Guida al Mondiale: Italia

Dall'Europeo 2012 il C.T. Prandelli ha rivoluzionato la Nazionale, creando un sistema di gioco da singole individualità; ma anche stavolta si presenta al torneo preceduto da scetticismo e critiche.

9 giugno 2014 - Daniele Manusia
Illustrazione di Filippo Nicolini


 

Lo scetticismo che sta accompagnando l’Italia all’esordio, mano nella mano come un bambino disobbediente al cancello di scuola, è simile a quello precedente all’Europeo. Se i pareggi contro Irlanda e Lussemburgo ci hanno lasciato perplessi prima dell’Europeo del 2012 avevamo addirittura perso contro Usa e Russia (tre sconfitte consecutive se si considera anche l’amichevole con l’Uruguay del novembre 2011); eppure una volta iniziato il torneo ce la siamo giocata (quasi) ad armi pari contro la Spagna. Da quando Prandelli siede sulla panchina della Nazionale ha perso 11 partite sulle 53 giocate, di cui 9, però, in amichevole. Restano solo 2 sconfitte subite durante una competizione con dei punti in palio o il rischio eliminazione: la finale dell’Europeo contro la Spagna e la partita con il Brasile in Confederations Cup. Un bilancio che non ci costringe ad amarlo fino a sostenere qualsiasi sua decisione o credere nei suoi principi extra-calcistici, ma che dovrebbe quanto meno spingerci a rispettarlo come C.T. della Nazionale.
Ovviamente il presupposto fondamentale da tenere bene a mente è che l’Italia non è la squadra più forte del mondo. Non è tra le quattro squadre più forti al mondo, anzi, forse neanche tra le prime cinque o sei. Scegliete il vostro XI italiano ideale (escludete Chiellini, Balotelli, metteteci G. Rossi, Totti o chi volete voi) e confrontatelo con quello della Spagna o del Brasile. Confrontatelo con la panchina della Spagna. Quindi tanto vale rilassarsi e godersi il Mondiale brasiliano (e probabilmente anche le prossime competizioni internazionali) senza criticare l’allenatore perché non sceglie convocati e formazione tramite sondaggio su Twitter dell’account della FIGC: retweet per Giuseppe Rossi, preferito per Insigne.

 

In quattro anni Prandelli ha fatto qualcosa di rivoluzionario per il calcio italiano: siamo passati da un calcio di individui eccezionali a uno di sistema. Sistema che ha cambiato spesso e con risultati alterni, esponendosi a critiche legittime e in alcuni casi giuste, se si resta sul piano delle idee di gioco. Prandelli ha sperimentato senza diventare manierista, senza insistere su un modulo per partito preso (cosa che si può permettere in misura maggiore l’allenatore di una squadra di club: il C.T. è un selezionatore che se non ha giocatori adatti al tipo di gioco che ha in mente non può fare mercato). Un lavoro complesso che ha portato nel tempo a risultati sorprendenti, come durante l’amichevole con la Spagna dello scorso marzo, quando si è vista una variazione del solito rombo con un attacco asimmetrico: Osvaldo e Cerci disposti come la punta centrale e l’esterno destro di un tridente a cui mancava l’esterno sinistro. Il rombo mantiene la propria forma ma Cerci a destra è un elemento innovativo che ne mette in discussione la validità.

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Personalmente non ho visto molti moduli asimmetrici negli ultimi tempi e mi sembrava di per sé affascinante, ma non si trattava solo di un’idea originale: Cerci giocava dalla parte di Jordi Alba per tenerlo basso e seguirlo in caso si spingesse in avanti, mentre dall’altra parte Azpilicueta rappresentava una minaccia offensiva decisamente minore e il rombo poteva scivolare una volta che la palla era su quel lato (come nel momento del fermo immagine qui sopra). Si stava cercando una soluzione per superare i limiti del rombo senza perdere i vantaggi del rombo.
Uno dei temi di fondo del calcio moderno è quello del possesso palla e della conquista del centro del campo come presupposto per costruire il proprio gioco. Il 4-4-2 con centrocampo a rombo, o se preferite 4-3-1-2, fino a qualche tempo fa sembrava il marchio di fabbrica dell’Italia di Prandelli e serviva per mettere in campo i migliori giocatori a disposizione, quasi tutti centrocampisti centrali, ottenendo al tempo stesso la superiorità sui 3 uomini che prevedono al centro gli altri moduli moderni (4-3-3 e 4-2-3-1). Uno scopo simile, per dire, a quello del falso 9 che scende tra le linee per diventare un centrocampista in più, o a quello di centrocampisti come Mascherano o Javi García trasformati in difensori.
Ovviamente ogni modulo ha i suoi pregi e i suoi difetti (la metafora migliore è quella della coperta sempre un po’ corta: purtroppo non si possono aggiungere giocatori in campo ma solo spostare da un punto a un altro) e il rombo italiano era sia poco dinamico per le caratteristiche degli interpreti in campo, sia vulnerabile sulle fasce dove il terzino restava in inferiorità e gli interni del rombo (non delle vere e proprie mezzali) faticavano a scivolare da una parte all’altra. Un’alternativa sarebbe potuta essere il 4-3-3/4-5-1, ma avrebbe costretto uno tra De Rossi e Pirlo a giocare mezzala e forse in quel caso avrebbero fatto comodo sul serio sia Florenzi che Romulo, piuttosto che Aquilani e Parolo.

 

Anche se Prandelli preferisce che non si capiscano le sue intenzioni, contro l’Irlanda ho avuto l’impressione di vedere qualcosa di completamente nuovo. Io non avevo mai visto una cosa simile prima ma non ho le conoscenze per essere sicuro che nessuna squadra abbia mai giocato in questo modo e se ha già un nome, io lo chiamo il centrocampo a Y.

SHCEMA 1

In generale ha poco senso parlare di moduli, le squadre ne cambiano almeno un paio a partita e le due fasi di gioco sono sempre più indistinte. Nel caso del centrocampo a Y il principio base sembrerebbe quello del doppio-play che ci ha fatto giocare una grande partita all’esordio dell’ultimo europeo, con De Rossi al centro della difesa e Pirlo vertice basso di centrocampo nel 3-5-2. Contro l’Irlanda era Motta a restare molto basso vicino alla difesa o a fare la salida lavolpiana (scendendo cioè tra i centrali che si allargano per fargli spazio mentre i terzini si alzano) con Verratti più avanzato. Motta e Verratti non sono esattamente incolonnati e non è difficile immaginare De Rossi al posto di Motta e Pirlo al posto di Verratti.

 

Se non mi credete, e credete che me lo sia sognato tipo il flusso canalizzatore di Ritorno al Futuro, ecco le prove:

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Messo come qui sopra, il centrocampo a Y (o modulo flusso canalizzatore) è praticamente indifendibile per le troppe linee di passaggio (anche senza che G. Rossi venisse fino a lì). Se una punta avversaria marca a uomo il primo play resta libero il secondo, se anche sul secondo uscisse un centrocampista centrale restano libere tra le linee le due mezzali.
Escludendo Motta diventato in quel momento difensore centrale, con i terzini sempre alti, il triangolo Verratti-Marchisio-Montolivo si comporta come un normale centrocampo a 3, solo che Verratti non ha bisogno di venirsi a prendere la palla dai piedi dei difensori (e le sue lacune difensive sono colmate dalla copertura delle mezzali e di Motta). I momenti in cui questo sistema funzionava meno bene erano proprio quelli in cui Verratti scendeva troppo basso, come fa abitualmente con il Psg, una tendenza che ha anche Pirlo nella Juventus. Se i due play si pestano i piedi allora tanto vale averne solo uno in campo.

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Venendo così in basso, quasi a fare da secondo centrale di difesa, Verratti smette di provocare l’uscita di uno dei centrocampisti avversari, che sono felici di lasciarlo alle cure degli attaccanti e possono restare in posizione a occuparsi delle mezzali (il fermo immagine qua sopra tra l’altro è di pochi secondi precedente all’infortunio di Montolivo). Anche quando Verratti sale troppo alto per liberarsi della marcatura, andandosi a mettere tra le linee quando Motta deve ancora far uscire la palla dalla difesa, il sistema va in tilt (si forma di nuovo un rombo, solo lunghissimo ).
Il pericolo maggiore però lo si corre quando, come ad inizio secondo tempo, Motta perde palla da playmaker con i terzini alti lasciando la difesa 2vs2. Anzi, diciamo che è un modulo che quasi non prevede che si perda palla a centrocampo.

 

Nel secondo tempo al posto di Immobile è entrato Cassano e si è continuato a vedere il centrocampo a Y. È difficile da vedere dal vivo, ci vuole una concentrazione tipo quadri 3D.

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Quello che è cambiato con l’ingresso in campo di Cassano è che Rossi avrebbe dovuto fare da prima punta. Già nel primo fermo immagine portato come prova si vede che Rossi è venuto fuori posizione per colmare lo spazio al centro tra le linee. La mia teoria è che non sia stato portato in Brasile proprio perché se quello che a lui piace fare è venire tra le linee c’è un giocatore in rosa che lo fa meglio di lui: Cassano (che comunque non viene mai troppo in basso). Quella della punta più mezza punta è una variante del modulo, in totale sono comunque due posti per cinque giocatori: Balotelli, Immobile, Cassano, Cerci e Insigne. Rossi sarebbe stato il sesto, e quello con le caratteristiche più rimpiazzabili.

 

Dopo le polemiche del nonno di Rossi, l’Italia è cambiata di nuovo e contro il Lussemburgo partivano dall’inizio De Rossi, Pirlo e Verratti (già solo giocare con De Rossi e Pirlo sarebbe considerato un lusso da molti). Devo dire che inizialmente ho pensato si trattasse di un 4-3-3/4-5-1 con Candreva e Marchisio esterni offensivi. La chiave però che mi ha fatto capire che non si trattava di quella cosa erano Pirlo e Verratti che non si comportavano neanche lontanamente come due mezzali. Quando ci schieravamo nella nostra metà campo De Rossi restava molto staccato da Pirlo e Verratti e quando avevamo palla tornava a posizionarsi tra i centrali di difesa, con i terzini che si posizionavano stabilmente sulla linea dei centrocampisti.

 

Più che di 4-3-3/4-5-1, quindi, si trattava di 3-4-3/4-1-4-1

SCHEMA 2

Parlare di moduli è davvero riduttivo e il passaggio da 3-4-3 a 4-1-4-1 va inteso come estremamente fluido.

SCHEMA 3

Un meccanismo di questo tipo in effetti permette di giocare con De Rossi, Pirlo e Verratti tutti simultaneamente in campo (cioè tre tra i migliori play al mondo) mettendoli nelle condizioni migliori possibili.
De Rossi deve variare leggermente dal ruolo che Rudi Garcia gli ha cucito addosso nella Roma e che lo ha fatto tornare a livelli insperati: l’unica cosa che cambia è che con la Roma difende da difensore centrale o quasi (scivolando tra Benatia e Castan), mentre qui deve fare il libero davanti alla coppia di centrali difensivi. Nel corso degli ultimi anni il gioco di De Rossi ha perso qualcosa, non si inserisce quasi più nell’area avversaria e non tira da fuori come faceva un tempo, ed è vero che come difensore centrale ha parecchi limiti, ma come centrocampista difensivo ce ne sono pochi al suo livello (il confronto più semplice è quello con Mascherano).
Pirlo e Verratti invece, dispensati dal far uscire palla dalla difesa, possono giocare in posizione più avanzata del solito, dovendo coprire meno metri di campo e, comunque, con la copertura di 3 giocatori. Non possiamo essere certi che si avranno più risultati positivi che negativi, ma se volete fare gli ottimisti potete pensare al gol di Di Natale contro la Spagna all’esordio dell’Europeo in cui Pirlo salta Busquets sulla linea di metà campo dopo che il primo pressing spagnolo è stato aggirato appoggiando la palla sul terzino (oppure il gol di Grosso contro la Germania nel 2006, anche in quel caso Pirlo si trovava in una zona pericolosa in cui, facendo da play basso, si trova molto raramente). Oppure all’assist di Verratti per Balotelli proprio contro il Lussemburgo. Cosa succede se quella qualità che Pirlo e Verratti hanno davanti alla loro difesa prova a essere sfruttata davanti alla difesa avversaria? Trasportato al limite dell’area avversaria Verratti diventa un problema irrisolvibile per i difensori che non sanno se chiudergli la linea di passaggio (una delle linee di passaggio) o difendersi dal dribbling, senza neanche sapere se difendere il dribbling sul destro o sul sinistro dato che Verratti negli spazi stretti ha davvero l’equilibrio e il controllo di palla di un playmaker NBA.

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Quindi, contro il Lussemburgo sembrava che Pirlo e Verratti non fossero in grado di fare le mezzali, in realtà il 3-4-3 sembra fatto apposta per evitare a entrambi (e a De Rossi) di fare la mezzala. Il lavoro in più spetta ai terzini, per fortuna tutti giovani e con grandi capacità aerobiche (Darmian e De Sciglio possono giocare su entrambe le fasce, Abate solo a destra) e agli esterni offensivi. Candreva e Marchisio devono venire tra le linee per offrire un’altra linea di passaggio (o recuperare la seconda palla dopo il lancio per Balotelli) e attaccare la profondità alle spalle dei difensori. Anche Balotelli deve minacciare la profondità per tenere bassa la difesa avversaria e il gol è nato proprio da un suo scatto dietro la difesa e da un bel lancio di Marchisio che poi si è andato a riprendere la palla in area.

 

Marchisio e Candreva sono fondamentali anche per coprire i limiti difensivi sia di Pirlo che di Verratti, quasi del tutto inutili quando costretti a correre verso la loro porta. E proprio questo è il punto debole del 3-4-3, come anche del centrocampo a Y, dove sulle fasce Candreva e Marchisio sono costretti sia a seguire i terzini avversari che a difendere l’interno, con i terzini che devono coprire tutta la lunghezza del campo (sia l’Irlanda che il Lussemburgo ci hanno messo in difficoltà). È come se dovessero fare al tempo stesso gli esterni offensivi e le mezzali.
Ma i pericoli più grandi si corrono sempre sulle palle perse quando i centrali di difesa rischiano di restare isolati. Per questo l’Italia dovrà tenere il più possibile il possesso, anche puramente conservativo o, se preferite, sterile (giocando molto con Buffon). Anche se va tenuto conto anche in questo caso del rischio che tutti e tre i playmaker si posizionino sulla stessa linea sabotando l’idea di base delle molteplici linee di passaggio trasformando il modulo in un 4-3-2-1 (come tra l’altro mi sembra sia stato interpretato).

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Ovviamente con il 3-4-3 e tre play in campo non ci possono essere due attaccanti centrali e quando nel secondo tempo è entrato Cassano (al posto di Verratti, e non di Candreva o Marchisio come sarebbe stato se si fosse trattato davvero di 4-3-2-1) si è rivisto il centrocampo a Y, con una punta e una mezza punta. Il centrocampo a Y potrebbe servire da variante del 3-4-3 contro squadre abbordabili che difendendo basse lasciano poca profondità agli inserimenti degli esterni. Qui sotto una delle prime azioni dopo l’ingresso di Cassano hanno portato alla traversa di Balotelli.
E da quest’ultima immagine si capisce bene come il centrocampo a Y sia una variazione del rombo, con Pirlo originariamente arretrato in modo da non dover giocare spalle alla porta ma libero di salire e le mezzali che ovviamente non possono spingere ad ogni azione.

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Le amichevoli con Irlanda e Lussemburgo non sono andate benissimo (anche se con il Lussemburgo sarebbe potuta entrare una delle traverse e la partita sarebbe finita forse in goleada) e magari Prandelli e il suo staff decideranno di accantonare doppio-play e centrocampo a Y, e così anche il 3-4-3 e rinunceranno ad almeno uno tra De Rossi, Pirlo e Verratti per puntare su una squadra con meno qualità ma più atletismo. Senza contare altre possibili soluzioni ibride o il disordine tattico di alcuni giocatori che possono fare di testa loro una volta in campo (per completezza: il centrocampo a Y si è visto anche con la Fluminense ieri sera).

 

A me sembra, oltre ad una raffinatezza tattica che non posso non rispettare, un’evoluzione coerente con il gioco che ha espresso in passato l’Italia di Prandelli e le convocazioni permettono di ruotare tutti i ruoli in modo da non sovraccaricare nessun giocatore (Barzagli, Paletta, Bonucci e Chiellini sono intercambiabili; Aquilani può fare da play o come Parolo da mezzala; Cerci e Insigne possono fare da esterni alti e da seconda punta). In Brasile potremmo contrastare la superiore fisicità di quasi tutte le altre squadre con la tecnica e il palleggio, mettendo in condizione i nostri giocatori migliori di dare il meglio senza pretendere cose che non sanno fare. Certo siamo vulnerabili, e magari gli avversari saranno bravi a sfruttare tutte le nostre debolezze, ma alzi la mano chi di voi pensa che con il rombo, il 4-3-3 o il 3-5-2, l’Italia avrebbe la certezza di arrivare lontano, o anche solo dopo il girone.

 

Daniele Manusia, vicedirettore e cofondatore dell'Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Per VICE cura la rubrica Stili di Gioco, scrive anche su IL. Il suo primo e unico libro: "Cantona. Come è diventato leggenda" (Add, 2013).

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