva aspettarsi un portiere era un pallonetto, e su questa intuizione ha costruito alcuni tra i gol più originali che ci sia mai capitato di vedere in Serie A. Li metto qui sotto con una base di CCCP come magari piacerebbe a lui.

Nel 2011, dopo il suo ritiro, Zampagna si è emancipato dal lavoro dipendente comprando una tabaccheria nel centro di Terni, che nel 2016 ha venduto per dedicarsi totalmente al ruolo di allenatore. Nel 2015 è sceso in piazza con gli operai delle acciaierie di Terni, per protestare contro le emissioni che hanno reso la città la seconda in Italia per tumori: «Mio padre era un operaio. I miei facevano grossi sacrifici e per me oggi è un dovere scendere in piazza per questa causa. Le acciaierie mi hanno dato da mangiare». Se Terni è la Manchester d’Italia, Zampagna è stato il suo profeta.

Stefan Schwoch

Stefan Schwoch
  • Attitudine ai gol pazzeschi
  • Fiuto del gol
  • Narrativa provinciale
  • Iconicità
  • Rapporto talento/lavoro

Schwoch è forse il centravanti con meno diritto a comparire in questa lista, perché la Serie A l’ha appena sfiorata, con 14 partite e 2 gol con il Venezia: appena 6 mesi tra il ’98 e il ’99. Per il resto dovrebbe far parte del sottogruppo degli “attaccanti di categoria” (insieme a gente tipo Caracciolo, Cacia, Godeas, Tavano, Francioso). Schwoch è il giocatore che ha segnato più gol nella storia della Serie B: 135. Ma se Schwoch non è stato il miglior centravanti di provincia, né assolutamente il più forte, è stato senz’altro il più fico, quello con l’estetica più marcata. Le associazioni nella nostra mente funzionano in modo semplice: se dico “pensa a un attrezzo e a un colore” penserai a un “martello rosso”; se dico “pensa a Stefan Schwoch” penserai ai suoi capelli lunghi tenuti dalla fascetta, alla maglia del Napoli sponsorizzata Peroni che indossava con le maniche larghe a trequarti.

Schwoch è stato un vero idolo di provincia in una piazza enorme ma in momentaneo decadimento come Napoli. Un cortocircuito stupendo, il cui frutto migliore, più che i 28 gol segnati, sono stati i tributi situazionisti che i tifosi del Napoli gli hanno dedicato. Come ad esempio la canzone intitolata “Napoli mia Napoli” e interpretata dallo stesso Schwoch insieme al figlio Iacopo; il soprannome “Sansone” e il documentario di un’ora intitolato “Treno ad alta velocità”.

Schwoch ha giocato due anni a Napoli, in Serie B, e nella seconda stagione i suoi 22 gol sono stati decisivi per la promozione. La sua cessione fu un vero dramma per i tifosi, che ancora considerano Schwoch “una luce in anni bui” e che sotto i suoi video scrivono commenti come: «Per i ragazzi negli anni ’90 Schwoch era quello che oggi è Higuain». I tifosi del Napoli hanno il bisogno di riversare il loro amore incondizionato verso una figura messianica, la cui caratura è spesso specchio del momento che il club sta attraversando. Alla fine degli anni ’90 a Stefan Schwoch si diceva «Tu si alto-atesino, scugnizz’ e Mergellina / Pure se si e Bolzano, l’azzurro è rint’e’te».

Il documentario a lui dedicato si trova su YouTube diviso in cinque parti ed è la cosa che vi introduce meglio di ogni altra cosa al mondo “Stefan Schwoch a Napoli”. All’inizio si citano Maradona, Giordano, Carnevale e Careca, poi si dice: «E adesso è il momento del grande Stefan Scwhoch». I momenti più alti del film:

  • Quando all’inizio viene intervistato a cavallo di una Harley turchese, con lui e il giornalista senza casco. Schwoch sembra Renagade: camicia bianca e occhiali da sole a fascia. Quando gli chiedono «Cosa ti piace di Napoli?», Schwoch risponde: «È una città molto vivibile».
  • Il matrimonio di Schwoch.
  • Quando il figlio di 9 anni di Schwoch dice «Ormai mi sento anch’io un terrone»
  • Schwoch nel salotto di casa che palleggia con un’arancia citando Maradona, anche se ovviamente con molta meno creatività e naturalezza.
  • Quando, indicando il mare, canta: «Quant’è bella, quant’è bella, la città di Pulicinella».
  • Il rigore che Schwoch tira in mezzo alle gambe di un bambino, dentro una mini-porta su quella che sembra una terrazza condominiale. Poi esulta facendo il trenino con altri bambini e degli anziani.
  • Schwoch che mangia una pizza su un tavolo volante sospeso sul cielo di Napoli.

Calcisticamente, Stefan Schwoch era un giocatore spettacolare, talmente assurdo da sembrare il parto di una sessione di edit a PES particolarmente lisergica. Il suo fisico brevilineo, col baricentro basso, era una rarità per i numeri ‘9’ dell’epoca. Schwoch aveva una tecnica sopra la media dei centravanti e, in un mondo di difensori alti e macchinosi, si muoveva come una specie di “Romario dei poveri”. Tirava i rigori con una rincorsa leggera, senza staccare gli occhi dal portiere; Le sue finalizzazioni erano talmente calme da sembrare quasi provocatorie. Il suo controllo palla al velcro gli permetteva di costruirsi dei tiri anche molto complessi. Schwoch non tirava in porta con la potenza ma con l’inganno, come se dovesse sempre dimostrare qualcosa agli altri. Schwoch era cool in modo un po’ macchiettistico, sembrava giocare con l’aria tronfia di un motociclista che arriva rombando al bar del paese.

È anche per questa originalità che Schwoch era molto amato. Quando proteggeva palla aveva un suo repertorio di trick empirici fuori contesto per la categoria: qui finta di andare sulla bandierina, e invece fa passare la palla col tacco al lato del difensore; qui fa un tunnel di tacco a Carrera che lo aveva raddoppiato insieme a Siviglia; qui, attaccato da due difensori del Brescia, se ne va con un tocco di suola, e poi scarta anche il portiere: un gol alla Romario.

Se Schwoch giocasse oggi gli avremmo già dedicato una compilation di primi controlli, questo è il mio preferito: riceve un cross lunghissimo sulla fascia con le spalle al difensore, poi si gira toccandola d’esterno sinistro come un serpente e va in porta.

A riguardare queste giocate, Schwoch appare come uno dei prodotti più misteriosi del calcio italiano. Con quella corsa svagata, l’indolenza brasiliana nella protezione del pallone, le finalizzazioni swag, tutto avvolto da una nebbiolina nostalgica anni ’90. Bisognerebbe chiedersi se il fascino di questi giocatori non sia aumentato dall’oscurità del loro ricordo, e se il culto di Stefan Schwoch sarebbe stato così interessante se avesse giocato anche in Serie A.

Nelle categorie minori, senza poter mai davvero misurare la propria inadeguatezza, Schwoch non ha corrotto la sua immagine di meraviglia da Wunderkammer.

Christian Rigano

Christian Rigano
  • Attitudine ai gol pazzeschi
  • Fiuto del gol
  • Narrativa provinciale
  • Iconicità
  • Rapporto talento/lavoro

Un bomber di provincia deve costruirsi la propria “street-cred” senza conoscere la dolcezza della predestinazione ma solo l’asperità di trovarsi sempre sul bilico tra la povertà e le gioie di una gloria minore. Christian Riganò quando è arrivato in Serie A, a 30 anni, aveva l’aria del reduce: le cosce grosse, la pancetta incipiente, un po’ di gobba. Nel professionismo ci era arrivato appena 4 anni prima, fino a quel momento aveva lavorato come muratore.

A 23 anni aveva convinto il proprio datore di lavoro a dargli la parola di riassumerlo al cantiere se un provino col Messina non fosse andato bene. Da quel momento aveva scalato ogni serie come si superano i livelli di un videogioco, comprandosi con i gol il diritto a poter campare con il calcio. Nelle compilation dei suoi gol i gesti tecnici si susseguono, bellissimi e identici, mentre tutto attorno gli scenari acquisiscono dignità: compaiono le tribune, poi si riempiono, poi diventano più alte, poi spariscono verso l’orizzonte. Come se i campi ridotti della Promozione fossero la sua personale sala prove verso i palcoscenici importanti.

La carriera di Riganò si è sviluppata talmente lontana dal calcio ad alti livelli che quando gli chiedono quali sono i suoi modelli cita Giovanni Baratto, un attaccante con cui ha giocato al Barcellona Pozzo di Goto «che avrebbe meritato ben altra carriera». La stagione in cui Riganò ha capito che non sarebbe dovuto più tornare al cantiere è stata la 2001-02, in cui col Taranto militante in C1 segna 34 gol in 41 partite. Solo in campionato arriva a un gol dall’eguagliare il record di 28 reti in un campionato di C, stabilito da Andrea Deflorio con il Crotone (nell’universo dei centravanti di provincia minori, Deflorio ancora gioca, a 46 anni, nel Pisticci).

Per Riganò si parla di un interessamento dell’Udinese, del Genoa e addirittura dell’Iraklis di Salonicco: «Valuterò pure proposte dall'estero: magari, accetterei di giocare in Grecia, a patto che mia moglie Carmen e mia figlia Giusy si trovino bene». Alla fine verrà comprato dalla Florentia Viola, scendendo addirittura di categoria. In un’intervista poco dopo essere arrivato ha l’aria cupa e definisce il suo trasferimento: «Un segno del destino. Dopo tutti quei gol meritavo una squadra di Serie B».

Forse dopo quell’anno sperava di poter svoltare in modo definitivo, ma la grandezza del mito di Riganò si è alimentata anche dall’aver trascinato la “nuova” Fiorentina in Serie A, facendogli da Virgilio nel viaggio tra l’inferno e il purgatorio delle categorie inferiori. Riganò con la maglia bianca con lo sponsor “Fondiaria SAI”, con i capelli unti da amico metallaro, il giglio di Firenze non ufficiale sopra.

Come altri attaccanti di provincia, Riganò è diventato centravanti per vocazione. Quando giocava nel Lipari faceva il difensore, e si è messo in attacco per la situazione d’emergenza necessaria ad avviare le storie di successo più incredibili. È strano pensarci ora, perché Riganò aveva un repertorio di finalizzazioni che può essere associato solo a chi aveva un rapporto speciale con la porta avversaria. Molte di queste soluzioni possedevano una leggerezza, una grazia aerea impossibile per uno con un fisico sempre sul punto di essere sovrappeso (in Serie C fu messo a dieta perché pare mangiasse due etti di pasta a pranzo).

Tra i suoi migliori voli del calabrone questa rovesciata da bagnasciuga contro il Cagliari; la girata felina dopo un primo controllo sbagliato contro il Como; il volo d’angelo con il Messina, dove più che colpire in tuffo sembra cascare in avanti dopo essere inciampato. E soprattutto questo gol segnato danzando sulle punte come Ibrahimovic, ma sempre con la pesantezza di chi sta facendo un lavoro di fatica.

Nel pezzo che gli ha dedicato Matteo Gatto qualche tempo fa, dove Riganò commenta i suoi stessi gol, che conosce a memoria perché li rivede con gli amici, emerge come una specie di “pensatore del gol”. Riganò racconta le sue reti descrivendo soprattutto il processo mentale che le ha precedute, come se la sua inadeguatezza lo abbia costretto a spingere l’immaginazione dei gol oltre le sue possibilità reali.

Uno dei miei gol preferiti di Riganò è questo realizzato in C2. Riganò scatta sul filo del fuorigioco col massimo sforzo, ma la sua corsa è pesante e sgraziata, sempre sul punto di risolversi in uno schianto a terra ridicolo. Rigano però riesce ad anticipare il portiere, poi la palla sembra di nuovo troppo lunga e per “coprirla” decide di scivolare con un’agilità che non sembra appartenere al suo corpo. Si rialza contento solo per un momento, poi dà un calcio rabbioso al cartellone e sembra insultare personalmente qualcuno sugli spalti. Esultanza da vero bomber di categoria, che non percepisce nessuna distanza tra sé e il pubblico.

Nonostante lo ricordiamo come archetipo di uno che ce l’ha fatta, le stagioni di Riganò in Serie A alla fine sono state appena 3, di cui solo una giocata bene: l’ultima con il Messina. Come se lo sforzo per aver toccato l’apice delle sue possibilità ne abbia causato la repentina ricaduta nelle serie inferiori. Dopo quella stagione col Messina, dove ha segnato, a 33 anni, 19 gol in 26 partite, Riganò sperava in una nuova chiamata della Fiorentina, «per fare il terzo attaccante…». Invece è finito a Valencia, al Levante, dove il suo fisico inizia a dare segni di cedimento. In Spagna, Riganò eredita la versione spagnola del suo striscione (“Dios Perdona, Riga-nò) e ha un incredibile canto del cigno in una partita contro l’Almeria in cui segna una tripletta e rischia di segnare il quarto gol con una rovesciata. Nel secondo gol dribbla con un sombrero di coscia due marcatori e tira al volo di mezzo esterno.

A quel punto, però, già non è più un calciatore: il suo fisico non riesce a sostenere l’incantesimo di quegli anni. Ma la coda della carriera di Riganò brilla di una gloria particolare, che ha contribuito ad alimentarne il culto. Nel 2010 torna a giocare a Firenze, alla Rondinella, e le sue proporzioni hanno già raggiunto l’iperbole. Eppure Riganò continua a segnare, come se avesse ridotto il suo gioco a un riflesso naturale. Nei suoi gol con la Rondinella, con l’Audax Montevarchi, con la Settignanese, Riganò ha eretto un monumento a sé stesso. Un centravanti ormai pantagruelico, che pur faticando a reggersi in piedi continua a segnare dei gol così impossibili da suonare ridicoli. Ancora oggi rappresenta una delle più strane combinazioni tra complessità tecnica e disfacimento fisico (nel video qui sotto, a 2:45 c’è un gol che incide una sponda di tacco, lo sforzo per superare il difensore, la discesa fragorosa a terra, e poi il tocco di suola preciso sul rimpallo. Un ciccione che segna di suola da terra).

Dopo poco essere arrivato alla Fiorentina, nel momento in cui era riuscito a tirare fuori la testa dal guscio, Riganò ha dichiarato, con un’amarezza fatalista che appartiene solo agli eroi noir e ai centravanti di provincia: «Uno come me deve fare sempre gol, ogni anno. Con l’età avanzata che ho non posso permettermi il lusso di sbagliare». Riganò si è guadagnato con i gol il rispetto e la legittimità di stare in categorie per cui tutti lo hanno considerato inadeguato.

Riganò ha continuato a giocare e a ingrassare fino al 2014. Qualche mese fa è riapparso sul campo in un’amichevole tra vecchie glorie al Franchi, ormai grasso fino al limite concesso dalla maglia che indossa. Mi piace pensare che in questa coda della carriera, dove Riganò è tornato in categoria, nel suo territorio di caccia preferito, la sua grassezza rappresenti una sorta di messaggio: come nel Rinascimento, quando la grassezza era simbolo di ricchezza, di un corpo non corrotto dalla fatica fisica, Riganò si è finalmente potuto permettere di ingrassare, soddisfatto di non dover più dimostrare niente a nessuno.

Filippo Maniero

Filippo Maniero
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Filippo “Pippo” Maniero può vantare una carriera da bomber di provincia di altissimo profilo. Nell’età aurea del calcio italiano, ha vissuto anche un paio di trasferimenti costosi: 10 miliardi per il passaggio al Milan, 7 miliardi per quello al Parma. Maniero ha accumulato persino 6 presenze in Champions League, eppure è anche uno dei centravanti di provincia più dimenticabili.

A differenza di altri bomber di provincia, Maniero ha coltivato con più discrezione il mito della sua fama minore. Le piazze a cui si è legato maggiormente - Padova, Venezia - non sono tra le più viscerali; non ha vissuto nessun exploit stagionale che lo ha issato nella classifica marcatori fino all’Everest dei Trezeguet e dei Crespo (e quando ce lo ha avuto, nel 2002, era già troppo vecchio per essere credibile); non aveva nessun gesto tecnico “signature” e, nel periodo artisticamente più fertile per le esultanze, non ne aveva nessuna memorabile. “Pippo” Maniero è un nome nebuloso che circola nella nostra memoria, una particella pavloviana incastrata fra gli album Panini. Maniero era davvero bravo a fare la comparsa, a mettersi in secondo piano. Al Parma era stato chiamato per fare la terza punta, dietro Crespo e Chiesa, e c’è stato un periodo - che ovviamente non ricordiamo - in cui i tifosi del Parma fischiavano Crespo e volevano in campo Maniero. Lui si scherniva: «Gli attaccanti sono Chiesa e Hernan, io devo fare la terza punta, sempre pronto a entrare. Non ho mai fatto polemiche, ne farò mai, perché non servono e perché le decisioni le deve prendere Ancelotti» e si preoccupava più che altro di essere un uomo spogliatoio, sempre pronto allo scherzo che potesse alleggerire la pressione. Al punto di essere costretto a giustificarsi: «Non sono un pagliaccio, però. Ogni tanto gioco anche a pallone».

Dopo quella stagione Maniero si è trasformato in un puro valore di mercato, una piccola pedina di scambio nella fittissima rete del Parma di Tanzi. Durante il calciomercato invernale del 1998 i giornali ormai lo apostrofavano come “il solito Maniero”, lui continuava a rasarsi i capelli per rendersi irriconoscibile, e alla fine è passato al Milan per cercare di mettere una pezza alla scarsa vena di Kluivert. Tifoso del Milan, una volta arrivato ha dichiarato: «Prendermi una rivincita è stata la prima cosa alla quale ho pensato appena mi ha chiamato il Milan» anche se non era chiaro contro chi o cosa, “Il ragionier Maniero”, dovesse prendersi la sua rivincita. Appena arrivato Capello, da sempre dietologo ossessivo, lo giudicò sovrappeso, e lui rispose: «Sono sugli 83 chili, mister». Tutto qui. È il peso che ho da quando ho fatto il militare, sarò su di un chilo, non di più». Alla fine totalizzerà 13 presenze e 3 gol, giocando spesso in coppia con Maurizio Ganz a formare la coppia potenziale forse più forte della Nazionale padana. Al suo esordio ha risolto uno zero a zero casalingo contro il Piacenza, facendo tap-in dopo una traversa di Kluivert. È sembrato uno dei pochi momenti di gioia autentica della sua vita; il giorno dopo la Gazzetta ha titolato: “Maniero usato sicuro”. A fine anno è andato al Venezia, rinunciando definitivamente a una carriera di alto livello e mettendo a disposizione di chi ne avesse bisogno il quantitativo di gol che servivano alle squadre per non retrocedere o per essere promosse.

Con la sua aria anonima e una carriera con rari momenti di intensità, tra i bomber di provincia Maniero è quello che più di tutti somiglia a un cacciatore di taglie. Maniero ha segnato 78 gol in Serie A, 115 complessivamente in carriera. Ma nessuno sa come e perché li abbia segnati: Maniero segnava di testa come si stura un lavandino, faceva un tap-in come si cambia una lampadina, e quasi sempre accompagnandolo con lo stesso quantitativo di gioia. Maniero non ha avuto né l’ambizione di diventare un grande giocatore, né l’emotività e il carisma per diventare la bandiera, l’idolo o il feticcio delle piazze in cui ha giocato. Scendeva in Serie B e saliva in Serie B senza farsi troppi problemi.

Maniero ha cambiato 15 squadre e ha rappresentato, tra i centravanti di provincia, quello che più smaccatamente è stato ridotto al numero dei suoi gol. In "Moneyball" Peter Brand dice: «Noi abbiamo bisogno di lui perché abbiamo bisogno di un certo numero di basi guadagnate» e Maniero veniva chiamato per il quantitativo di gol che, con gioia molto contenuta, avrebbe realizzato. Veniva chiamato come si chiama un disinfestatore: un uomo specializzato in lavoretti specifici.

Dal punto di vista tecnico, lo stile di Maniero era puro pragmatismo. I suoi gol non erano né particolarmente belli né particolarmente brutti: non contenevano un’astuzia profonda, una particolare grinta e non erano l’espressione di un talento specifico. Maniero era, semplicemente, un ottimo “terminale offensivo”. Come altri centravanti anni ’90, Maniero era più forte di testa che di piede: qualcosa che oggi è assolutamente impossibile da concepire. Non so se c’entrano i palloni, il fatto che la loro consistenza grave permetteva impatti quasi sempre più secchi e violenti di quelli attuali. Anche da fermo, Maniero imprimeva alla palla una frustata notevole, non limitandosi a cercare la porta ma un angolo preciso di questa; arrampicandosi sopra la testa dei difensori o scendendo in tuffo ad altezze in cui si dovrebbe usare il piede per buongusto. È difficile capire come facesse Maniero a possedere una sensibilità simile su una superficie che non usiamo come quella del cranio. Per questo la compilation dei gol di testa di Maniero è piuttosto impressionante.

Il gol più famoso di Maniero è forse anche il più bello. Risale alla stagione 1998-99, in cui il Venezia fece una straordinaria rimonta dall’ultimo posto in classifica fino a quasi l’Europa, con gli ultimi mesi giocati dalla coppia d’attacco Recoba-Maniero. In un’intervista l’attaccante indica come punto di svolta stagionale una sfida ad Empoli in cui il Venezia rimontò vincendo 3 a 2. Maniero segnò 2 gol e il secondo con un colpo di tacco che, visto che siamo negli anni ’90, è corretto definire “alla Mancini”. Il “Chino” Recoba pennella la palla in area, Maniero spalle alla porta, circondato da difensori, la gira in porta di tacco voltando la testa dall’altra parte (il dettaglio più estetico del gol): «Era l’unico modo che avevo per colpirla, ma se ci ripenso 100 volte non mi riesce più».

Dopo una coda di carriera da bomber di provincia, calcando i campi delle categorie più assurde con le squadre dai nomi più incredibili (Piovese, Legnarese, Casalserugo), Maniero si è ritirato. Alla sua partita d’addio c’erano Di Livio, Toldo, Ferrara, Amauri, Quagliarella, Di Michele e persino Del Piero, con cui Maniero ha giocato in un’annata delle giovanili del Padova particolarmente fortunata. Oggi gioca a beach soccer nella squadra che comprende anche Di Livio, Delvecchio, Ganz, Maniero, Bertotto e Toldo. Segna ancora diversi gol di testa.

Igor Protti

Igor Protti
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Igor Protti detiene una serie di record di cui non è chiaro se andare fieri o meno. È, insieme a Dario Hubner, l’unico giocatore in Europa ad aver vinto la classifica marcatori in Serie C, B e A ed è l’unico capocannoniere della Serie A la cui squadra (il Bari) è poi retrocessa. Sono entrambi record che rendono Igor Protti un bomber di provincia DOCG, che può appuntarsi delle medaglie di gloria minore e un po’ vacua.

Protti possiede una delle skill principali di un bomber di provincia: scalare le categorie. Lo ha fatto due volte, la seconda a 32 anni, quando ha deciso di scendere in C1 con il Livorno nonostante le offerte in Serie A, solo per ragioni di cuore (il cuore è il bicipite che i bomber di provincia mostrano orgogliosi al resto del mondo non provinciale).

Protti era dichiaratamente comunista e il suo look, capello lungo e mosso pettinato all’indietro, barba fina, ricorda un generale del Risorgimento. Quando deve spiegare la sua attitudine al gol a prescindere dalla categoria dice: «Dipende molto dalle tue qualità morali». Una persona di questo tipo non poteva che essere il giocatore preferito di un ex presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi, tifoso del Livorno che dichiarava: «Se gira Protti gira tutta la squadra» e che un giorno si lamentò pubblicamente anche per un suo gol annullato.

Ma anche a livello tecnico Protti era un calciatore speciale, con una reattività sulle gambe da terzino, che gli permetteva sempre di ricavarsi lo spazio per caricare il tiro. Protti colpiva i palloni ancora pesanti e sinceri nelle loro traiettorie ortogonali con dei colli pieni non fraintendibili: la palla partiva sempre secca e dritta verso gli angoli. Dei tiri più dritti di quelli di Protti sono difficili da vedere. Quando voleva decidere partite sul filo dell’equilibrio partiva a testa bassa, e non c’era modo per impedirgli di tirare, scattava con passi brevi e nevrotici che erano una minaccia al tiro continua. Walter Mazzarri descrive così Protti: «Ha un’esplosività particolare sulle gambe che lo fa essere anche bravissimo di testa. Poi ha tempi di gioco. Però probabilmente è il carattere che gli dà qualcosa in più rispetto ad altri».

Come altri bomber di provincia, non si capisce bene fino a che punto i suoi gesti tecnici fossero frutto di uno spessore calcistico realmente sopra la media, oppure di una specie di grazia divina che lo ha toccato in alcuni momenti della sua carriera. Il portfolio da bomber di Igor Protti è ricco di perle leggendarie: come se avesse costruito la propria personale mostra di Rothko in una cantina umida, con i quadri che si confondono con le macchie di muffa. Un altro dei suoi soprannomi, “l’uomo dei gol impossibili”, parla del talento di Protti nell’inventarsi conclusioni contro-intuitive.

Protti è stato, ad esempio, l’unico giocatore al mondo a a segnare su un proprio passaggio, scivolando in spaccata per andare in anticipo sul proprio compagno di squadra. Un gol che riassume quanto il carisma di Protti fosse capace di inghiottire l’ambiente circostante, compagni compresi.

Ogni volta che la realtà andava in controtempo, Protti era il primo a rimetterla in asse. In questo gol il cross di Gautieri è arretrato, ma lui ha la forza sulle gambe per fare tre passi all’indietro e tirare una rovesciata sul palo lontano. A riguardare certi suoi gol la sua forza di volontà sembra bucare lo schermo. In questo caso tira una bomba dritto per dritto sul palo lontano in mezzo a quattro corpi umani frapposti tra lui e la porta; qui invece la parabola che trova per segnare il gol del pareggio è davvero incomprensibile. Protti disse che questa rete rappresentava il suo modo di giocare: «Sentire la maglia addosso, soddisfare la gente, andare oltre i miei limiti, la mia caparbietà». Ecco alcuni gol di Protti segnati di pura forza di volontà.

Protti ha portato l’amore che le piazze riservano agli attaccanti di provincia a un altro livello. Per capire fino a che punto basta citare qualche aneddoto.

  • Protti possiede la cittadinanza onoraria sia di Bari che di Livorno.
  • Nel 2009 ha accettato di interpretare un ruolo importante in una Boheme di Puccini messa in scena per beneficienza.
  • Le interviste ai tifosi del Livorno su Protti, dei piccoli trattati teologici. Tra le dichiarazioni più integraliste: «Protti a Livorno bisognerà rimpiangerlo come a Napoli Maradona» e «Non nominare il nome di Dio invano».
  • Fuori dallo stadio Armando Picchi campeggia ancora la scritta: «Non sono ateo, credo in Protti».
  • Dopo la promozione in Serie B con il Livorno, a 34 anni, pensa di smettere col calcio ma a Livorno scendono in piazza cinquemila persone per convincerlo a non ritirarsi.
  • Un musicista livornese gli ha dedicato una canzone intitolata “Il Principe Igor”. Una delle strofe più intense fa così: «Il braccio teso e il pugno chiuso, eredità di un padre muratore / un sorriso verso l’altro è come un assist da lassù / 2 figli più questi altri 20.000 e un 10 tatuato sopra il cuore / tutti con questa strana malattia, ma chi vuol guarirne più?».
  • Nel 2014 ha celebrato il matrimonio di Lenny Bottai, pugile ultra-comunista ed ex capo ultrà del Livorno.

Protti giocava con la stessa mentalità di un tifoso, senza nessun compromesso con le proprie aspirazioni personali: i suoi desideri erano gli stessi di chi lo guardava dagli spalti. Qualcosa che, fuori dalla retorica che spesso accompagna discorsi di questo tipo, per i giocatori di oggi è davvero difficile immaginare. Per questo a Livorno era soprannominato “Il capo degli ultrà”, e forse per lo stesso motivo le partite più sentite da Protti erano i derby (dice che il suo primo gol importante con il Livorno lo ha segnato in un derby Primavera). In una partita contro il Cesena, ai tempi del Bari, nel 1994, Protti dà una testata a un giocatore della Primavera che lo stava trattenendo (qui c’è il video della rissa raccontata nei suoi più fini dettagli).

La carriera di Protti è stato un lungo e reciproco orgasmo tra lui e la sua gente: si sarebbe fatto a pezzi pur di fare felici i tifosi, per spremere fino all’ultima goccia l’amore che potevano darsi a vicenda. In un’intervista ha dichiarato: «A Livorno ho segnato 120 gol, che sono 120 momenti di gioia dati a tante persone».

Marco Ferrante

Marco Ferrante
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Nel campionato di Serie B del 1998 il Torino sembra destinato alla promozione, ma nelle ultime giornate si incarta. Rimedia un brutto pareggio col Chievo e lascia che il Perugia di Castagner si avvicini a 3 punti, con lo scontro diretto ancora da giocare. I perugini in casa creano l’inferno, e vincono giocando una partita durissima. Gianluigi Lentini si presenterà davanti alle telecamere mostrando il segno dei tacchetti: «Ecco cosa mi ha lasciato l’intervento di Materazzi domenica, sembra che mi abbiano frustato!».

Poche settimane dopo, il 21 giugno, le due squadre si contenderanno la promozione in uno spareggio allo stadio Gigli di Reggio Emilia, che è anche la sfida tra chi è il re dei rettili tra i bomber di provincia: Sandro “Il Cobra” Tovalieri contro Marco “La Vipera” Ferrante. A quattordici minuti dalla fine Tovalieri addomestica una palla a campanile col destro e col sinistro porta in vantaggio il Perugia, poi attraversa tutto il campo per andare ad esultare sotto ai suoi tifosi. Quando la partita sembra finita, Ferrante pareggia con uno di quei colpi di testa improvvisi, segnati come se fosse sbucato dal nulla: come Tovalieri comincia a correre da vero invasato, con la mascella stretta e la braccia dritte lungo i fianchi, per raggiungere il settore dei tifosi del “Toro”. La partita si decide ai rigori, per il Torino sbaglia Anthony Dorigo (portato in squadra da Souness, poi esonerato) mentre Tovalieri realizza il rigore decisivo.

Da quel momento Marco Ferrante comincia a covare il sentimento di riscossa che lo ha poi portato a segnare 27 gol in Serie B l’anno successivo, quasi la metà dell’intera squadra e record di reti complessive in Serie B (poi battuto da Luca Toni), trascinando letteralmente il Torino in Serie A.

È questo il contesto in cui Marco Ferrante è diventato idolo e quinto massimo realizzatore di uno dei club più blasonati in Italia. Sebbene sia ingiusto definire il Torino una “provincia” calcistica, è vero che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto tanta altalena tra la Serie A e la cadetteria, e in questo terreno di nobiltà decaduta Marco Ferrante ha imparato il mestiere del bomber di provincia, cominciando a sviluppare un’ossessione profonda per il gol. Massimo Gramellini lo ha definito, con un po’ di ingiustizia, “il cannoniere delle retrocessioni e degli spareggi persi”. A Torino Ferrante resterà otto anni, esclusa una breve parentesi di pochi mesi all’Inter: giocherà 235 partite e segnerà 125 reti. Nella classifica marcatori della storia del Torino Ferrante ha segnato più gol di Valentino Mazzola e di “Ciccio” Graziani.

Ma aldilà della media gol assurda, è soprattutto il tipo di presenza che aveva in campo ad aver fatto innamorare i tifosi del Torino e a rendere Ferrante un vero bomber di provincia. Un giocatore che, senza particolare talento, era costretto ad andare costantemente a 200 all’ora, pronto a farsi esplodere il cuore pur di volgere a favore della squadra contesti apparentemente compromessi.

Se infatti la grande narrazione del “Cuore Toro” si ciba soprattutto di un sentimento di orgoglio ferito, Ferrante è riuscito a incarnarlo perfettamente. La dimostrazione l’ha data soprattutto in alcune partite iconiche, come il leggendario derby della buca di Maspero. In partite di quel tipo, Marco Ferrante era un vero “gamechanger”: quando entrava in campo nei derby diceva ai suoi compagni «Guardate le due curve e capite la differenza tra noi e loro». Entrato nel secondo tempo, con la squadra sotto per 3 a 0 e i giocatori della Juve che facevano girare il pallone tra gli “olè” del pubblico, Ferrante ha ribaltato il contesto emotivo della partita. Serve prima l’assist per Lucarelli che segna il primo gol; segna il secondo sul rigore guadagnato da Tonino Asta, e poi fa il colpo di testa che propizia il 3 a 3 di Maspero. Dopo il gol le telecamere non inquadrano l’autore del gol bensì Ferrante, che da solo era già andato sotto la curva Maratona ad esultare come un pazzo.

Ferrante era amato dai tifosi perché come loro aveva ridotto le partite di calcio a una questione di vita o di morte. Con la faccia triangolare e i movimenti nervosi dentro l’area, Ferrante somigliava davvero a una vipera. Come nascosto sotto un sasso o in un cespuglio erboso, non sembrava dare la sensazione di pericolo, ma poi, con un taglio vero l’esterno o un attacco sul secondo palo, si materializzava improvvisamente. Con il baricentro basso e l’esplosività sulle gambe, sotto il pallone Ferrante si sapeva coordinare in maniera improvvisa, sia col destro che col sinistro. I suoi gol più rappresentativi sono quelli in cui, per evitare il recupero del difensore, di cui non avrebbe retto l’urto fisico, anticipa la conclusione, scegliendo punti di impatto più alti e meno puliti. Se Ferrante aveva una qualità sopra la media, era quella di scegliere il tempo e il modo della conclusione. In questo gol contro il Chievo con la difesa che gli frana addosso e lui che sembra fuori equilibrio, tira un piatto sinistro che passa nel tunnel esatto tra tutte le gambe. Oppure questo gol, il mio preferito, quello in cui si vede più chiaramente in cosa Ferrante era meglio degli altri: taglia verso l’esterno e arriva a coprire, di controbalzo, una palla che stava scappando anonima verso il fondo, mettendolo all’incrocio opposto.

Ferrante ha segnato anche gol più convenzionalmente belli - rovesciate da manuale, accompagnate da sforbiciata di richiamo, calci di punizione da fermo alla Ronaldinho -  ma in generale si muoveva in modo troppo secco e inelegante per renderli davvero belli . Per questo rappresentava piuttosto la dimostrazione della varietà del calcio, di quanto nessuna rovesciata somigli a un’altra e che la bellezza passi spesso per dettagli molto sottili.

Nella stagione 1999-2000, quella dopo la promozione in Serie A, Ferrante riuscì a segnare 18 gol in campionato, senza però salvare il Torino. Prima e dopo il Toro ha girato tante squadre cercando di mettere il suo tiro al servizio di salvezze impossibili, ma in fondo non riusciamo a ricordare niente dei suoi 6 mesi all’Inter, della sua stagione al Pescara o di quella all’Ascoli. Marco Ferrante è stato completamente definito dal Torino, e di lui rimane soprattutto l’esultanza con le corna sotto la maratona, con un amico che gli sfilava sopra la testa un drappo granata. Un gesto che i tifosi del Torino paragonano per iconicità ai pugni al cielo di Paolo Pulici, e che fu poi deriso da Enzo Maresca in un altro famosissimo derby triste per il “Toro”.

Tra i bomber di provincia, Marco Ferrante è stato tra i più malinconici. Se andiamo a guardare con attenzione i suoi risultati al “Toro”, in 8 stagioni ha raccolto: 1 promozione, 1 salvezza, 4 mancate promozioni e 2 retrocessioni. Un bilancio che rende Ferrante una figura per certi versi tragica, eroe incompiuto di tempi bui.

Dario Hubner

Dario Hubner
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L’11 maggio del 2002 il Milan sfida l’Ecuador per un’amichevole parte di una tournée promozionale negli Stati Uniti. A fine primo tempo la partita è sull’1-1 e Ancelotti entra negli spogliatoi per parlare alla squadra, priva dei nazionali partiti per i Mondiali. Cerca Dario Hubner ma non lo trova: «È al bagno», gli dice Abbiati. Ancelotti trova Hubner seduto sulla tazza che beve una birra e fuma una sigaretta. Hubner si giustifica dicendo che è un rituale che fa da una vita, e che senza non sarebbe riuscito a rilassarsi e a rendere al meglio. Poi confessa che non ha nessuna intenzione di farsi confermare dal Milan e che ha accettato di fare quella tournée solo per farsi pubblicità e prolungare la carriera di altri due o tre anni.

L’aneddoto, che Hubner ha provato a smentire, è raccontato da Carlo Ancelotti nella sua autobiografia, dove aggiunge che Hubner «pensava solo a star bene con se stesso». Rispetto ad altri centravanti di provincia, Hubner ha mantenuto una disillusione un po’ naif verso il proprio mestiere. Raccontando i suoi inizi dice: «Il calcio a Muggia per me era un grande divertimento. Andavamo in trasferta con le nostre auto e c'era la pizza tutti assieme dopo le gare. Pensavo che questa sarebbe stata la mia vita ed ero felice».

Nonostante un titolo di capocannoniere in Serie A, Hubner non è andato molto oltre quell’ideale di felicità. Se non ha avuto una carriera migliore è anche perché forse non l’ha mai voluta: diceva di scegliere le squadre “a portata di auto”, così poteva pranzare a casa e poi partire per gli allenamenti. Sembrava giocare per giocare, attaccatissimo a tutte le piccole ritualità che circondano il mestiere del calciatore: il pullman delle trasferte, il riscaldamento, la preparazione nello spogliatoio, le cene con la squadra. Al punto che Hubner si era inventato dei rituali nuovi: la grappa dopo la partita, la sigaretta a fine primo tempo. Se cerchiamo di non esaltarci troppo per un calciatore professionista con tic così marcatamente assurdi, c’è qualcosa di religioso nel modo di vivere scelto da Dario Hubner.

Hubner è nato a Trieste, capitale dell’occulto, e gli inizi della sua carriera, più che per gli altri bomber di provincia, affondano nella leggenda. Non si capisce quando e chi lo abbia scoperto e le informazioni sul suo mestiere precedente sono confuse. Carpentiere? Fabbro? Operaio in una fonderia? Persino l’origine del suo nome, forse tedesca da parte di padre, è poco chiara.

Quando correva dritto verso la porta muoveva le gambe lunghe senza nessuna grazia, come una fiera terrificante. La faccia incassata dritta nel collo, Hubner sembrava una specie di maschera pagana di se stesso, con i capelli ricci e i baffi e il pizzetto eterni. Anche il suo soprannome - Tatanka, “bisonte” in lingua lakota - evoca una creatura da bestiario più che un essere umano.

Dario Hubner ha segnato 335 gol in carriera: un numero talmente assurdo da suonare mostruoso. Ha segnato in ogni categoria, e ha segnato fino a 42 anni, in Eccellenza: come i vecchi sicari in pensione continuava a giocare solo per assecondare un proprio istinto primitivo. Quando in un’intervista del 2012 gli chiedono il motivo per cui ha continuato a giocare parla di sé stesso davvero come di un bisonte: «Finché posso correre all’aperto, magari in mezzo al freddo e alla nebbia, correrò all’aperto».

Hubner ha esordito in Serie A nel 1997, a 30 anni, in un Inter - Brescia che serviva soprattutto a celebrare l’esordio in Serie A di Ronaldo. La sera prima Hubner era stato in piedi fino a tardi per seguire le notizie sulla morte di Lady Diana e non si sentiva in grande forma.  A metà del secondo tempo, col risultato ancora sullo zero a zero, Hubner riceve un lancio di Pirlo in area, spalle alla porta, stoppa con la coscia destra e all’improvviso scarica un collo sinistro lungolinea sotto l’incrocio dei pali. Lo ricorda come il momento più bello della sua carriera: «75mila persone non le avevo mai viste. Quando feci l’1 a 0 vidi 75 mila persone ammutolite». È un bel gol che non servirà a niente, perché poi una doppietta di Recoba ribalterà il risultato, e che soprattutto rispecchia poco Hubner che ha sempre preferito i gol utili a quelli belli.

Hubner eccelleva in due tipi di gol archetipici di un bomber di provincia: i gol brutti, e i gol segnati caricando a testa bassa le difese avversarie.

Nella prima categoria si possono mettere tutti i gol che Hubner ha segnato con parti del corpo che c’entrano poco col gioco del calcio: i gol di perone, quelli di menisco, quelli segnati cadendo letteralmente sopra la palla. In un’intervista (in cui francamente sembra ubriaco) ha ricordato con piacere anche un suo gol «di palle». Ma anche gol che invece sono la mortificazione dei gesti più raffinati, come questo pallonetto segnato come se si stesse tirando fuori da un groviglio di cavi. Non c’è niente che grida più pragmatismo di un gol brutto: la degradazione strumentale del momentum del gioco del calcio.

A questi tributi oscuri al gioco del calcio (come quei dischi famosissimi che suonati al contrario contengono messaggi satanici) si affiancano i gol in cui Hubner volava solo contro il portiere come un animale libero di poter esprimere sé stesso, lanciato nel campo aperto come un bisonte americano. Fanno parte di questa categoria gol incredibilmente belli, che disegnano un’estetica da centravanti cristallina.

I miei preferiti: questo in cui si porta avanti la palla con la testa ingobbita come dovesse incornarla, questo in cui, solo davanti al portiere, invece della classica finalizzazione “cheap”, tira una bomba sotto al sette. Ma soprattutto questo, un gol assurdo, dove brucia sullo scatto il difensore e, sul vertice sinistro dell’area, fa un pallonetto complicatissimo di sinistro, il piede debole. Hubner era insieme la parte luminosa e e quella oscura del calcio.

Dopo i 24 gol con cui ha vinto la classifica marcatori nel 2002 sarebbero dovute succedere parecchie cose: Hubner poteva andare alla Juventus o al Mondiale in Corea e Giappone. Invece è tornato a Crema per le vacanze e ha ricominciato la stagione al Piacenza, a 35 anni, e ha ricominciato a segnare. Dalle sue dichiarazioni emerge in maniera talmente evidente che Hubner avrebbe dovuto avere una carriera migliore che non vale neanche la pena parlarne. Persino Mazzone, quando lo ha visto in ritiro, gli ha chiesto di spiegargli com’era possibile che il più forte centravanti italiano stesse giocando al Brescia. Sonetti lo ha definito “la sconfitta di tutti gli allenatori italiani”.

A Hubner, tutto questo, interessava relativamente. Come nelle grandi storie pastorali, Dario Hubner è ritornato alla terra: per un periodo ha gestito un bar vicino Crema, nel mezzo della pianura padana, si dice che continui a bere grappa e a fumare sigarette, forse ad allenare. Circolano video di suoi gol dentro stadi dimenticati su un altro pianeta. È possibile immaginarlo correre selvatico su un campo avvolto dalla nebbia, a ripetere gli stessi identici gesti di tutta una vita.

Sfondo animato bomber

Oggi i centravanti di provincia sono confinati nella riserva indiana della Serie B, un campionato dove il pragmatismo ha ancora un peso maggiore rispetto alla complessità tecnica e tattica. È nella zona franca della Serie B che sopravvive l’“Airone” Andrea Caracciolo, 157 gol con la maglia del Brescia, quasi tutti in serie cadetta, insieme ad altre bandiere minori mitologiche come “Gigio” Castaldo e Daniel Ciofani. Sempre in Serie B possono ancora trovarsi esemplari che migrano da una squadra all’altra come killer a pagamento: Sansovini, Cacia, Cocco, Antenucci, Riccardo Maniero. In Serie A solo Sergio Pellissier e Antonio Di Natale negli ultimi anni hanno portato in alto la bandiera dei bomber di provincia, ma solo grazie a un insieme di variabili quasi irripetibile. Di Natale, che pure ha una discreta carriera in Nazionale che lo escluderebbe da questa lista, è diventato il massimo marcatore della storia dell’Udinese perché ha rifiutato diversi trasferimenti in squadre di alto livello per motivi personali. Pellissier ha una storia da bomber di provincia soprattutto perché è stato a lungo sottovalutato rispetto alle sue potenzialità, ma la sua storia è unica tanto quanto la squadra di cui è diventato la bandiera, il Chievo Verona. Un giocatore che nel tritacarne competitivo del calcio contemporaneo è riuscito ad andare in doppia cifra solo 4 volte in 13 stagioni di Serie A.

Per il resto, il centravanti di provincia è una specie ormai estinta, ne è rimasto solo l’alone mitologico. Non è difficile comprendere i motivi di questa sparizione: i numeri ‘9’ sono un lusso che solo le squadre di vertice possono permettersi, il darwinismo tattico ha ridotto la popolazione dei centravanti a pochissimi, eccezionali esemplari, scambiati nel mercato internazionale come denti di tigre. Le piccole squadre devono chiedere ai loro attaccanti di distruggere il gioco avversario, e di spendersi in generale in un lavoro completo e sfiancante nelle due fasi. I centravanti di provincia, al contrario, trovavano la loro ragion d’essere, costruivano il proprio territorio di caccia, in un calcio in cui le fasi offensive e difensive erano ancora felicemente separate.

L’habitat del centravanti di provincia era un calcio in cui poteva ancora riposare con le mani sui fianchi, accasciato sul fronte offensivo come un predatore a riposo, attento ad accumulare le energie e la concentrazione zen da riservare al momento sacro della finalizzazione. Hubner, ad esempio, ha confessato che dopo uno scatto di 100 metri aveva bisogno di fermarsi e recuperare. Per questo non ha senso domandarsi se oggi questi giocatori avrebbero magari una fortuna diversa (chissà quanti lettori sarebbero pronti a sottoscrivere quelle interviste recenti i cui alcuni degli attaccanti di provincia nominati in questo elenco, tipo lo stesso Hubner, sostengono che con la scarsa concorrenza di oggi farebbero i titolari in Nazionale). Ma il punto è che, centrando il discorso sul piano della realizzazione, perderemmo di vista ciò che davvero amiamo di questi personaggi.

Per la loro inattualità, certo, i centravanti di provincia sono un simbolo ancora forte di un’era calcistica che non esiste più e che ci ricorda la nostra infanzia: ma più che rimpiangere il loro modo di giocare a calcio, rimpiangiamo le loro storie impossibili. Un giocatore dal talento indiscutibile come quello di Hubner, oggi, rimarrebbe nelle categorie inferiori fino ai 30 anni? La cultura calcistica - sempre più meticolosa, professionalizzata, conservatrice - accetterebbe giocatori che salutano i tifosi a pugno chiuso, che fumano nell’intervallo delle partite o le cui ambizioni personali sono così modeste su grande scala?

Tendiamo a considerare un solo modo per un calciatore per raggiungere il successo, che corrisponde più che altro a una certa idea di grandezza. Eppure le narrazioni dei centravanti di provincia dimostrano il nostro amore per le storie strane, anti-conformiste e per un’idea di successo che non coincide necessariamente con la grandezza. Quello che ci manca è forse un sistema del calcio professionistico più imperfetto, poroso, che somigli meno a un pianeta alieno abitato da esseri umani che non condividono il nostro linguaggio, di cui non comprendiamo le ambizioni e non rispettiamo le fragilità.

Rimpiangiamo i centravanti di provincia perché vivevano nel nostro mondo e la loro normalità, la loro disillusione - spesso eccentrica - è stata una delle ultime forme di resistenza verso un universo, quello del calcio professionistico, sempre più lontano e intangibile.

CREDITS:

Parole di Emanuele Atturo
Illustrazioni di Andrea Chronopoulos


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