• Dizionario Tattico
Fabio Barcellona

I moduli fluidi

L'assetto tattico di una squadra cambia a seconda delle esigenze e dei principi di gioco.

Lo scorso lunedì 22 ottobre, il Sassuolo è stato ospite della Sampdoria per uno scontro tra due delle squadre di Serie A tatticamente più interessanti. La squadra di De Zerbi è scesa in campo con quello che sulla carta era un 3-4-3, con Federico Di Francesco, un giocatore particolarmente offensivo, come esterno a tutta fascia; ma è stato chiaro da subito che quello era solo lo schieramento usato durante la fase di possesso palla e che, durante quella difensiva invece, il Sassuolo avrebbe mosso le pedine e mutato la propria forma. Partendo dal 3-4-3, la punta di destra Domenico Berardi stringeva la propria posizione e si sistemava alle spalle del centravanti, Babacar; mentre contemporaneamente, dall’altro lato, la punta di sinistra Djuricic si abbassava in posizione di mezzala sinistra, e uno dei due interni di centrocampo, Bouarabia, si allargava in posizione di mezzala destra. In fase di non possesso il Sassuolo si schierava quindi con quello che può essere disegnato come un 3-5-1-1, con un rombo in mezzo al campo e due esterni a coprire l’ampiezza.

 

La posizione ibrida di Djuricic tra mezzala sinistra e punta esterna nella pass-map del Sassuolo.

 

Il giorno dopo, la Juventus ha affrontato all’Old Trafford il Manchester United di Mourinho. I bianconeri hanno controllato tatticamente la partita, utilizzando il possesso palla sia per attaccare che per difendere: la squadra di Allegri ha registrato un possesso palla del 60%, con una punta del 70% nell’intero primo tempo: un dominio ottenuto grazie all’estrema fluidità delle posizioni in campo e alla formazione continua di triangoli/rombi che hanno agevolato la circolazione della sfera, fornendo al portatore di palla più soluzioni di passaggio.

 

La sera successiva, è stato il turno del Napoli al Parco dei Principi di Parigi, dove la squadra di Ancelotti ha sfiorato la vittoria mettendo sotto per gran parte del match il PSG di Thomas Tuchel: il Napoli ha difeso contro il terribile tridente dei parigini con due linee strette da 4 giocatori che disegnavano un classico 4-4-2 ma, in fase di possesso, si alzava Mario Rui mentre Maksimovic stringeva accanto ad Albiol, lasciando libero Fabian Ruiz di esplorare l’half-spaces di sinistra. A quel punto il Napoli era disposto in campo con una specie di 3-4-3.

 

Tre partite, in tre giorni, emblematiche delle tendenze del calcio italiano e, più in generale, del calcio di oggi, in cui il modulo di gioco non è più fisso ma sempre più fluido e flessibile.

 

3-4-3 o 3-5-2 in fase di possesso palla?

 

I moduli di gioco

Ormai tutti sanno che il modulo di gioco, espresso per mezzo di una serie di cifre che indicano il numero di giocatori che occupano un determinato reparto, non fornisce di per sé molte informazioni sul comportamento tattico di una squadra. Specie in fase offensiva, la necessità di movimenti continui per smarcarsi e occupare gli spazi rende ancora più difficile incasellare la posizione dei calciatori dentro una definizione numerica. Proprio per questo, almeno inizialmente, era la disposizione della squadra in fase difensiva ad essere usata per definire numericamente il modulo di gioco.

 

L’utilizzo di una formula numerica per fotografare lo schieramento si è diffuso, almeno nel calcio italiano, a partire dalla metà degli anni ’80, un periodo in cui si sono imposte le squadre che difendevano “a zona”: proprio le caratteristiche di questa maniera di difendere, focalizzata sul controllo degli spazi e in cui ogni giocatore era responsabile di una determinata porzione di campo, favorirono la definizione. Non era difficile vista la relativa staticità delle posizioni assunte in fase di non possesso.

 

Le formazioni che utilizzavano le marcature a uomo, per le quali la forma della squadra in fase difensiva era pesantemente influenzata dai movimenti degli attaccanti avversari erano più difficili da descrivere numericamente. Ad ogni modo, in quegli anni l’occupazione rigida degli spazi in fase difensiva si rifletteva, in maniera meno ovvia, ma estremamente presente, anche in fase offensiva: partendo dal 4-4-2 o dal 4-3-3, i due moduli di gioco più in voga tra le squadre che giocavano a zona, le posizioni dei giocatori venivano rispettate e, a partire da queste, si giocavano set di soluzioni offensive preordinati e ripetutamente provati in allenamento.

 

Interpretare la complessità

La zona pura degli anni ’90 si è progressivamente ibridata con la marcatura a uomo, dando vita a sistemi difensivi in cui il controllo degli spazi si è mescolato a quello degli avversari. Al loro interno la posizione da assumere dipende in vario grado non solo da quella del pallone e dei compagni, ma anche da quella degli avversari da marcare. Con la zona pura e l’immutabilità del modulo esisteva un’idea di autosufficienza della squadra, che a un certo punto è venuta meno. Il calcio ha aumentato la propria complessità e per una squadra è diventato necessario capire come arrivare a un compromesso: quello tra un’identità di gioco e la necessità di adattarsi alle mutevoli esigenze di una partita, alle variabili del gioco.

 

Prendiamo come esempio proprio il Sassuolo che ha affrontato la Sampdoria. La squadra di Marco Giampaolo gioca un calcio molto definito e riconoscibile, il suo 4-3-1-2 è influenzato dal rombo di centrocampo e le combinazioni strette tra il mediano, le due mezzali e il trequartista dominano la fase offensiva. La Sampdoria costruisce il gioco col pallone in zona centrale e solo in un secondo tempo, e con pochi uomini, ricerca l’ampiezza. Proprio per questo in fase di non possesso De Zerbi ha scelto di proteggere il centro del campo: il 3-5-1-1 difensivo lasciava il controllo dell’ampiezza ai soli esterni, intasando la zona di campo dove la Sampdoria ama far progredire la propria manovra.

 

Il rombo di centrocampo difensivo del Sassuolo intasa il centro per ostacolare la manovra offensiva della Samp.

 

C’era però una controindicazione: l’adozione del rombo a centrocampo anche in fase d’attacco avrebbe costretto il Sassuolo a sviluppare il gioco offensivo proprio in una zona in cui la Samp presenta una grande densità di uomini. Allora De Zerbi ha scelto una diversa disposizione dei suoi uomini in fase di possesso palla: un 3-4-3 in cui le punte esterne, piazzate in zona intermedia, dovevano attirare verso il centro del campo i due terzini avversari, provando così ad accentuare le difficoltà strutturali del 4-3-1-2 della Sampdoria a difendere l’ampiezza.

 

In fase di possesso, invece, il Sassuolo è chiaramente schierato con il 3-4-3 con gli esterni Lirola e Di Francesco molto alti.

 

Storia recente dei moduli fluidi

Il primo allenatore che nella storia recente della Serie A ha utilizzato in maniera sistematica due diverse disposizioni che passano in maniera dall’una all’altra nella transizione tra le due fasi di gioco è stato Paulo Sousa con la Fiorentina, nella stagione 2015/16. In fase di possesso palla i viola si disponevano con una sorta di 3-2-4-1 (oppure, se preferite, con un nostalgico WM) ma in fase difensiva invece la Fiorentina ripiegava in un più prudente 4-4-1-1.

 

Paulo Sousa voleva dominare il possesso e il modulo scelto era funzionale a quest’idea. Il 3-2-4-1 costruiva una doppia rete di giocatori in grado, a diverse altezze, di fare circolare il pallone. Più dietro, la difesa a 3, supportata da un doppio mediano, garantiva la possibilità di disegnare diverse linee di passaggio per superare il pressing avversario, far risalire la squadra e proteggere il centro in fase di transizione difensiva. Più avanti la Fiorentina schierava un caratteristico quadrilatero: due mediani e due giocatori a supporto del centravanti.

 

Uno schieramento che poteva disordinare la difesa avversaria grazie a un’occupazione verticale dello spazio su più linee e all’occupazione degli half-spaces da parte delle mezzepunte. I due esterni, infine, assicuravano l’ampiezza necessaria a fornire una soluzione di passaggio sicura e a dilatare le distanze orizzontali tra i giocatori delle linee avversarie. Un sistema che però poteva creare problemi in fase di difesa posizionale; per questo, grazie a uno scorrimento all’indietro dei giocatori della fascia sinistra, i viola transitavano verso un 4-4-1-1 che garantiva maggiore solidità difensiva.

 

Ma basta ampliare lo sguardo oltre i confini nazionali per vedere altri esempi: già Pep Guardiola, nella sua esperienza al Bayern Monaco, aveva sperimentato in maniera strutturata la transizione tra diversi schieramenti nelle varie fasi di gioco. A pensarci bene, anzi, la salida lavolpiana – cioè il meccanismo tattico che, abbassando in fase di impostazione dal basso un centrocampista sulla linea dei difensori agevola la risalita del pallone – non è altro che una variazione della disposizione in fase offensiva, che serve a migliorare la scorrevolezza e l’efficacia della circolazione della palla.

 

Nella sua prima apparizione su un palcoscenico mondiale, negli anni 2000 con la nazionale messicana di Ricardo La Volpe, la salida lavolpiana innescava più avanti un insieme di movimenti concatenati che, partendo dal 4-3-3 della fase difensiva, con l’arretramento del mediano tra i centrali che innescava la contemporanea avanzata dei terzini e il taglio verso il centro del campo degli esterni del 4-3-3, disegnavano di fatto un 3-4-3 in fase offensiva.

 

Ok, ma perché?

La fluidità dei moduli di gioco, limitata fino a qualche tempo fa ad alcuni casi e ad allenatori piuttosto innovativi, è invece oggi una tendenza che si ritrova sempre più spesso. Come detto, contro il PSG – ma anche nella precedente partita di Champions League contro il Liverpool – il Napoli mutava il 4-4-2 disegnato in fase di non possesso in un 3-4-3 in fase offensiva, alzando Mario Rui, stringendo Maksimovic al fianco di Albiol e lasciando libero Fabian Ruiz di occupare spazi interni. Lo schieramento adottato in attacco presentava molteplici vantaggi nella situazione specifica: costruiva una rete di protezione in transizione negativa contro le eventuali, micidiali, ripartenze di Neymar, Mbappé e Cavani, agevolava la costruzione bassa e permetteva a Mario Rui di esplorare lo spazio alle spalle di Mbappé, sempre pigro nei ripiegamenti difensivi. In aggiunta, la sensibilità tattica di Fabian Ruiz permetteva al Napoli, leggendo ogni particolare momento del match, di giocare anche una sorta di 3-5-2, con lo spagnolo più basso a supportare il palleggio del centrocampo della sua squadra.

 

Il chiarissimo 3-4-3 d’attacco del Napoli. Dall’inquadratura manca il solo Callejon, sulla fascia destra.

 

Ma anche solo limitando lo sguardo alla Serie A gli esempi non si esauriscono solo al Sassuolo e al Napoli. Spalletti all’Inter passa più volte dal 4-2-3-1 in fase difensiva al 4-3-3 in fase d’attacco, spostando la posizione di Vecino e Nainggolan; Gasperini modula il suo teorico 3-4-3 in funzione delle caratteristiche degli avversari spostando una delle due punte esterne per giungere al 3-5-2 o al 3-4-1-2; la Fiorentina di Pioli difende a 4 e costruisce le azioni offensive alzando il terzino sinistro Biraghi e stringendo, dal lato opposto Milenkovic, per disegnare una difesa a 3 mutando il 4-3-3 in fase di non possesso in un 3-4-3 con le punte disposte a diverse altezze; Velasquez a Udine passava spesso dal 4-5-1 al 4-4-1-1 con i tagli interni di un esterno o l’avanzamento di una mezzala.

 

È evidente quindi come i moduli di gioco stiano diventando sempre più flessibili, una tendenza che ha una ragione in fondo semplice: uno schieramento posizionale è più adatto a sviluppare il gioco offensivo rispetto a quello adottato nella fase di non possesso, e allora perché non adottarle entrambe mutando forma? Perché non adattarsi il più possibile alla complessità del gioco, alle esigenze tattiche e alle caratteristiche dei propri giocatori e di quelli avversari?

 

Questo sviluppo porta in maniera inevitabile a un’ulteriore perdita di significato del modulo di gioco nella definizione e interpretazione del gioco di una formazione. Ricordiamo tutti come il modulo identificasse in maniera distintiva una squadra: il 4-4-2 di Sacchi, il 4-3-3 di Zeman, il 5-3-2 di Scala, il 3-4-3 di Zaccheroni. Oggi, invece, l’identità di una squadra si va spostando sempre di più dal modulo ai princìpi di gioco. A caratterizzare una formazione è sempre meno la disposizione statica che assume sul campo da calcio, ma i principi sottesi al suo gioco in entrambe le fasi di gioco: come vuole attaccare, come vuole recuperare il pallone e prevenire o proteggersi dai pericoli, in che maniera intende gestire le transizioni tra la fase offensiva e quella difensiva, e viceversa. A definire, ad esempio, il calcio di De Zerbi è la sua adesione ai principi del gioco di posizione e non certo i suoi diversi moduli di gioco, strumenti di volta in volta adottati per rendere concreti i principi scelti.

 

Il ruolo: dalla posizione alla funzione

Nella fluidità dei moduli e nell’organizzazione del gioco per principi rimane sottesa la capacità, per ogni giocatore, di interpretare varie parti di uno spartito che prevede definizioni più rigide. Contro il PSG, Mario Rui difendeva da terzino sinistro puro mentre in attacco era, quasi sempre, il giocatore più avanzato della fascia sinistra della propria squadra. Nel Sassuolo che ha giocato contro la Sampdoria, Berardi, partendo dalla posizione di vertice avanzato del rombo di centrocampo adottata in fase di non possesso, gestiva le transizioni offensive da trequartista puro, mentre in fase di attacco posizionale giocava da punta di destra e impegnava il terzino avversario per creare lo spazio in ampiezza per le avanzate dell’esterno Lirola.

 

Un calciatore deve quindi interpretare i compiti che gli vengono assegnati muovendo la propria posizione per il campo e decifrando ogni singola situazione tattica in accordo con i principi di gioco della propria squadra. Per usare una formula coniata da Antonio Gagliardi, match analyst della Nazionale italiana: «Il ruolo non è più una posizione, ma una funzione».

 

Possiamo fare un ulteriore passo in avanti, usando la partita della Juventus all’Old Trafford che estremizza ancora di più questo concetto. La Juventus, oltre a mutare continuamente forma passando dalla fase difensiva a quella offensiva, muoveva i suoi uomini in fase d’attacco, specie sulla fascia destra, per formare continuamente zone di superiorità numerica e posizionale, tramite la creazione di triangoli e rombi con i giocatori sfalsati a diversa altezza. La priorità della fase di possesso della Juventus era di formare ininterrottamente microzone di superiorità e non quella di mantenere le posizioni dei calciatori: Bentancur o Pjanic potevano affiancare i centrali per disegnare una linea arretrata a 3 in fase di impostazione, l’ampiezza poteva essere garantita indifferentemente da Cancelo, Dybala, Cuadrado o lo stesso Bentancur, la posizione di centravanti poteva essere occupata da Dybala, Ronaldo, Matuidi o, come in occasione del gol della vittoria, da Cuadrado.

 

Bentancur forma una linea a 3 arretrata coi centrali, Dybala affianca Pjanic a centrocampo, Cancelo garantisce l’ampiezza e Cuadrado è il giocatore più avanzato. Una delle tante forme della Juventus a Manchester.

 

Il ruolo, quindi, non è legato alla posizione in campo, ma alla funzione di ogni calciatore, a sua volta inserita nel più ampio disegno strategico della squadra, che non dipende dal modulo di base ma dalla ricerca dei princìpi di gioco, in accordo alle caratteristiche del singolo giocatore. Il cerchio si chiude.

 

Prendiamo l’esempio del Napoli di Sarri: pur giocando in posizione di esterno destro offensivo, Callejon era un finalizzatore ed un equilibratore di gioco, mentre, nell’analoga posizione di sinistra, Insigne sosteneva il palleggio della squadra e, assieme, fungeva da rifinitore. Oppure prendiamo un esempio dall’estero: Toni Kroos nel Real Madrid di Zidane ordinava la squadra giocando sul centro sinistra, vicino al terzino sinistro, Marcelo, che ha fondamentali responsabilità creative nell’ultimo terzo di campo. E sono molti i tanti terzini e i difensori centrali che, oggi, grazie alla maggiore libertà di tempo e spazio di cui godono rispetto ai centrocampisti, sono in realtà i veri organizzatori del gioco di una squadra.

 

Nel calcio contemporaneo il modulo è solo uno strumento da utilizzare per attuare i princìpi di una squadra. Per questo è sempre modificabile: di partita in partita, all’interno della stessa partita e da una fase all’altra del gioco.

 

Il modulo è un abito cucito di volta in volta sulle diverse esigenze tattiche della partita: l’identità di una squadra si definisce allora nei princìpi di gioco adottati e non più nel modulo di gioco scelto. All’interno di questa cornice la posizione dei calciatori non ne definisce ormai il ruolo, che è invece determinato dalle funzioni svolte in campo. E come conseguenza diretta, il calcio di oggi richiede ai calciatori un bagaglio tecnico completo che gli permetta di interpretare ogni singolo momento della partita: calciatori meno legati a soluzioni rigide, capaci di rispondere alla estrema variabilità del gioco del calcio.

 

 

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Fabio Barcellona, chimico e allenatore UEFA B. Scrive di calcio per L'Ultimo Uomo.